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I negoziatori del governo di Kabul alle trattative di pace interafgane (afp)

Il Sudoku della pace con i Taliban

I compromessi dei "laici" di Kabul per sbloccare i negoziati con gli integralisti afgani. Il presidente Ghani fa pressioni sul Qatar. La delusione per la freddezza del Pakistan. Questo contenuto fa parte della newsletter Continental Breakfast, una selezione di articoli pubblicati dall'alleanza LENA (Leading European Newspaper Alliance). Per vedere un'anteprima potete cliccare qui / Per iscrivervi e riceverla ogni settimana sulla vostra casella di posta elettronica potete cliccare qui  
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Nella tappa di Kuwait City c’è un compito luttuoso: recitare la prima sura del Corano in onore dell’emiro Sabah IV, scomparso la settimana scorsa. A Doha c’è da partecipare al summit “Stabilità e benessere”, assieme agli uomini d’affari afgani impegnati nel Golfo. Ma non sfugge a nessun osservatore che il motivo fondamentale del viaggio diplomatico fra Kuwait e Qatar del presidente afgano Ashraf Ghani è quello dei negoziati fra delegati dei Taliban e rappresentanti del governo di Kabul. Il presidente deve mettere sul tavolo il peso della sua carica, sbloccando le trattative ferme e rilanciando il processo di pace. Non c’è tempo da perdere: gli occidentali vogliono far partire le truppe, gli attentati non danno tregua.

Secondo gli analisti della stampa afgana, Ashraf Ghani è deluso per l’atteggiamento tiepido del Pakistan, da sempre massimo sponsor dei Taliban, e vuole chiedere al Qatar di far pr…
Nella tappa di Kuwait City c’è un compito luttuoso: recitare la prima sura del Corano in onore dell’emiro Sabah IV, scomparso la settimana scorsa. A Doha c’è da partecipare al summit “Stabilità e benessere”, assieme agli uomini d’affari afgani impegnati nel Golfo. Ma non sfugge a nessun osservatore che il motivo fondamentale del viaggio diplomatico fra Kuwait e Qatar del presidente afgano Ashraf Ghani è quello dei negoziati fra delegati dei Taliban e rappresentanti del governo di Kabul. Il presidente deve mettere sul tavolo il peso della sua carica, sbloccando le trattative ferme e rilanciando il processo di pace. Non c’è tempo da perdere: gli occidentali vogliono far partire le truppe, gli attentati non danno tregua.

Secondo gli analisti della stampa afgana, Ashraf Ghani è deluso per l’atteggiamento tiepido del Pakistan, da sempre massimo sponsor dei Taliban, e vuole chiedere al Qatar di far pressione sui delegati fondamentalisti, perché tornino al tavolo dei colloqui. L’emirato del Golfo ha forte influenza sui Taliban, dopo aver accolto molti combattenti integralisti scarcerati da Kabul ma anche ex detenuti di Guantanamo, garantendo arresti domiciliari con condizioni molto più comode che in carcere. In più, Doha ha giocato bene le sue carte come ospite dei colloqui, ed è il primo governo che ha aperto le porte a un ufficio di rappresentanza stabile dei Taliban.

Il presidente, dicono le fonti del Palazzo, non parteciperà direttamente ai colloqui. In realtà questi non sono mai iniziati: dopo la cerimonia di apertura, più di tre settimane fa, le due delegazioni si sono misurate in un balletto di contatti preliminari e rinvii, legati soprattutto – racconta Tolo tv - al disaccordo su due punti delicati: il quadro normativo di fondo e la cornice giurisprudenziale religiosa. I Taliban pretendono che l’accordo firmato a Doha con Zalmay Khalilzad, inviato della Casa Bianca, sia il punto di riferimento normativo, e che l’unica direttiva religiosa sia la giurisprudenza hanafita, la scuola più importante del mondo sunnita.

La squadra governativa ribatte proponendo che in tema di religione anche la legge di tutela degli sciiti deve essere rispettata, e questo vale anche per le altre minoranze. Il nodo più complicato, però, è quello degli aspetti legali, su cui i tecnici di Kabul propongono quattro opzioni. La prima è che l’accordo Usa-Taliban venga adottato come sfondo, alla pari dell’accordo fra Afghanistan, Usa e Nato. La seconda invece prevede che nessun accordo venga preso in considerazione, ma si faccia riferimento alle decisioni dell’assemblea parlamentare, la Loya Jirga. Terza possibilità: si inizia a trattare avendo come unico riferimento “l’interesse dell’Afghanistan”. Quarta opzione: Corano e Hadith sono l’autorità suprema per le trattative.

Con questi presupposti, lo stallo era inevitabile. Entrambe le parti sanno di dover fare concessioni: i Taliban, nonostante i proclami contrari, sanno di non poter tornare all’Emirato islamico com’era prima del 2001, con gli abusi sui diritti delle donne e sulle minoranze, a meno di rinunciare al riconoscimento e soprattutto agli aiuti internazionali per la ricostruzione. Ma anche il governo di Kabul sa di dover accettare ritocchi costituzionali che imporranno un inevitabile carattere islamico allo Stato che verrà, cambiando almeno in parte il modello ispirato dall’Occidente.

Quale sarà l’Afghanistan del futuro, per ora non è chiaro. Una possibilità suggerita da qualche analista è quella del modello iraniano, sia pure in chiave sunnita: un sistema dei religiosi, dove il governo segue le direttive degli esperti di legge islamica. Altri però escludono che gli stessi Taliban possano accettare di seguire esempi importati dall’universo sciita. E una prospettiva del genere non sembra destinata a entusiasmare la parte più laica della società, e gli alleati occidentali di Kabul. Per ora, insomma, è da registrare solo che le due fazioni sono disponibili a trattare. E si può dar per certo che la stanchezza, dopo quarant’anni di scontri e massacri, costringerà anche i più riottosi a fare qualche compromesso, in nome della pace.
(Copyright la Repubblica/Lena-Leading European Newspaper Alliance)