Esteri

Manifestanti a Bangkok con le tre dita levate: il segno è diventato uno dei simboli della protesta (reuters)

I giovani ribelli della Thailandia tentano lo scacco al re

Per la prima volta messe in discussione le prerogative della monarchia. Un azzardo che turba gli stessi manifestanti e potrebbe accendere la repressione. Ma il grido per la democrazia non si tace.
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BANGKOK – C’era l’aria di una grande festa popolare con tanto di bancarelle, souvenir e cibo fritto durante l’ultimo week-end attorno al Grand Palace di Bangkok. Un evento insolito nella quiete della tradizionale e maestosa residenza dei reali thailandesi abitata da qualche membro dell’antica dinastia dei Chakri e dai funzionari di Corte, ma non dal sovrano che vive gran parte dell’anno in Germania.
Tra i 30 e i 50 mila studenti e attivisti di ogni età si sono raccolti nonostante le leggi d’emergenza per la pandemia del Covid-19 sul prato di Sanam Luang lungo le rive placide del fiume Chao Praya, mentre dagli altoparlanti di camion e palchi improvvisati risuonavano vecchi canti rivoluzionari thai e inni alla democrazia, comprese le note di “Bella Ciao”. Ma nell’allegria da sagra paesana era palpabile la preoccupazione per le possibili conseguenze della sfida senza precedenti lanciata dopo quattro mesi di proteste all’istituzione più importante del paese, il primo dei tre Pilastri (Monarchia, Nazione e Religione buddhista) indicati su tutti i libri di scuola e nella Costituzione.
 
Leader e militanti di questo vasto movimento che dall’inizio dell’estate è cresciuto sui social media, dentro le aule universitarie e perfino nelle classi delle scuole superiori, avevano limitato fino alla settimana scorsa le loro richieste a poche rivendicazioni già particolarmente delicate: sciogliere il Parlamento (e quindi sfiduciare il governo), cambiare le parti più controverse della Costituzione scritta dai militari prima del voto democratico del 2019 e porre fine agli arresti e alle persecuzioni dei dissidenti. Figure ormai celebri tra il popolo dei “ribelli” come l’avvocato Anom Nampa e lo studente della Thammasat university Parit Chiwarak, sono state già più volte arrestate e rilasciate su cauzione grazie al supporto del Free Youth (Gioventù libera), dell’Unione studenti, di accademici e gente comune scesa in piazza a Bangkok e in numerose altre città.
 
A metà agosto però è stato proprio nell’università tradizionalmente “ribelle” di Thammasat che ha fatto la sua prima comparsa un manifesto in 10 punti dove si tocca proprio il nervo più sensibile di tutti, la riforma dei poteri del 68enne Re Maha Vajiralongkorn, noto col titolo di Rama X ed erede di una dinastia sul trono dal 1782.

La portata storica del processo appena avviato fa tremare i polsi a tutte le istituzioni del paese e agli stessi protagonisti. Al punto che ben pochi si azzardano – almeno apertamente – a parlare di un’abolizione tout court della monarchia divenuta “costituzionale” con la ribellione del “Partito del popolo” nel lontano 1932, oggi reincarnato nel movimento degli studenti che domenica scorsa ne ha ripreso ufficialmente perfino il nome.

Al primo punto del decalogo spicca la proposta di abolire le leggi sulla lesa maestà che possono portare all’arresto e alla condanna fno a 15 anni di carcere, seguita dalla rivoluzionaria idea di separare la ricchezza personale del monarca dai beni del Crown Property Bureau, una potentissima istituzione finanziaria che gestisce miliardi di dollari in beni immobili, terre e società proprietarie tra l’altro di vaste aree della capitale Bangkok.

Non solo. Il “manifesto” vuole tagliare anche il bilancio del Palazzo Reale ed eliminare le “donazioni” – di fatto detratte dalle tasse - per la famiglia reale, una delle più ricche del mondo, specialmente dopo che la crisi del turismo nata con la pandemia di coronavirus ha messo in ginocchio l’economia nazionale e minacciato la sopravvivenza di molte famiglie povere.

C’è poi l’aspetto più culturale delle riforme, in un sistema scolastico dove l'istruzione e lo studio della storia sono basati soprattutto sul ruolo cruciale della monarchia attraverso i secoli. E, dulcis in fundo, la proposta di non permettere al re di “appoggiare alcun colpo di Stato” o di “esprimere opinioni politiche in pubblico”. Anche se nessun monarca è mai intervenuto formalmente nella scelta di governi e istituzioni del paese, la Thailandia ha visto succedersi dall’inizio del secolo scorso almeno 13 colpi di Stato per un motivo o per l’altro avallati di fatto dal Palazzo reale. Due di questi sono avvenuti negli ultimi 14 anni, entrambi al tempo del regno di Bhumibol Adulyadej, padre dell’attuale re. Nel 2006 fu costretto all’esilio l’ex premier populista Thaksin Shinawatra condannato per evasione fiscale, e nel 2014 lo stesso è accaduto a una sua parente stretta, Yingluck, accusata di aver frodato le casse dello stato con uno schema di aiuti ai coltivatori di riso.

Gli Shinawatra erano stati dall’inizio di questo millennio la vera e unica minaccia alla monarchia e al sistema degli “ammat”, l’aristocrazia thai che controlla gran parte dell’economia e della società. A sostenerli si ea schierato un vasto seguito popolare diventato celebre nel mondo come “movimento delle camicie rosse”, capace di tenere in scacco la capitale finché i “gialli” filo-realisti non ottennero il supporto dell’esercito e numerose vittime caddero nelle strade e nelle piazze.

Il paradosso della storia è che i “rossi” di Thaksin – eclissati per sei anni dalla vita pubblica, spesso costretti a nascondersi o uccisi in modo misterioso – hanno deciso di schierarsi apertamente in questi giorni al fianco degli studenti, con le magliette dello stesso colore di un tempo e perfino i ritratti dei militanti “scomparsi”. Secondo la giovane giornalista e attivista Wasinee Pabuprapap hanno ormai tagliato i loro vecchi legami con la famiglia Shinawatra per immergersi spontaneamente nel fiume in piena delle rivolte del 2020. Come i giovani ragazzi e ragazze del nuovo movimento, hanno anche adottato il gesto simbolico delle tre dita della mano alzate reso celebre dalla campionessa del “Distretto 12” nel film Hunger Games per salutare il popolo vessato dal potere assoluto di “Capitol”.

“Abbasso il feudalesimo" è stato il grido che si è levato da decine di migliaia di voci quando nel parco “proibito” adiacente al Palazzo reale la folla ha interrato una targa con scritto: “Il Paese appartiene al popolo”. Non a caso è stata già rimossa. Ma la sfida è appena cominciata e non sembra fermarla nemmeno la paura di un nuovo intervento dei soldati fedeli al re.
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