Mali, la guerra segreta fra Al Qaeda e l'Isis
dal nostro inviato PIETRO DEL REGli alleati dello Stato islamico sfidano quelli di Ayman Al Zawahiri per controllare il deserto del Sahel
BAMAKO - E' una guerra segreta, di cui è difficile contare i morti perché combattuta nelle roccaforti più remote tra legioni di uomini in motocicletta spalleggiati da pickup carichi di miliziani armati fino ai denti. Dopo aver a lungo convissuto nell'immenso deserto del Sahel, dividendosi i villaggi da saccheggiare, le caserme da assaltare e i convogli da taglieggiare, dall'inizio dell'anno i jihadisti affiliati ad Al Qaeda e quelli legati allo Stato islamico hanno cominciato ad affrontarsi aspramente sia per guadagnare il totale controllo della regione sia per affermare la propria supremazia internazionale. "Le prime schermaglie sono avvenute nel settore più orientale del Mali, per poi propagarsi un po' ovunque. A primavera, altri combattimenti hanno provocato almeno un centinaio di morti in entrambi i campi", dice il professor Amhadou Bocoum, attivista ed esperto di terrorismo che ci riceve nel suo ufficio dell'Universit&…
BAMAKO - E' una guerra segreta, di cui è difficile contare i morti perché combattuta nelle roccaforti più remote tra legioni di uomini in motocicletta spalleggiati da pickup carichi di miliziani armati fino ai denti. Dopo aver a lungo convissuto nell'immenso deserto del Sahel, dividendosi i villaggi da saccheggiare, le caserme da assaltare e i convogli da taglieggiare, dall'inizio dell'anno i jihadisti affiliati ad Al Qaeda e quelli legati allo Stato islamico hanno cominciato ad affrontarsi aspramente sia per guadagnare il totale controllo della regione sia per affermare la propria supremazia internazionale. "Le prime schermaglie sono avvenute nel settore più orientale del Mali, per poi propagarsi un po' ovunque. A primavera, altri combattimenti hanno provocato almeno un centinaio di morti in entrambi i campi", dice il professor Amhadou Bocoum, attivista ed esperto di terrorismo che ci riceve nel suo ufficio dell'Università di Bamako. "A giugno, altre battaglie si sono svolte vicino a Gao, e poi alla frontiera tra il Burkina Faso e il Niger, lasciando a terra decine di jihadisti. E' tuttavia ancora difficile prevedere che uscirà vincitore da questo conflitto occulto".
Secondo un generale francese dell'operazione Barkhane che incontriamo in un hotel della capitale maliana, al momento le forze di Iyad Ag Ghali, emiro di Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, gruppo fedele ad Al Qaeda, avrebbero la meglio su quelle di Adnane Abu Walid Al-Sahraoui, capo dell'organizzazione dello Stato islamico nel grande Sahara. "Queste ultime dispongono sicuramente di più uomini, ma quelle di Iyad Ag Ghali conoscono meglio queste sabbie e ancora godono di un solido sostegno presso le popolazioni locali. Una cosa è certa, qui il confronto tra le due anime rivali del terrorismo globale è solo all'inizio perché il loro terreno di scontro non è più il Medio Oriente bensì il deserto del Sahel", spiega il militare francese.
Il motivo di questa guerra dall'esito incerto è l'espansionismo dei jihadisti seguaci dell'Isis contro il quale si oppongono quelli fedeli ad Al Zawahiri, il successore di Bin Laden. Abilissimo nell'approfittare dei conflitti inter-etnici e nel promettere la spartizione del bottino dei saccheggi anche agli ultimi arrivati, il leader degli affiliati allo Stato Islamico è riuscito ad arruolare truppe che contano migliaia di uomini con le quali messo ha segno micidiali attacchi contro i soldati maliani e contro quelli di Barkhane, tanto da meritarsi, nel 2019, gli elogi dell'allora califfo Abu Bakr Al Baghdadi.
Ma a fomentare l'odio tra i due gruppi armati c'è dell'altro. Lo scorso febbraio, il presidente Ibrahim Boubacar Keita aveva invitato "i jihadisti maliani" al negoziato. Iyad Ag Ghali, che nel 2007 fu inviato dal governo di Bamako come consigliere culturale in Arabia Saudita, si disse pronto a trattare, ponendo come unica condizione il ritiro degli oltre cinquemila francesi dispiegati nel Paese, due dei quali sono stati uccisi sabato scorso. Per non aver rifiutato l'offerta di dialogo di Keita, Iyad Ag Ghali è diventato agli occhi delle legioni dello Stato islamico un "apostata", anche perché da quel momento i bombardamenti di Parigi sono stati diretti soprattutto contro di loro. "Abbiamo eliminato più di seicento terroristi negli ultimi sette mesi ma loro non la smettono di compiere razzie e attentati sanguinari, il che significa che i leader dell'Isis in Siria e in Iraq continuano a sostenere i loro affiliati nel Sahel", aggiunge il generale.
E' dal 2015 che gli attacchi jihadisti contro i mercati, i ristoranti, le chiese e i villaggi insanguinano questa regione africana, provocando migliaia di morti e un milione di profughi. L'Unione europea, e in particolare la Francia, ex potenza coloniale dell'area, da anni lotta contro questi gruppi armati e insieme sostiene diversi programmi di aiuti umanitari e allo sviluppo. Eppure, nulla può fermare la criminale macchina da guerra islamista, che ormai funesta perfino la Costa d'Avorio. Secondo Corinne Dufka, direttrice dell'attendibile Human Rights Watch in Africa occidentale, questo avviene per un solo motivo: "Gli abusi perpetrati dalle forze di sicurezza. Decine di capi villaggio mi hanno giurato che i giovani si uniscono agli islamisti anzitutto per vendicarsi delle esecuzioni sommarie compiute dai militari. In altre parole, sono le atrocità dei soldati che favoriscono l'arruolamento nei gruppi jihadisti".
Sono tante le organizzazioni che denunciano questo tipo di violenze. Fra le ultime la Commission Nationale des Droits de l'Homme et des Libertés Fondamentales di Niamey, dopo aver trovato nel nord-est del Niger, epicentro degli scontri con milizie islamiste, sei fosse comune con i corpi settanta civili. Tutti trucidati dai militari.
Secondo un generale francese dell'operazione Barkhane che incontriamo in un hotel della capitale maliana, al momento le forze di Iyad Ag Ghali, emiro di Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, gruppo fedele ad Al Qaeda, avrebbero la meglio su quelle di Adnane Abu Walid Al-Sahraoui, capo dell'organizzazione dello Stato islamico nel grande Sahara. "Queste ultime dispongono sicuramente di più uomini, ma quelle di Iyad Ag Ghali conoscono meglio queste sabbie e ancora godono di un solido sostegno presso le popolazioni locali. Una cosa è certa, qui il confronto tra le due anime rivali del terrorismo globale è solo all'inizio perché il loro terreno di scontro non è più il Medio Oriente bensì il deserto del Sahel", spiega il militare francese.
Il motivo di questa guerra dall'esito incerto è l'espansionismo dei jihadisti seguaci dell'Isis contro il quale si oppongono quelli fedeli ad Al Zawahiri, il successore di Bin Laden. Abilissimo nell'approfittare dei conflitti inter-etnici e nel promettere la spartizione del bottino dei saccheggi anche agli ultimi arrivati, il leader degli affiliati allo Stato Islamico è riuscito ad arruolare truppe che contano migliaia di uomini con le quali messo ha segno micidiali attacchi contro i soldati maliani e contro quelli di Barkhane, tanto da meritarsi, nel 2019, gli elogi dell'allora califfo Abu Bakr Al Baghdadi.
Ma a fomentare l'odio tra i due gruppi armati c'è dell'altro. Lo scorso febbraio, il presidente Ibrahim Boubacar Keita aveva invitato "i jihadisti maliani" al negoziato. Iyad Ag Ghali, che nel 2007 fu inviato dal governo di Bamako come consigliere culturale in Arabia Saudita, si disse pronto a trattare, ponendo come unica condizione il ritiro degli oltre cinquemila francesi dispiegati nel Paese, due dei quali sono stati uccisi sabato scorso. Per non aver rifiutato l'offerta di dialogo di Keita, Iyad Ag Ghali è diventato agli occhi delle legioni dello Stato islamico un "apostata", anche perché da quel momento i bombardamenti di Parigi sono stati diretti soprattutto contro di loro. "Abbiamo eliminato più di seicento terroristi negli ultimi sette mesi ma loro non la smettono di compiere razzie e attentati sanguinari, il che significa che i leader dell'Isis in Siria e in Iraq continuano a sostenere i loro affiliati nel Sahel", aggiunge il generale.
E' dal 2015 che gli attacchi jihadisti contro i mercati, i ristoranti, le chiese e i villaggi insanguinano questa regione africana, provocando migliaia di morti e un milione di profughi. L'Unione europea, e in particolare la Francia, ex potenza coloniale dell'area, da anni lotta contro questi gruppi armati e insieme sostiene diversi programmi di aiuti umanitari e allo sviluppo. Eppure, nulla può fermare la criminale macchina da guerra islamista, che ormai funesta perfino la Costa d'Avorio. Secondo Corinne Dufka, direttrice dell'attendibile Human Rights Watch in Africa occidentale, questo avviene per un solo motivo: "Gli abusi perpetrati dalle forze di sicurezza. Decine di capi villaggio mi hanno giurato che i giovani si uniscono agli islamisti anzitutto per vendicarsi delle esecuzioni sommarie compiute dai militari. In altre parole, sono le atrocità dei soldati che favoriscono l'arruolamento nei gruppi jihadisti".
Sono tante le organizzazioni che denunciano questo tipo di violenze. Fra le ultime la Commission Nationale des Droits de l'Homme et des Libertés Fondamentales di Niamey, dopo aver trovato nel nord-est del Niger, epicentro degli scontri con milizie islamiste, sei fosse comune con i corpi settanta civili. Tutti trucidati dai militari.