BANGKOK – Amnesty International, una delle più note organizzazioni dei diritti umani al mondo, deve chiudere i battenti dei suoi uffici indiani e licenziare 140 persone. Il congelamento dei conti correnti da parte della “Direzione esecutiva” agli ordini del governo è stato l’ultimo atto dopo “due anni di molestie – scrive uno dei suoi leader – del ministero dell’Interno e parte di una caccia alle streghe contro i gruppi umanitari condotta del governo nazionalista hindu del premier Narendra Modi”.
Amnesty non è la sola a subire la pressione di un esecutivo supportato da decine di migliaia di post di netizen veri o fasulli creati dalla “Cellula IT” del Partito di maggioranza Bjp per diffamare ogni forma di opposizione. Specialmente in questo ultimo anno dalla rielezione di Modi, i post di odio in rete si sono moltiplicati, seguiti spesso da azioni giudiziarie e arresti contro numerosi attivisti accusati di ogni genere di reato per aver espresso il loro pensiero in pubblico e perfino in riunioni private.
Fondamentalisti autentici e troll si sono rallegrati in massa da Twitter a Facebook e Instagram per la fine delle attività di “un agente canaglia dell'occidente”, come uno di loro ha definito Amnesty. A non essere certamente piaciuti a Modi e al suo partito Bjp retto dal ministro degli Interni Amit Shah, sono stati specialmente i due ultimi rapporti del gruppo.
Nel primo si denunciavano le violazioni e “il coinvolgimento della polizia nelle rivolte comunali di Delhi” contro le leggi sulla cittadinanza discriminatorie verso i musulmani, ha ricordato la dirigente di Amnesty International Julie Verhaar. L’altro condannava invece “le restrizioni alle libertà civili in Jammu e Kashmir (stato a maggioranza islamica, ndr) un anno dopo che il governo aveva revocato l'autonomia politica della regione”.
Il direttore dell’organizzazione in India, Avinash Kumar, è più scandalizzato che sorpreso: "Trattare le organizzazioni per i diritti umani come imprese criminali e gli individui dissenzienti come criminali senza alcuna prova credibile è un tentativo deliberato delle forze dell'ordine e del governo indiano di alimentare un clima di paura e smantellare le voci critiche in India".
Non è una coincidenza – sostengono i critici di Modi – che il giro di vite contro avvocati, attivisti e studenti sia aumentato durante la pandemia di coronavirus. “I tribunali funzionano solo parzialmente e le riunioni di protesta sono state vietate”, dice Kumar. Ma “il mondo ignora il costo umano di questa repressione". Gli stessi attivisti di Amnesty hanno assistito ben prima del Covid a decine di raid nei loro uffici e nelle abitazioni da parte di diverse agenzie governative, anche se l’organizzazione dichiara di essere “pienamente conforme a tutte le leggi indiane e internazionali applicabili”. Infatti non esistono accuse formali, se non quelle del tribunale mediatico via twitter, Facebook e Instagram.
“Finalmente, la frode dell'amnistia è finita - scrive il signor Jignesh Vasani - Questa organizzazione ha causato per anni danni immensi all'India e al suo progresso”. “Piacere di sapere che lascia l'India – gli fa eco miss Neha Singh - I suoi collegamenti con l'Islam radicale e il governo britannico sono di dominio pubblico, come lo sfogo sul KASHMIR LIBERO !!!”.
Per non dare l’impressione che si tratti di una sconfitta definitiva sull’onda di minacce, accuse e provocazioni, Julie Verhaar ha assicurato che “questo non segna la fine del nostro fermo impegno nella lotta per i diritti umani in India. Lavoreremo risolutamente per determinare come Amnesty International possa continuare a svolgere la sua parte all'interno del movimento umanitario in India per gli anni a venire”.
Da qui l’ultimo strale verso un governo che segna ormai da tempo una svolta radicale rispetto all’immagine dell’India tollerante di Gandhi. "È un giorno triste – sostiene Verhaar - per un Paese della statura dell'India, una potenza globale in ascesa e membro del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, con una costituzione che si impegna per i diritti umani e i cui movimenti nazionali hanno influenzato il mondo”.
Amnesty non è la sola a subire la pressione di un esecutivo supportato da decine di migliaia di post di netizen veri o fasulli creati dalla “Cellula IT” del Partito di maggioranza Bjp per diffamare ogni forma di opposizione. Specialmente in questo ultimo anno dalla rielezione di Modi, i post di odio in rete si sono moltiplicati, seguiti spesso da azioni giudiziarie e arresti contro numerosi attivisti accusati di ogni genere di reato per aver espresso il loro pensiero in pubblico e perfino in riunioni private.
Fondamentalisti autentici e troll si sono rallegrati in massa da Twitter a Facebook e Instagram per la fine delle attività di “un agente canaglia dell'occidente”, come uno di loro ha definito Amnesty. A non essere certamente piaciuti a Modi e al suo partito Bjp retto dal ministro degli Interni Amit Shah, sono stati specialmente i due ultimi rapporti del gruppo.
Nel primo si denunciavano le violazioni e “il coinvolgimento della polizia nelle rivolte comunali di Delhi” contro le leggi sulla cittadinanza discriminatorie verso i musulmani, ha ricordato la dirigente di Amnesty International Julie Verhaar. L’altro condannava invece “le restrizioni alle libertà civili in Jammu e Kashmir (stato a maggioranza islamica, ndr) un anno dopo che il governo aveva revocato l'autonomia politica della regione”.
Il direttore dell’organizzazione in India, Avinash Kumar, è più scandalizzato che sorpreso: "Trattare le organizzazioni per i diritti umani come imprese criminali e gli individui dissenzienti come criminali senza alcuna prova credibile è un tentativo deliberato delle forze dell'ordine e del governo indiano di alimentare un clima di paura e smantellare le voci critiche in India".
Non è una coincidenza – sostengono i critici di Modi – che il giro di vite contro avvocati, attivisti e studenti sia aumentato durante la pandemia di coronavirus. “I tribunali funzionano solo parzialmente e le riunioni di protesta sono state vietate”, dice Kumar. Ma “il mondo ignora il costo umano di questa repressione". Gli stessi attivisti di Amnesty hanno assistito ben prima del Covid a decine di raid nei loro uffici e nelle abitazioni da parte di diverse agenzie governative, anche se l’organizzazione dichiara di essere “pienamente conforme a tutte le leggi indiane e internazionali applicabili”. Infatti non esistono accuse formali, se non quelle del tribunale mediatico via twitter, Facebook e Instagram.
“Finalmente, la frode dell'amnistia è finita - scrive il signor Jignesh Vasani - Questa organizzazione ha causato per anni danni immensi all'India e al suo progresso”. “Piacere di sapere che lascia l'India – gli fa eco miss Neha Singh - I suoi collegamenti con l'Islam radicale e il governo britannico sono di dominio pubblico, come lo sfogo sul KASHMIR LIBERO !!!”.
Per non dare l’impressione che si tratti di una sconfitta definitiva sull’onda di minacce, accuse e provocazioni, Julie Verhaar ha assicurato che “questo non segna la fine del nostro fermo impegno nella lotta per i diritti umani in India. Lavoreremo risolutamente per determinare come Amnesty International possa continuare a svolgere la sua parte all'interno del movimento umanitario in India per gli anni a venire”.
Da qui l’ultimo strale verso un governo che segna ormai da tempo una svolta radicale rispetto all’immagine dell’India tollerante di Gandhi. "È un giorno triste – sostiene Verhaar - per un Paese della statura dell'India, una potenza globale in ascesa e membro del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, con una costituzione che si impegna per i diritti umani e i cui movimenti nazionali hanno influenzato il mondo”.