Una delle tende allestite nel nuovo campo di accoglienza sull'isola di Lesbo (ansa)
Gas lacrimogeni contro i migranti, i disperati di Moria si arrendono al nuovo campo
Stefania Di Lellis
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dalla nostra inviata STEFANIA DI LELLIS
Scontri tra la polizia e i richiedenti asilo rimasti senza rifugio dopo l'incendio di martedì a Lesbo. Dopo il fuoco speravano di essere redistribuiti in Europa. Ma la maggior parte delle famiglie dice: "Meglio le tende della strada"
Aggiornato 2 minuti di lettura
KARA TEPE (LESBO) - La resa è arrivata dopo una nuvola di fumo. Le forze antisommossa greche che bloccano la strada tra Kara Tepe e Mitilene hanno sparato lacrimogeni verso i migranti accampati nella strada. Decine in fuga sulla collinetta sterrata che sovrasta gli sfrattati di Moria. Qualcuno corre verso il mare. Tanti però si limitano a coprire la faccia con le coperte su cui stanno sdraiati da martedì, quando le fiamme hanno divorato il campo profughi più grande d’Europa.
Lesbo, scontri e gas lacrimogeni dopo l'incendio nel campo profughi di Moria
Non è chiaro cosa sia avvenuto prima. Qualcuno racconta che la polizia in borghese ha portato via tre uomini senza spiegare il perché dai giacigli davanti a una pompa di benzina e per questo è cominciata una sassaiola sugli agenti. Altri dicono che semplicemente si è sparsa la voce che entro poche ore sarebbe cominciato il trasfer…
KARA TEPE (LESBO) - La resa è arrivata dopo una nuvola di fumo. Le forze antisommossa greche che bloccano la strada tra Kara Tepe e Mitilene hanno sparato lacrimogeni verso i migranti accampati nella strada. Decine in fuga sulla collinetta sterrata che sovrasta gli sfrattati di Moria. Qualcuno corre verso il mare. Tanti però si limitano a coprire la faccia con le coperte su cui stanno sdraiati da martedì, quando le fiamme hanno divorato il campo profughi più grande d’Europa.
Lesbo, scontri e gas lacrimogeni dopo l'incendio nel campo profughi di Moria
Non è chiaro cosa sia avvenuto prima. Qualcuno racconta che la polizia in borghese ha portato via tre uomini senza spiegare il perché dai giacigli davanti a una pompa di benzina e per questo è cominciata una sassaiola sugli agenti. Altri dicono che semplicemente si è sparsa la voce che entro poche ore sarebbe cominciato il trasferimento nella nuova tendopoli allestita in tutta fretta dall’esercito in fondo allo stradone.
C’è chi grida che non ci andrà mai. Chi chiede “Libertà”. Ma la maggior parte della gente resta immobile. Le famiglie avevano già deciso di arrendersi.
Stefania Di Lellis, dalla nostra inviata STEFANIA DI LELLIS
Escono dalle capanne di fortuna costruite sul ciglio della strada, dai parcheggi, perfino dal cimitero dove avevano trovato rifugio tra le tombe e si mettono in cammino. File di passeggini gonfi di sacchi di plastica legati con gli spaghi. Cassette della frutta trasformate in carrellini, ma anche valigie, zaini e trolley. Come quello rosa con i fiori di Richfa Malumba, 4 anni, le treccine, la faccia senza sorriso. Guarda il nuovo campo di Kara Tepe e non ha capito se deve essere contenta. Richfa è arrivata a luglio dalla Repubblica democratica del Congo con suo padre Richard e la sua mamma, che era già incinta di cinque mesi allora e adesso è enorme, sudata e sofferente in fila per l’ennesima registrazione.
Molti degli ex di Moria avevano sperato che il fuoco divampato cinque giorni fa tagliasse i tempi per la distribuzione degli internati in Europa. Da subito però è stato chiarito che, a parte 400 minori non accompagnati, i paesi Ue non sono disposti ad accollarsi l’umanità che si accalca a Lesbo.
Stefania Di Lellis, dalla nostra inviata STEFANIA DI LELLIS
Il campo che migliaia di persone dovranno chiamare casa per un bel po’ è circondato da filo spinato e camionette militari. Per due giorni gli elicotteri hanno portato senza posa materiali in questo ex poligono militare vicinissimo a Moria. Che più che altro sembra ancora un cantiere. Una bimba afgana cammina per mano al suo papà per andare verso le nuove tende, ma una betoniera slitta nella terra sbancata di fresco e lei si stropiccia gli occhi per la polvere.
Dei ragazzini si sono già buttati nel mare, che è a pochi metri dalle tende. “Con l’acqua così vicina geleremo tra due mesi”, sospira un uomo proveniente dal Camerun.
In due tende bianche fiammanti targate Unicef, dono del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, si stanno allestendo le postazioni per i test anti Covid-19. Delle 35 persone che erano state trovate positive al coronavirus a Moria ne sono state rintracciate solo 8. Le altre sono sparse tra i migliaia nelle strade. Forse anche qui, in questa fila senza spazi davanti all’ingresso del campo.
Stefania Di Lellis, dalla nostra inviata STEFANIA DI LELLIS
“Sicuramente è meglio per noi venire qui ora – dice il padre di Richfa, Richard – non si può stare senza acqua, bagni, cibo. Almeno qui la mia famiglia potrà stare più decentemente”.
Il problema è che di tende per ora ne sono state montate 140 ognuna con una capienza di 6-8 persone. Vuol dire un migliaio di persone. “Ma si stanno creando altri spazi forse verso la collina”, indica Astrid Castelein, dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. L’Unhcr ha già fornito 240 tende che dovranno essere messe su. Ma nonostante gli sforzi, la capienza della nuova struttura sembra in grado di assorbire una goccia della alluvione umana che è fuori dal cancello.Per questo per ora nessuno fa pressioni per spostarsi. Soltanto alcuni operatori dell’Unhcr discretamente girano tra le famiglie consigliando di mettersi in coda.
Chi resta sul ciglio della strada domani si sveglierà in condizioni ancora più difficili. La distribuzione del cibo diventa sempre più violenta. I camion che portano acqua e viveri, vengono inseguiti da centinaia di disperati. Gli sportelloni aperti a forza in corsa. Una donna stamane è stata schiacciata nella calca ed è restata a lungo a terra. Domani forse non riuscirà a procurarsi da mangiare.