Esteri

"Uccidete tutto quello che vedete": la testimonianza shock di due soldati birmani sul genocidio dei Rohingya

(afp)
I disertori Myo Min Tun e Zaw Naing Tun confessano in video le stragi: è la prima estesa e credibile ammissione da parte di due membri dell'esercito. Le loro dichiarazioni sono ora al vaglio del Tribunale di Giustizia dell'Aia
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BANGKOK - Nel video fatto circolare da un'organizzazione umanitaria i due uomini poco più che trentenni parlano con voce monotona e il tono apparentemente impassibile. Hanno indosso le uniformi dei "tadmadaw", i militari birmani.

Dopo aver declinato nome, cognome, battaglione di appartenenza, descrivono con minuzia i raccapriccianti dettagli dei massacri di uomini, donne e bambini dell'etnia musulmana Rohingya dei quali non sono stati semplici testimoni, ma - loro malgrado, dicono - protagonisti attivi, obbligati dai propri superiori a uccidere, sotterrare, bruciare villaggi, stuprare donne. "Spara a tutto ciò che vedi e tutto ciò che senti" gli hanno detto i comandanti.

"Li abbiamo colpiti e fatti sparire secondo l'ordine di uccidere tutti, indipendentemente da bambini o adulti", spiegano di fronte alle telecamere i "soldati semplici" Myo Min Tun e Zaw Naing Tun, presunti disertori catturati nel luglio scorso dai guerriglieri dell'esercito indipendentista dell'Arakan Army nell'omonimo stato del Myanmar. Le stragi di cui si autoaccusano erano state state più volte descritte dai sopravvissuti al "genocidio" - termine usato dalle stesse Nazioni Unite - dell'estate del 2017.

Ma la loro è la prima estesa e credibile ammissione degli autori, non delle vittime, anche se ogni dichiarazione è ora al vaglio del Tribunale internazionale di Giustizia dell'Aia dove i due sarebbero detenuti dopo essere stati accompagnati al confine con il Bangladesh e consegnati allo stato islamico che ha poi provveduto a trasferirli in Olanda.

Mentre i giudici della speciale Corte si sono rifiutati di confermare i dettagli per la delicatezza delle indagini in corso da tempo sui crimini commessi tra l'agosto e il settembre di tre anni fa, la Ngo Fortify Rights che ha diffuso lo scioccante video-testimonianza considera "del tutto credibile" ogni parola dei militari. Payam Akhavan, consulente legale internazionale per il Bangladesh ed ex procuratore delle Nazioni Unite, ha confermato che i due "hanno chiesto protezione alle autorità di Dacca e confessato l'omicidio di massa e lo stupro di civili Rohingya".

Finora solo un piccolo gruppo di 7 soldati e ufficiali era stato processato dai tribunali dell'esercito per un massacro avvenuto nel villaggio di Inn Din e denunciato da un'inchiesta giornalistica della Reuters con tanto di foto degli uomini allineati davanti alla fossa comune.

La stessa Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, Nobel della Pace, andò all'Aia nel dicembre scorso per dire al Tribunale che le accuse di genocidio erano fabbricate, e che i militari avevano agito soltanto per fermare le azioni terroristiche di un gruppo chiamato "Arsa" autore di assalti alle loro caserme.
Il Parlamento Europeo ha deciso di escludere formalmente Aung San Suu Kyi, che ha ricevuto il premio Sacharov nel 1990, dalla comunità del premio, a causa della sua "inazione e la sua accettazione dei crimini in corso contro la comunità Rohingya in Myanmar". I suoi silenzi, l'avere 'accettato' le violenze e gli abusi commessi nei confronti della minoranza musulmana hanno indignato gli eurodeputati che oggi hanno voluto prendere le distanze rispetto al 1990, quando Strasburgo decise di conferirle il premio Sakharov per la libertà di pensiero. La decisione, la prima di questo tipo nella storia del parlamento Ue, ha un valore non solo simbolico, ma anche pratico. La comunità del Premio Sakharov agisce come canale di comunicazione che consente ai vincitori e al Parlamento di affrontare congiuntamente le violazioni dei diritti umani e le questioni correlate (afp)

L'attuale leader di fatto del paese, oggi ricandidata alla elezioni di novembre per la Lega della democrazia, si è sempre rifiutata perfino di usare il termine Rohingya, considerata dalla comunità internazionale l'etnia più perseguitata del mondo. Oltre 750 mila profughi vivono attualmente in campi di fortuna del Bangladesh e poco più di 600mila sono rimasti nello stato dell'Arakan oggi devastato dalla guerra civile scatenata dall'Arakan Army buddhista per ottenere l'indipendenza dalla Birmania.

Né lei, né il comando delle forze armate hanno commentato le dichiarazioni dei presunti disertori. "Abbiamo spazzato via circa 20 villaggi", ha detto Zaw Naing Tun, che ha aggiunto di aver gettato i corpi in una fossa comune. Confrontando la sua testimonianza e quella di Myo Min Tun, sarebbero oltre 150 i civili uccisi e diverse decine i villaggi distrutti dai loro battaglioni di fanteria leggera 353 e 565 nei due terribili mesi dell'ultimo genocidio. Sono ovviamente solo una piccola parte delle stime, come quella fatta da Medici senza frontiere che parla di 6700 Rohingya uccisi tra i quali 730 bambini, mentre l'Onu calcola almeno 200 insediamenti rasi al suolo.

Le zone più colpite sono state quelle attorno alle città di Buthidaung e Maungdaw a maggioranza islamica e i soldati hanno fornito particolari in gran parte combacianti con quelli dei profughi interrogati nei campi del Bangladesh dopo la loro fuga in massa. Difficile immaginare del resto, se non per il rimorso, il motivo dell'autoaccusa di Myo Min che ha detto di aver personalmente gettato in una fossa poi coperta dalle ruspe sette bambini, 15 uomini e otto donne, una delle quali è stata da lui personalmente violentata. Analoghi i racconti di Zaw Naing Tun, che nega però di aver partecipato agli stupri, anche se ha dovuto "coprire" gli ufficiali di "rango superiore" mentre infierivano su 5 donne.

"Abbiamo sparato agli uomini con un colpo in fronte" - ha detto Myo - elencando assieme al suo commilitone i nomi delle località poi date alle fiamme: Thin Ga Net, Doe Tan, Ngan Chaung, Kyet Yoe Pyin, Zin Paing Nyar, U Shey Kya. Queste pacifiche comunità fino a tre anni fa ospitavano un'etnia mai riconosciuta ufficialmente dalle autorità birmane che li chiama immigrati illegali "bengalesi".

Impossibile per chiunque andare a verificare che cosa sia rimasto oggi di villaggi descritti dai profughi come i luoghi ancestrali dove diverse generazioni di Rohingya hanno vissuto e si sono moltiplicate, creando tra la maggioranza buddhista birmana la paura di un'"invasione islamica". È stata questa la molla e la giustificazione usata dall'esercito e da gruppi di monaci fondamentalisti per instillare, in un crescendo di violenze e false informazioni diffuse ben prima del 2017, l'avversione e la diffidenza degli abitanti di diversa fede. Lo stesso fondatore di Facebook ha dovuto ammettere davanti al Senato Usa che la sua compagnia è stata uno dei principali veicoli di diffusione di quell'ondata inarrestabile di odio.

Ora le nuove testimonianze andranno ad alimentare il pesante dossier già raccolto dalla Corte internazionale dell'Aia dopo le investigazioni dell'Onu e la denuncia formale del governo del Gambia alla quale si sono associati soltanto l'Olanda e il Canada.