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(afp)

Tra gli spettri di Lesbo senza più pane

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Vagano e dormono lungo i cigli delle strade dell'isola greca dopo la distruzione tra le fiamme dell'immenso campo profughi. Sono "quelli di Moria", dodicimila, e non hanno neanche da bere. I residenti non li vogliono. "Ci piacerebbe andare in Germania"
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Su un muro restato in piedi nel campo dei fantasmi qualcuno ha scritto: “Libertà di movimento”. Lo leggi attraverso il filo spinato e una rete di ferro annerita dal fuoco. I pochi rimasti qui non sanno dire se la mano che ha tracciato quelle parole con lo spray sia una di quelle che hanno dato fuoco a Moria martedì sera. In ogni caso quelle fiamme ai 12mila fuggiti dal campo di Lesbo - il più grande d’Europa - non hanno regalato né libertà né movimento.

Il sole li condanna all’immobilità, si difendono con coperte e buste di plastica legate al guardrail della strada tra Moria e Kara Tepe, un altro centro considerato il volto umano dell’accoglienza ai migranti. Cammini per centinaia di metri e da quei teli vedi solo spuntare scarpe o piedi nudi. Uomini, donne, bambini. E ancora bambini.

Ècome se qualcuno avesse tolto l’audio. Sono fermi e muti, aspettano un verdetto. O forse hanno solo troppa f…
Su un muro restato in piedi nel campo dei fantasmi qualcuno ha scritto: “Libertà di movimento”. Lo leggi attraverso il filo spinato e una rete di ferro annerita dal fuoco. I pochi rimasti qui non sanno dire se la mano che ha tracciato quelle parole con lo spray sia una di quelle che hanno dato fuoco a Moria martedì sera. In ogni caso quelle fiamme ai 12mila fuggiti dal campo di Lesbo - il più grande d’Europa - non hanno regalato né libertà né movimento.

Il sole li condanna all’immobilità, si difendono con coperte e buste di plastica legate al guardrail della strada tra Moria e Kara Tepe, un altro centro considerato il volto umano dell’accoglienza ai migranti. Cammini per centinaia di metri e da quei teli vedi solo spuntare scarpe o piedi nudi. Uomini, donne, bambini. E ancora bambini.

Ècome se qualcuno avesse tolto l’audio. Sono fermi e muti, aspettano un verdetto. O forse hanno solo troppa fame e troppo caldo per muoversi e parlare. Mi avvicino a una delle coperte. Ecco le mani di una ragazzina. Ha lo smalto rosa su un’unghia e azzurro sulle altre, come le mie bambine quando giocano a fare le ragazze. Le faccio i complimenti. Lei sorride e mi dice che si chiama Fatimeh e che sa un po’ di inglese, lo ha imparato dai volontari a Moria. Ha undici anni e viene dall’Afghanistan. “Ma là – dice la madre usando la figlia come interprete - non torniamo”. Ora che vuoi fare? Smette di guardarmi. E anche di sorridere.

La gente scappata da Moria si è accampata come poteva su questa strada. All’inizio erano fuggiti in seimila, poi i roghi si sono moltiplicati nel campo e anche gli altri sono andati via. “Ancora ieri questi alloggi erano intatti – spiega un operatore dell’Unhcr mostrando tre file di letti carbonizzati – ci sono stati ulteriori incendi e ora è tutto distrutto”.

Dieci metri più su una nuova fiammata si alza proprio adesso, cinque o sei uomini corrono via da una collinetta di rifiuti indicando tre bombole del gas disastrosamente vicine al fuoco. “Via, via, via!”. Un ragazzo li fissa e non si muove. Ai suoi piedi un pacchetto di sigarette con la scritta “Nuoce gravemente alla salute”. Un padre continua a fare la doccia al figlio piccolo sotto il getto d’acqua che zampilla da una conduttura rotta. Ha fatto la fila per questo privilegio, i rubinetti qui sono a secco.

Dove un tempo si vedeva umanità a perdita d’occhio, si contano solo spettri che si aggirano tra le rovine. Fares e tre suoi amici sorridono: hanno trovato un congelatore senza sportello. L’hanno riempito con tre coperte, delle pentole e un grosso peluche. Lo trascinano insieme per unirsi con il loro piccolo bottino ai disperati della strada. Che ci fate? “Vogliamo andare in Germania”.

La popolazione locale di Lesbo ha bloccato una delle principali strade di accesso a Moria. L’avrebbero dovuta percorrere le ruspe e i mezzi dell’esercito per andare a rimuovere le macerie e consentire così di rimettere in piedi l’accampamento. “Ci hanno preso in giro per anni, ora basta. Moria non deve riaprire”, tuona tirandosi giù la mascherina con la bandiera nazionale Costantino Bumbas, del partito “Soluzione greca”. “C’è crisi economica, il turismo è massacrato e ora il Covid. Troppo per noi”. Rami strappati dagli ulivi e due camion di traverso fermano anche gli operatori delle ong.

Che Moria non riapra è una speranza condivisa con la gente che era chiusa lì dentro, in un campo pensato per 3 mila persone dilatato a una capienza quadrupla. “Era stato avviato un ridimensionamento, si stava facendo un buon lavoro – spiega Theodoros Alexellis dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati di Lesbo – poi il Covid ha bloccato tutto. Prima le chiusure parziali da marzo, poi il lockdown totale medico da dieci giorni. E’ stata questa la miccia che ha fatto esplodere la rabbia”. E il fuoco.

Il problema è che ora la miccia è accesa fuori. Davanti a un supermercato Lidl un gruppo di profughi ha conquistato il privilegio delle pensiline pensate per ombreggiare le macchine. Un uomo anziano tossisce ripetutamente. Beve da una bottiglia di plastica, prova a schiarirsi la gola, ma la tosse non smette. Conto sei mascherine per 63 persone ammassate sotto la tettoia.

Improvvisamente il silenzio si rompe. Un camion carico d’acqua arriva nel piazzale. Un’onda umana si alza. Centinaia di mani si sollevano. Qualche cassa cade, i ragazzi si litigano le bottiglie sparse a terra. Poi è la volta di un carico di pesche.

Sono le autorità greche ad aver inviato gli aiuti in attesa di una soluzione. Esclusa la partenza da Lesbo, concessa solo a 400 minori non accompagnati. “Gli altri non se andranno grazie al fuoco”, ha scandito il portavoce del governo. In porto ha attraccato un traghetto. Circa 2 mila persone potrebbero essere sistemate lì. Ma per diverse ong l’unica soluzione resta la redistribuzione nella Ue. Si teme che le navi diventino ghetti galleggianti, magari sigillati per l’emergenza coronavirus. “Stipando a volte per anni migliaia di persone in un posto sovraffollato gli Stati Ue fanno deterrenza per scoraggiare nuove partenze sulla pelle degli esseri umani”, denuncia Francesco Rocca, presidente di Croce e Mezzaluna Rossa internazionali. Ma quei posti sovraffollati prima o poi esplodono. Come Moria.