I simboli da cercare per capire l'attacco
di GIANLUCA DI FEONon è un caso che si sia scelto di colpire la strada dove c'era la redazione di Charlie Hebdo nel momento in cui si svolge il processo contro gli attentatori del 2015: il jihadismo ha tempi lunghi e la vendetta può arrivare dopo anni
Il valore dei simboli e del tempo sono due elementi chiave nell’ideologia jihadista che l’Occidente fatica a comprendere. Il nuovo attacco contro la sede di Charlie Hebdo ci obbliga ancora una volta a fare i conti con questa diversità. La visione di ogni fondamentalista è scandita da simboli, che servono a determinare i pilastri del suo agire: Gerusalemme e Roma, quella vera e quella nuova che oggi si chiama Costantinopoli, ricorrono in modo ossessivo nei loro proclami. Così come lo sono i “monumenti dell’idolatria”, quei luoghi che secondo loro incarnano l’oltraggio alla “vera fede”. Tra i tanti, un posto di rilievo ad esempio lo occupa l’affresco quattrocentesco con Maometto all’inferno nella basilica bolognese di San Petronio, che da vent’anni viene protetto dai soldati.
Non è solo una questione dottrinaria: in qualche modo questi simboli permettono di definire anche un obiettivo comune, …
Non è solo una questione dottrinaria: in qualche modo questi simboli permettono di definire anche un obiettivo comune, …
Il valore dei simboli e del tempo sono due elementi chiave nell’ideologia jihadista che l’Occidente fatica a comprendere. Il nuovo attacco contro la sede di Charlie Hebdo ci obbliga ancora una volta a fare i conti con questa diversità. La visione di ogni fondamentalista è scandita da simboli, che servono a determinare i pilastri del suo agire: Gerusalemme e Roma, quella vera e quella nuova che oggi si chiama Costantinopoli, ricorrono in modo ossessivo nei loro proclami. Così come lo sono i “monumenti dell’idolatria”, quei luoghi che secondo loro incarnano l’oltraggio alla “vera fede”. Tra i tanti, un posto di rilievo ad esempio lo occupa l’affresco quattrocentesco con Maometto all’inferno nella basilica bolognese di San Petronio, che da vent’anni viene protetto dai soldati.
Non è solo una questione dottrinaria: in qualche modo questi simboli permettono di definire anche un obiettivo comune, che superi le divisioni settarie tra le formazioni e scissioni religiose, mettendo a disposizione un bersaglio condiviso da Isis e Al Qaeda, da oltranzisti sciiti e sunniti.
Non è un caso se la strage del 7 gennaio 2015 nella redazione parigina venne condotta insieme da terroristi che poi separatamente con due video la rivendicarono a nome della organizzazioni guidate allora dal “Califfo” Al Baghdadi e da quella fondata da Osama Bin Laden: gruppi che in quel momento in Siria e in Libia si sparavano addosso. E pochi giorni fa anche la guida suprema iraniana Ali Khamenei, massima autorità religiosa sciita, ha definito le vignette su Maometto di Charlie Hebdo «un peccato imperdonabile». Un simbolo, appunto, che da quasi dieci anni continua a unire tutto l’Islam oltranzista: il primo attacco con bombe incendiarie risale al 2011. Perché – come ha sintetizzato l’ayatollah Khamenei – il settimanale satirico «ha rivelato l’ostilità e l’odio del sistema politico e culturale occidentale verso l’Islam e la comunità musulmana».
Dieci anni sono un’enormità per i ritmi della società europea, ma nella concezione musulmana il tempo scorre molto più lentamente. Noi crediamo che lo Stato islamico sia stato sconfitto con la caduta di Mosul e Raqqa, mentre ci sono migliaia di persone in armi che ancora sono pronte a morire in suo nome. E neppure l’uccisione dei leader influisce sulla prosecuzione del disegno: Al Qaeda è sopravvissuta alla morte di Bin Laden e continua a fare proseliti. I nostri calcoli sulla tenuta di questi movimenti spesso sono falsati dall’incapacità di entrare nella loro mentalità: un difetto che ha portato ad errori clamorosi, facendo fallire l’analisi delle più sofisticate unità di intelligence europee e statunitensi.
Anche per questo, è assolutamente prematuro tentare una lettura dell’assalto a colpi di mannaia nelle strade di Parigi. Il fatto che ci siano due fermati, le cui posizioni sono ancora al vaglio degli inquirenti, non permette neppure di capire se sia opera di un’organizzazione o di lupi solitari. Ma resta chiara la portata simbolica: colpire in quel luogo mentre si sta celebrando il processo per la prima strage. Un gesto destinato immediatamente a trasformarsi in un messaggio per tutto il popolo fondamentalista: un manifesto d’odio. E di speranza, per ribadire alle schiere battute sul campo la possibilità di riconquistare forza. I segnali di attivismo dell’Isis in Siria e in Iraq si stanno moltiplicando: crescono proporzionalmente al disimpegno americano dal terreno. Al Qaeda ha trovato linfa nel conflitto dimenticato in Yemen e mette radici nel Corno d’Africa. Resistono sul campo e allo stesso tempo aprono altre ramificazioni.
Non è una sorpresa notare come – stando alle prime informazioni diffuse dai media – uno dei fermati a Parigi sia “indo-pachistano”. La nuova leva del jihad non viene più dal Medio Oriente, dove una generazione ha vissuto l’orrore della “guerra santa” con intere città sbriciolate e l’economia desertificata, ma dall’Asia e dall’Africa. Gli ultimi volontari accorsi a difendere gli spalti di Mosul erano indiani e bengalesi; il più grande attacco sincronizzato contro chiese e hotel turistici è stato messo a segno un anno fa in Sri Lanka. Mentre in tutta l’Africa centrale, dal Mozambico alla Nigeria, non c’è più un Paese immune dalla proliferazione di milizie islamiche. Elementi che dovrebbero farci aprire sugli occhi su quali comunità adesso sono più esposte al contagio dei predicatori d’odio.
Non è solo una questione dottrinaria: in qualche modo questi simboli permettono di definire anche un obiettivo comune, che superi le divisioni settarie tra le formazioni e scissioni religiose, mettendo a disposizione un bersaglio condiviso da Isis e Al Qaeda, da oltranzisti sciiti e sunniti.
Non è un caso se la strage del 7 gennaio 2015 nella redazione parigina venne condotta insieme da terroristi che poi separatamente con due video la rivendicarono a nome della organizzazioni guidate allora dal “Califfo” Al Baghdadi e da quella fondata da Osama Bin Laden: gruppi che in quel momento in Siria e in Libia si sparavano addosso. E pochi giorni fa anche la guida suprema iraniana Ali Khamenei, massima autorità religiosa sciita, ha definito le vignette su Maometto di Charlie Hebdo «un peccato imperdonabile». Un simbolo, appunto, che da quasi dieci anni continua a unire tutto l’Islam oltranzista: il primo attacco con bombe incendiarie risale al 2011. Perché – come ha sintetizzato l’ayatollah Khamenei – il settimanale satirico «ha rivelato l’ostilità e l’odio del sistema politico e culturale occidentale verso l’Islam e la comunità musulmana».
Dieci anni sono un’enormità per i ritmi della società europea, ma nella concezione musulmana il tempo scorre molto più lentamente. Noi crediamo che lo Stato islamico sia stato sconfitto con la caduta di Mosul e Raqqa, mentre ci sono migliaia di persone in armi che ancora sono pronte a morire in suo nome. E neppure l’uccisione dei leader influisce sulla prosecuzione del disegno: Al Qaeda è sopravvissuta alla morte di Bin Laden e continua a fare proseliti. I nostri calcoli sulla tenuta di questi movimenti spesso sono falsati dall’incapacità di entrare nella loro mentalità: un difetto che ha portato ad errori clamorosi, facendo fallire l’analisi delle più sofisticate unità di intelligence europee e statunitensi.
Anche per questo, è assolutamente prematuro tentare una lettura dell’assalto a colpi di mannaia nelle strade di Parigi. Il fatto che ci siano due fermati, le cui posizioni sono ancora al vaglio degli inquirenti, non permette neppure di capire se sia opera di un’organizzazione o di lupi solitari. Ma resta chiara la portata simbolica: colpire in quel luogo mentre si sta celebrando il processo per la prima strage. Un gesto destinato immediatamente a trasformarsi in un messaggio per tutto il popolo fondamentalista: un manifesto d’odio. E di speranza, per ribadire alle schiere battute sul campo la possibilità di riconquistare forza. I segnali di attivismo dell’Isis in Siria e in Iraq si stanno moltiplicando: crescono proporzionalmente al disimpegno americano dal terreno. Al Qaeda ha trovato linfa nel conflitto dimenticato in Yemen e mette radici nel Corno d’Africa. Resistono sul campo e allo stesso tempo aprono altre ramificazioni.
Non è una sorpresa notare come – stando alle prime informazioni diffuse dai media – uno dei fermati a Parigi sia “indo-pachistano”. La nuova leva del jihad non viene più dal Medio Oriente, dove una generazione ha vissuto l’orrore della “guerra santa” con intere città sbriciolate e l’economia desertificata, ma dall’Asia e dall’Africa. Gli ultimi volontari accorsi a difendere gli spalti di Mosul erano indiani e bengalesi; il più grande attacco sincronizzato contro chiese e hotel turistici è stato messo a segno un anno fa in Sri Lanka. Mentre in tutta l’Africa centrale, dal Mozambico alla Nigeria, non c’è più un Paese immune dalla proliferazione di milizie islamiche. Elementi che dovrebbero farci aprire sugli occhi su quali comunità adesso sono più esposte al contagio dei predicatori d’odio.