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 La proclamazione della nascita del Grande Libano nel 1920 

Così la Francia "inventò" il Grande Libano

La nascita del paese, con una maggioranza di cristiani maroniti e minoranze druse, sunnite e sciite, fu annunciata dal generale Henri Gouraud. Un secolo dopo, questa delicata costruzione vede una nuova realtà demografica  (Le Figaro)
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Cento anni fa, il 1 settembre 1920, l'Alto commissario francese per l'ex provincia ottomana della Siria, posta sotto mandato francese dalla conferenza di San Remo del 25 aprile, dichiarava l'esistenza di un nuovo Paese, ricavato al suo interno. Proclamando, dall'alto dei gradini della residenza dei Pini a Beirut, lo Stato del Grande Libano, il generale Henri Gouraud rispondeva favorevolmente alle richieste della delegazione che i cristiani maroniti, francofoni grazie all’educazione gesuita, avevano inviato alla Conferenza di pace di Parigi (18 gennaio 1919-21 gennaio 1920).
 
Su richiesta del Patriarcato maronita, desideroso di fornire risorse agricole al nuovo Stato, la Francia annesse ulteriori territori all'ex mutasarrifato del Monte Libano. Questa regione orientale, cattolica romana, dell'Impero Ottomano era autogovernata fin dal 1861 da un accordo tra la Sublime porta e le cinque grandi potenze europee (Francia, Inghilterra, Prussia, Austria-Ung…
Cento anni fa, il 1 settembre 1920, l'Alto commissario francese per l'ex provincia ottomana della Siria, posta sotto mandato francese dalla conferenza di San Remo del 25 aprile, dichiarava l'esistenza di un nuovo Paese, ricavato al suo interno. Proclamando, dall'alto dei gradini della residenza dei Pini a Beirut, lo Stato del Grande Libano, il generale Henri Gouraud rispondeva favorevolmente alle richieste della delegazione che i cristiani maroniti, francofoni grazie all’educazione gesuita, avevano inviato alla Conferenza di pace di Parigi (18 gennaio 1919-21 gennaio 1920).
 
Su richiesta del Patriarcato maronita, desideroso di fornire risorse agricole al nuovo Stato, la Francia annesse ulteriori territori all'ex mutasarrifato del Monte Libano. Questa regione orientale, cattolica romana, dell'Impero Ottomano era autogovernata fin dal 1861 da un accordo tra la Sublime porta e le cinque grandi potenze europee (Francia, Inghilterra, Prussia, Austria-Ungheria e Russia). Il suo governatore doveva obbligatoriamente essere cristiano.
 
La richiesta dei maroniti era comprensibile, infatti erano appena usciti da una terribile carestia che aveva ucciso quasi un terzo degli abitanti del Monte Libano. Questa catastrofe era stata causata dal blocco marittimo degli Alleati, da un'invasione di cavallette nella primavera del 1915, ma anche e soprattutto dalle demenziali e quasi genocide requisizioni ordinate da Jamal Pasha (soprannominato dagli arabi “il macellaio"), che il sultano Mehmet V aveva nominato capo degli affari civili e militari in Medio Oriente.
 
Arroganza territoriale
Per formare il Grande Libano, quindi, alla circoscrizione del Monte Libano Gouraud aggiunse Beirut, le regioni di Tripoli, Akkar, Hermel, Beqa’, Rashaya, Hasbaya e il Libano meridionale. Il problema era che in queste regioni c'erano molti musulmani, sunniti, sciiti e drusi. I dignitari delle tre comunità furono invitati da Gouraud per la proclamazione e si possono vedere in cima alla scalinata accanto al patriarca cattolico e a quello ortodosso.

Ma, se all'epoca di Gouraud erano una minoranza, oggi in Libano i musulmani sono diventati un’ampia maggioranza. Si può dire che sia stata l'arroganza territoriale dei loro nonni alla Conferenza di pace di Parigi a far sì che dal 1975 in poi i cristiani maroniti, tradizionali garanti dello Stato libanese, siano stati attaccati da un'alleanza tra musulmani libanesi e rifugiati palestinesi e abbiano finito per perdere la guerra civile.
 
Lo stesso giorno, Gouraud tagliò in tre il resto del territorio della Siria ottomana, creando il Territorio degli Alauiti e gli Stati di Aleppo e Damasco. L'anno successivo, creò lo Stato del Gebel Druso. I baathisti siriani non riconosceranno mai le suddivisioni di Gouraud. Per i nazionalisti arabi il Libano è stato motivo di risentimento fin dalla sua creazione.
 
Quando il cattolicissimo Gouraud, nominato alto commissario dal libero pensatore Clemenceau, arrivò a Beirut nel novembre 1919, fece un discorso in cui ricordava i secolari legami tra Francia e Libano, che risalgono alle crociate e alle capitolazioni (una serie di accordi stipulati tra il Regno di Francia e la Porta già nel XVI secolo per proteggere i cristiani che vivevano nell'Impero ottomano). L'alto commissario si inseriva nella politica secolare di una Francia protettrice dei cristiani d'Oriente, che Clemenceau appoggiava pienamente. Ma il generale con un braccio solo (aveva perso il braccio destro in guerra) ricordò pubblicamente di essere anche figlio della Repubblica e dichiarò che avrebbe riconosciuto tutti i culti e tutte le confessioni su un piano di parità.
 
La leggenda narra che San Luigi scrisse una lettera in cui chiedeva che i maroniti fossero trattati come suoi sudditi (i francesi). Quel che è certo è che Luigi IX, finalmente libero dopo aver pagato il suo pesante riscatto al sultano d'Egitto nel 1250, non tornò in Francia. Trascorse quattro anni in Libano, dove riuscì a calmare le rivalità tra i vari feudi di quello che restava del Regno franco di Gerusalemme.
 
Se guardiamo alla storia contemporanea, la Francia ha sempre vegliato sui cristiani del Libano, francofili e francofoni (grazie alla grande Università gesuita di San Giuseppe). Per loro ha avviato il suo primo intervento umanitario. Con l'accordo delle altre potenze europee, inviò una spedizione militare, che durò dall'agosto 1860 al giugno 1861, per fermare i massacri subiti dai cristiani per mano dei drusi sulle montagne libanesi e dei sunniti a Damasco. Tra i signori drusi e maroniti c’è un'antica rivalità per il controllo delle montagne libanesi.
 
Nel palazzo di famiglia a Mukhtara, nel distretto dello Shuf, Walid Jumblatt, il capo della comunità drusa, erede del grande massacratore di cristiani Said Bey Jumblatt, ha un quadro naïf libanese di cui va particolarmente fiero. Raffigura le navi francesi che arrivano nella baia di Beirut durante il Secondo Impero per combattere suo nonno. Nel 1983 Walid è stato particolarmente duro con i cristiani dello Shuf, che accusava di aver cospirato con l'invasore israeliano, ma da allora si sono riconciliati. Walid ama la Francia, dove ha mandato suo figlio Teymour a studiare dal 2005 al 2010.
 
"Finché sarò  qui, nessuno toccherà l'integrità del Libano!"
Charles de Gaulle riprese volentieri il ruolo di protettore del Libano. Era un Paese che conosceva bene, per aver diretto come comandante, dal novembre 1929 al gennaio 1932, il secondo e il terzo ufficio dello Stato maggiore delle Truppe di Levante, a Beirut. Nell'estate del 1942, dopo il primo successo militare delle Forze francesi libere (la resistenza di Koenig per quindici giorni a Bir Hakeim contro l'Afrikakorps in Cirenaica), il generale de Gaulle fece una visita trionfale a Beirut, dove il presidente Naccache lo aspettava ai piedi dell'aereo. Fino al gennaio 1946, il capo del governo provvisorio francese difese gli interessi della Francia nel Levante con le unghie e con i denti di fronte alle "macchinazioni britanniche". Come primo presidente della Quinta Repubblica, per un lungo periodo de Gaulle ricevette tutti gli ambasciatori libanesi a Parigi. A uno di loro confidò: "Finché sarò qui, nessuno toccherà l'integrità del Libano! Di fatto, i problemi del Libano iniziarono solo sei mesi dopo che de Gaulle lasciò il potere, quando Nasser impose al presidente libanese Helou l'armamento dei gruppi palestinesi in Libano durante gli accordi del Cairo (3 novembre 1969).
 
Sconvolto dalla distruzione dell'intera flotta aerea civile libanese da parte di un commando israeliano aerotrasportato sull'aeroporto di Beirut il 30 dicembre 1968, il presidente de Gaulle decretò un embargo totale sulle armi e i pezzi di ricambio francesi destinati allo Stato ebraico.
 
Sistema confessionale e clientelare
Valéry Giscard d'Estaing, che non aveva familiarità con le questioni levantine, non alzò un dito per aiutare i cristiani libanesi nella guerra civile iniziata nel 1975. È vero che nelle università e nei benpensanti media francesi le falangi cristiane di Gemayel ebbero una cattiva stampa. Gli si preferirono i "progressisti islamici", senza aver cura di specificare dove si trovasse il progresso.
 
François Mitterrand si interessò al Libano dopo l'invasione di Israele nella primavera del 1982. All'inizio di settembre riuscì a far evacuare Arafat e lo stato maggiore dell'OLP dal porto di Beirut a quello di Tunisi. Insieme agli americani e agli italiani, inviò dei soldati a formare una forza multinazionale per stabilizzare il Libano. Ma quando più di mille cristiani furono massacrati dai drusi nello Shuf, nel settembre 1983, i soldati francesi non si presero la briga di percorrere cinquanta chilometri per andare a salvarli.
 
A poco a poco, i francesi cominciarono a vergognarsi di aver abbandonato i cristiani libanesi al loro destino. Quando il generale Aoun lanciò la sua "guerra di liberazione" contro l'occupante siriano nella primavera del 1989, l'opinione pubblica francese, guidata da personaggi mediatici come il ministro-navigatore-avventuriero Jean-François Deniau, si schierò a favore della sua causa. All'epoca, come inviato di Le Figaro, abitavo nel quartiere cristiano di Achrafieh (Beirut Est), oggetto di sporadici bombardamenti da parte dell'esercito di Hafez al-Assad, e una mattina entrai per caso nel cortile di una scuola elementare, dove alcune suore, che non avevano mai messo piede in Francia, insegnavano ai bambini dei canti in francese che veneravano  "Nostra madre, la Francia".
 
Tuttavia, alla conferenza di Taif dell'ottobre 1989, i francesi seguirono gli americani e i sauditi nell'appoggiare l'occupazione siriana del Libano, pensando che fosse l'unico modo per fermare la guerra civile.
 
Quando il generale Michel Aoun finì per perdere la guerra contro la Siria nell'ottobre 1990, i francesi lo accolsero all'ambasciata di Francia e lo esfiltrarono a Parigi.
 
L'interesse francese per il Libano tornò con Jacques Chirac, vicino al suo generoso amico sunnita Rafiq Hariri, il primo ministro che ha ricostruito Beirut negli anni Novanta. Quando quest'ultimo fu assassinato, il 14 febbraio 2005, con la detonazione di un camion pieno di esplosivi sul lungomare di Beirut, Chirac si precipitò in Libano per abbracciare la famiglia e accompagnare l'immensa ondata di indignazione della popolazione libanese che finì per costringere l'esercito siriano a lasciare il Paese.
 
Nel luglio 2007, organizzando una conferenza interlibanese a La Celle-Saint-Cloud, il ministro Kouchner, eccellente conoscitore del Paese, piantò i semi di un nuovo accordo politico tra le fazioni libanesi, che fu ratificato a Doha il 25 maggio 2008 e ancora oggi regola la vita politica libanese.
 
Ma poiché il vecchio sistema confessionale e clientelare è ormai inviso ai giovani libanesi, è necessario trovare un altro modello di governance che garantisca sia la tolleranza religiosa sia l'efficienza economica. Ci riuscirà Emmanuel Macron? Questa la posta in gioco.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Elda Volterrani)