Stalin era in cura per paranoia, ora c'è anche la prova scientifica
di GIAMPAOLO CADALANUUn gruppo di ricercatori ha analizzato le tracce di sudore e saliva sui libri personali del leader sovietico riscontrando quantità di litio tali da indicare che fosse sottoposto a un trattamento medico, probabilmente anche per disturbo bipolare. La strana morte dello psichiatra che fece la diagnosi
Le cronache russe del 1927 raccontano che mancava un quarto d’ora alla mezzanotte del 24 dicembre quando Vladimir Mikhailovic Bekhterev esalò l’ultimo respiro. Lo studioso si era spostato da Leningrado a Mosca per fare da presidente onorario al primo Congresso panrusso di psichiatri e neuropatologi, ma aveva colto l’occasione, il 22, per visitare Josif Vissarionovic Dzugasvili, segretario del partito comunista dell’Urss, passato alla Storia come Stalin. Il neuropsichiatra si era lasciato scappare incautamente una diagnosi lapidaria: “Paranoia”. Poi il 23, riporta la Vestnik Znaniya, “si era sentito male”, per morire nella notte della vigilia di Natale.
Una morte strana, raccontata forse con le date sbagliate, ufficialmente causata da problemi gastrici mai chiariti, e seguita da un’autopsia parziale che consistette solo sull’esame del cervello. Gli studiosi lasciano capire che a uccidere Bekhterev fu probabilmente l&rs…
Una morte strana, raccontata forse con le date sbagliate, ufficialmente causata da problemi gastrici mai chiariti, e seguita da un’autopsia parziale che consistette solo sull’esame del cervello. Gli studiosi lasciano capire che a uccidere Bekhterev fu probabilmente l&rs…
Le cronache russe del 1927 raccontano che mancava un quarto d’ora alla mezzanotte del 24 dicembre quando Vladimir Mikhailovic Bekhterev esalò l’ultimo respiro. Lo studioso si era spostato da Leningrado a Mosca per fare da presidente onorario al primo Congresso panrusso di psichiatri e neuropatologi, ma aveva colto l’occasione, il 22, per visitare Josif Vissarionovic Dzugasvili, segretario del partito comunista dell’Urss, passato alla Storia come Stalin. Il neuropsichiatra si era lasciato scappare incautamente una diagnosi lapidaria: “Paranoia”. Poi il 23, riporta la Vestnik Znaniya, “si era sentito male”, per morire nella notte della vigilia di Natale.
Una morte strana, raccontata forse con le date sbagliate, ufficialmente causata da problemi gastrici mai chiariti, e seguita da un’autopsia parziale che consistette solo sull’esame del cervello. Gli studiosi lasciano capire che a uccidere Bekhterev fu probabilmente l’imprudenza: dichiarare paranoico il “piccolo Padre” dell’Unione Sovietica, all’apice del suo potere, non poteva essere permesso nemmeno al celebratissimo scienziato, amato dallo zar e rivale di Pavlov. Tanto più che Bekhterev al Cremlino era stato invitato come neuropatologo, per occuparsi del braccio di Stalin indebolito da un incidente d’infanzia, non come psichiatra. In altre parole, l’opinione più diffusa è che lo specialista fu avvelenato dai fedelissimi del segretario generale.
Al di là della morte poco chiara, è probabile che la diagnosi di Bekhterev sia stata condivisa in segreto dallo staff medico del Cremlino: un nuovo studio firmato da Gleb e Svetlana Zilberstein e Pier Giorgio Righetti sulla rivista Analytical and Bioanalytical Chemistry testimonia che Josif Stalin era in cura per paranoia, disturbo bipolare e forse anche gotta. Una conferma probabilmente non inattesa, quanto meno se si cede alla tentazione di giudizi storici sommari, ma certo clamorosa.
Lo strumento utilizzato da questi studiosi è lo stesso che in passato ha permesso di verificare vicende storiche considerate quasi leggendarie, dalla tubercolosi contratta da George Orwell durante la guerra di Spagna ai guai renali di Bulgakov, alle malattie veneree di Giacomo Casanova. La tecnica consiste nell’applicare sui documenti maneggiati dai personaggi storici striscioline di una plastica inerte (Etilen-Vinil-Acetato) con una patina di microsfere di resina a scambio ionico. Questi “cerotti” umidificano minimamente la superficie senza bagnarla né danneggiarla, e le microsfere attive ne “prelevano” le particelle biologiche depositate, come batteri, virus, metaboliti.
I ricercatori hanno avuto accesso ai libri personali di Stalin, soprattutto a quelli che il leader dell’Urss leggeva nel 1942, al culmine dello scontro fra l’Armata Rossa e le truppe del Terzo Reich. Sulle pagine della copia di “Ivan il terribile”, fra le annotazioni personali di Stalin sull’andamento della guerra, c’erano tracce di sudore e saliva con livelli di litio tali da far pensare a una cura specifica per la paranoia e il disturbo bipolare. La carta dei libri prodotti in quegli anni, rilevano gli scienziati, non poteva includere percentuali così evidenti di litio, che invece era già impiegato in modo diffuso nel trattamento delle malattie psichiatriche di tipo depressivo.
Bekhterev descriveva la paranoia con queste parole: “La debolezza del senso morale e l’assenza di concetti etici stabili si combinano con notevole arroganza a un atteggiamento inequivocabile verso gli altri, un’onestà cavalleresca e alti ideali di dovere, verità e bene comune”. Lo psichiatra in realtà aveva usato questa definizione per altri pazienti: valutare se la descrizione si adattasse anche a Stalin, a distanza di quasi un secolo, è compito degli storici.
Una morte strana, raccontata forse con le date sbagliate, ufficialmente causata da problemi gastrici mai chiariti, e seguita da un’autopsia parziale che consistette solo sull’esame del cervello. Gli studiosi lasciano capire che a uccidere Bekhterev fu probabilmente l’imprudenza: dichiarare paranoico il “piccolo Padre” dell’Unione Sovietica, all’apice del suo potere, non poteva essere permesso nemmeno al celebratissimo scienziato, amato dallo zar e rivale di Pavlov. Tanto più che Bekhterev al Cremlino era stato invitato come neuropatologo, per occuparsi del braccio di Stalin indebolito da un incidente d’infanzia, non come psichiatra. In altre parole, l’opinione più diffusa è che lo specialista fu avvelenato dai fedelissimi del segretario generale.
Al di là della morte poco chiara, è probabile che la diagnosi di Bekhterev sia stata condivisa in segreto dallo staff medico del Cremlino: un nuovo studio firmato da Gleb e Svetlana Zilberstein e Pier Giorgio Righetti sulla rivista Analytical and Bioanalytical Chemistry testimonia che Josif Stalin era in cura per paranoia, disturbo bipolare e forse anche gotta. Una conferma probabilmente non inattesa, quanto meno se si cede alla tentazione di giudizi storici sommari, ma certo clamorosa.
Lo strumento utilizzato da questi studiosi è lo stesso che in passato ha permesso di verificare vicende storiche considerate quasi leggendarie, dalla tubercolosi contratta da George Orwell durante la guerra di Spagna ai guai renali di Bulgakov, alle malattie veneree di Giacomo Casanova. La tecnica consiste nell’applicare sui documenti maneggiati dai personaggi storici striscioline di una plastica inerte (Etilen-Vinil-Acetato) con una patina di microsfere di resina a scambio ionico. Questi “cerotti” umidificano minimamente la superficie senza bagnarla né danneggiarla, e le microsfere attive ne “prelevano” le particelle biologiche depositate, come batteri, virus, metaboliti.
I ricercatori hanno avuto accesso ai libri personali di Stalin, soprattutto a quelli che il leader dell’Urss leggeva nel 1942, al culmine dello scontro fra l’Armata Rossa e le truppe del Terzo Reich. Sulle pagine della copia di “Ivan il terribile”, fra le annotazioni personali di Stalin sull’andamento della guerra, c’erano tracce di sudore e saliva con livelli di litio tali da far pensare a una cura specifica per la paranoia e il disturbo bipolare. La carta dei libri prodotti in quegli anni, rilevano gli scienziati, non poteva includere percentuali così evidenti di litio, che invece era già impiegato in modo diffuso nel trattamento delle malattie psichiatriche di tipo depressivo.
Bekhterev descriveva la paranoia con queste parole: “La debolezza del senso morale e l’assenza di concetti etici stabili si combinano con notevole arroganza a un atteggiamento inequivocabile verso gli altri, un’onestà cavalleresca e alti ideali di dovere, verità e bene comune”. Lo psichiatra in realtà aveva usato questa definizione per altri pazienti: valutare se la descrizione si adattasse anche a Stalin, a distanza di quasi un secolo, è compito degli storici.