Coronavirus, Big Pharma contro Trump: no alla corsa sul vaccino
Federico Rampini
Le case farmaceutiche scendono in campo per rassicurare il pubblico sulla propria deontologia: non ci saranno accelerazioni elettorali nella corsa per immunizzare dal coronavirus
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NEW YORK - È una risposta indiretta ma ferma alle promesse di Donald Trump sul vaccino. Con un gesto molto inusuale, Big Pharma scende in campo per rassicurare il pubblico sulla propria deontologia: non ci saranno accelerazioni elettorali nella corsa per immunizzare dal coronavirus. È questo il senso della solenne dichiarazione firmata da nove aziende farmaceutiche impegnate nei test: i percorsi obbligati delle sperimentazioni cliniche saranno rispettati, la scienza non prenderà scorciatoie per arrivare sul mercato, i pazienti possono essere rassicurati. A firmare la dichiarazione sono AstraZeneca, BioNTech, GlaxoSmithKline, Johnson&Johnson, Merck, Moderna, Novavax, Pfizer, Sanofi. Vi figurano anche aziende straniere, ma tutte sono state coinvolte attraverso contratti e finanziamenti nell'investimento del governo federale degli Stati Uniti per avere il vaccino a disposizione il più presto possibile.
È noto da tempo che questa corsa al vaccino ha assunto una rilevanza geopolitica enorme, al punto da essere spesso paragonata alla gara per la conquista dello spazio tra Unione Sovietica e Stati Uniti agli albori della guerra fredda (la prima tappa fu vinta dai sovietici nel 1957 con lo Sputnik). Ma oltre all'imperativo di arrivare prima dei cinesi o dei russi - anche perché il vaccino può segnare una svolta nella ripresa economica dando un vantaggio competitivo a chi riparte per primo - c'è un altro calendario che conta. È quello dell'elezione presidenziale americana, il 3 novembre. Trump di recente ha ventilato la possibilità che la vaccinazione di massa possa avere inizio prima del voto.
Poiché mancano 55 giorni, e molti test clinici sono ancora nelle fasi preliminari, si è diffuso il timore che il presidente possa ordinare alla Food and Drugs Administration (l'authority che autorizza i farmaci) un "via libera d'emergenza" che consentirebbe di bruciare tutte le tappe. Ma a discapito della sicurezza del vaccino stesso? Dopo giorni di controversie, sono i protagonisti industriali della competizione a scendere in campo. Vogliono mostrare un fronte unito, anche perché questo dovrebbe renderli più forti nel resistere ad eventuali pressioni politiche. "Nell'interesse della salute pubblica - si legge nella dichiarazione firmata dai chief executive delle nove aziende - ci impegniamo a fare della sicurezza degli individui vaccinati la nostra priorità assoluta. Questo impegno solenne aiuterà a garantire la fiducia del pubblico nei confronti della ricerca scientifica e del processo di controllo e autorizzazione".
Resta vero tuttavia che le stesse multinazionali farmaceutiche stanno comprimendo in pochi mesi un processo di sviluppo e di sperimentazione che normalmente avveniva in alcuni anni. La Pfizer ha detto in precedenza che potrebbe essere pronta a fine ottobre. Al di là delle polemiche sull'uso elettorale, la questione della fiducia del pubblico è essenziale per un'altra ragione: esiste negli Stati Uniti come in altre parti del mondo un significativo movimento no-vax, con ispirazioni ideologiche sia di destra che di sinistra, e il rischio di una percentuale di adesione insufficiente al vaccino viene preso sul serio perché ne ridurrebbe l'efficacia.