"Troppo ingiustizie nell'unificazione della Germania"
di GUNNAR MEINHARDT e OLIVER MICHALSKYTrent'anni dopo la fine della Ddr, parla Egon Krenz. Era il successore designato di Erich Honecker e lo rovesciò solo quando era troppo tardi. È stato capo di Stato per sette settimane e successivamente è stato condannato a sei anni e sei mesi di reclusione nel processo al Politburo per i morti del Muro. Ma alla sua vita dà il titolo: "Ne è valsa la pena" (Die Welt)
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Dopo una carriera esemplare nella “Libera Gioventù Tedesca” e nel “Partito di Unità Socialista di Germania” (Sed) della Ddr, Egon Krenz indusse il suo mentore politico Erich Honecker a lasciare l'incarico nell'ottobre 1989, dopodiché divenne segretario generale del partito e presidente del Consiglio di Stato (la carica che aveva sostituito quella di presidente). Voleva salvare la Ddr come Stato socialista. Poche settimane dopo perse tutti gli incarichi. Die Welt ha incontrato l'uomo un tempo più potente della Ddr sulla Fischland, l’istmo sul Mar Baltico dove vive dietro le dune in una casa con un giardino ben curato. Ha 83 anni e sembra in forma. Krenz è ben preparato e mette sul tavolo una pila di documenti.
Signor Krenz, trent’anni fa lei, influente politico della Sed e per poco tempo capo dello Stato, ha perso il suo Paese. Come è potuto succedere?
"Ci penso dal 1989. Sarebbe tropp…
Signor Krenz, trent’anni fa lei, influente politico della Sed e per poco tempo capo dello Stato, ha perso il suo Paese. Come è potuto succedere?
"Ci penso dal 1989. Sarebbe tropp…
Dopo una carriera esemplare nella “Libera Gioventù Tedesca” e nel “Partito di Unità Socialista di Germania” (Sed) della Ddr, Egon Krenz indusse il suo mentore politico Erich Honecker a lasciare l'incarico nell'ottobre 1989, dopodiché divenne segretario generale del partito e presidente del Consiglio di Stato (la carica che aveva sostituito quella di presidente). Voleva salvare la Ddr come Stato socialista. Poche settimane dopo perse tutti gli incarichi. Die Welt ha incontrato l'uomo un tempo più potente della Ddr sulla Fischland, l’istmo sul Mar Baltico dove vive dietro le dune in una casa con un giardino ben curato. Ha 83 anni e sembra in forma. Krenz è ben preparato e mette sul tavolo una pila di documenti.
Signor Krenz, trent’anni fa lei, influente politico della Sed e per poco tempo capo dello Stato, ha perso il suo Paese. Come è potuto succedere?
"Ci penso dal 1989. Sarebbe troppo facile ridurre la fine della Ddr all'incapacità delle persone. L’Unione Sovietica aveva perso la Guerra fredda. Ciò ha avuto un impatto immediato sulla Ddr. Non c’è un’unica ragione. È un complesso di fattori soggettivi e oggettivi, storici, nazionali e internazionali, politici, economici e morali che alla fine hanno portato alla sconfitta. La posizione della Ddr nel centro dell’Europa era piuttosto scomoda sin dall'inizio".
Cosa intende dire?
"Eravamo sempre al centro delle tensioni tra gli Stati amici dell'Est, ai quali la guerra aveva inflitto brutte ferite, e gli Stati occidentali non ben disposti nei nostri confronti - per usare un eufemismo - che con il Piano Marshall si presentavano come una vetrina rivolta verso l’Oriente. Nel 1945, né i tedeschi dell’Ovest né i tedeschi dell’Est furono in grado di scegliere le condizioni della loro vita successiva. Gli sconvolgimenti nella Ddr furono una legittima alternativa alla precedente storia tedesca, con due guerre mondiali e la barbarie di Hitler. I due Stati tedeschi furono coinvolti nella dura lotta tra sistemi sociali in conflitto".
Le capita di chiedersi perché da voi le persone scappavano a centinaia di migliaia?
"Ovviamente questo mi turba ancora oggi. Già nelle memorie di Franz Josef Strauss si potevano scorgere le ragioni di quell’esodo nella crescita economica della Repubblica Federale, nella sua richiesta di manodopera e nelle buone opportunità di guadagno. A questo si sarebbe potuto porre rimedio se fossimo riusciti a ottenere una maggiore produttività del lavoro nella Ddr per soddisfare meglio i bisogni dei cittadini. Nel confronto con la Repubblica Federale, la Repubblica Democratica Tedesca era fin dall’inizio lo Stato economicamente più debole. L'intera Germania aveva perso la seconda guerra mondiale, ma solo alla Ddr fu presentato il conto. I pagamenti delle riparazioni della Ddr erano venticinque volte superiori a quelli della vecchia Repubblica Federale. La Ddr esisteva grazie alla cooperazione con l’Unione Sovietica. Quando quest’ultima non fu più in grado di far fronte ai suoi obblighi economici nei confronti della Ddr nella seconda metà degli anni Ottanta a causa della politica della perestrojka, la situazione cambiò radicalmente. Purtroppo non siamo riusciti a parlarne apertamente alla popolazione e, soprattutto, a coinvolgere i giovani".
Il vecchio detto comunista “Imparare dall’Unione Sovietica significa imparare a vincere” si ritorse improvvisamente contro la Sed.
"Gorbaciov ha posto le domande giuste, ma non aveva una visione coerente del cambiamento. Chi pensa ancora oggi che la Ddr avrebbe dovuto semplicemente seguire la perestrojka di Gorbaciov dimentica che questa politica alla fine portò alla dissoluzione dell'Unione Sovietica".
Nel 1990 lituani, lettoni ed estoni avevano una gran fretta di allontanarsi dalla sfera di influenza di Mosca e di progettare un futuro indipendente.
"Quella del Baltico è una storia particolare. È una vergogna che lì, proprio sul confine russo, ci siano truppe della Nato, compresi contingenti tedeschi. La storia è stata dimenticata".
Hanno una funzione difensiva.
"La Russia ha un legittimo bisogno di sicurezza. Ho vissuto a Mosca per qualche anno ed ero lì quando le famiglie russe ricordarono il 22 giugno, il giorno in cui la Germania attaccò l’Unione Sovietica nel 1941. In Russia c’è qualcosa come un patto sociale tra le generazioni: mai più le truppe straniere dovrebbero stare così vicine al confine nazionale come nel 1941. Lo si può comprendere, alla luce dei 27 milioni di vittime sovietiche nella seconda guerra mondiale. I politici tedeschi non dovrebbero mai dimenticarlo. Oltretutto, senza i russi non ci sarebbe l’unità tedesca".
La scelta di entrare a far parte della Nato, per esempio da parte dei polacchi, è stata una libera decisione.
"Che genere di “libera decisione” è quella basata sulla rottura di una parola data? Parlo per mia conoscenza: in caso di unificazione tedesca, le truppe Nato non avrebbero dovuto essere stanziate nemmeno nel territorio dell’ex-Ddr; figuriamoci più a est. Ho ancora nell’orecchio le parole del signor Wörner, l’allora segretario generale della Nato: “La nostra disponibilità a non posizionare le forze della Nato dietro i confini della Rft dà all’Unione Sovietica solide garanzie di sicurezza”. Il fatto che Gorbaciov fosse così ingenuo da credere a una cosa del genere senza un’assicurazione scritta non è una buona ragione per rompere le promesse fatte".
L’allora segretario generale del PCUS Mikhail Gorbaciov pose le basi per questo sviluppo politico. Cosa pensa di lui?
"Mi sono fidato di Gorbaciov per molto tempo. Perfino il mio ottimo rapporto con Erich Honecker è stato danneggiato da questa fiducia. Il 1° novembre 1989 ebbi un colloquio di quattro ore con Gorbaciov a Mosca. Gli chiesi: 'Che posto assegna l’Unione Sovietica ai due Stati tedeschi nella casa paneuropea?' Gli ricordai che la Ddr era stata creata in conseguenza della seconda guerra mondiale e della successiva Guerra fredda, e che era anche una figlia dell’Unione Sovietica. Era importante per la Ddr sapere se l’Unione Sovietica avrebbe mantenuto la sua paternità".
E cosa le rispose?
“'L'unità della Germania non è all'ordine del giorno. È ora di esercitare maggiori pressioni sul cancelliere Kohl. Ha scommesso sul cavallo del nazionalismo. La Ddr non può fidarsi di lui'. Forse ero ingenuo, ma credevo a Gorbaciov. In quegli stessi giorni, gli emissari sovietici presso la Cancelleria federale chiedevano alle nostre spalle quanto valeva l’unità tedesca per la Repubblica Federale".
Poco dopo, la Ddr era un ricordo del passato, uno Stato che aveva inciso la pretesa di potere e il ruolo guida della Sed nel preambolo della sua Costituzione. Lo si può leggere anche in questo modo: 2,3 milioni di membri della Sed che dettano legge a oltre 14 milioni di non-membri della Sed. Da dove traeva la Sed questa arroganza, che fino alla fine della Ddr ha continuato a esprimersi nella tiritera secondo cui “Il partito ha sempre ragione”?
"Non si può seriamente ridurre a quella tiritera la realtà costituzionale della Ddr. Per inciso, la Costituzione della Ddr è stata sottoposta al giudizio della popolazione in una discussione pubblica durata circa sei mesi e che ha prodotto 118 modifiche al progetto iniziale. Il 6 aprile 1968, il 94,5% degli elettori ha approvato la nuova Costituzione in un referendum. Certo, so bene che un partito deve ottenere la sua leadership con la fiducia, non con la legge".
Anche nella Ddr c’erano elezioni. E lei era il capo della commissione elettorale della Ddr nelle elezioni amministrative-farsa del 1989, che sono considerate uno dei chiodi della bara della Ddr.
"Non sono stato condannato per frode elettorale né nella Ddr né nella Repubblica Federale Tedesca. Non era nemmeno soltanto una questione di colpa soggettiva. La perdita del senso della realtà da parte della leadership della Ddr era collegata all’ingenua convinzione che si potesse ottenere quasi il 100% di consenso alla politica. In tutte le mie uscite pubbliche mi sono espresso criticamente su tutto questo. Come cittadino tedesco, tuttavia, trent’anni dopo sono più preoccupato del fatto che siamo stati gravemente ingannati alle elezioni europee. A capo dell’Ue c’è una personalità che non era nemmeno sulla scheda elettorale. Non è anche questa una sorta di frode elettorale, di cui nessuno sarà ritenuto responsabile?".
Ma questo – al contrario di quanto avvenuto nella Ddr nella primavera del 1989 - è stato messo al centro di un’ampia discussione pubblica e, in parte, ha suscitato critiche molto aspre. Questa Repubblica Federale è ormai il suo Paese?
"Domanda interessante. Di solito, mi chiedono se sono arrivato nella Repubblica Federale. Al che, rispondo: farebbe questa domanda anche a un tedesco occidentale? I tedeschi orientali devono sempre arrivare. I tedeschi occidentali, invece, sono sempre già qui".
È per questo che non le rivolgiamo la domanda in questi termini. Siamo entrambi dell’Est.
"Che significa il mio Paese? Sì, e quale, se no? Il Paese più bello per me è il Fischland, la zona in cui sono cresciuto e ora anche abito. Anche come cittadino della Ddr non ero russo, ma tedesco. Lo so, c’è chi fa fatica a riconoscersi nella Germania perché i nazionalisti ne fanno cattivo uso per i propri scopi. Ci sono sempre state due linee nella storia tedesca, la prospettiva dall'alto e quella dal basso. Poco prima del suo assassinio nel campo di concentramento di Buchenwald, dopo più di undici anni di prigione, il presidente del Kpd Ernst Thälmann dichiarò di essere orgoglioso di essere tedesco. Questo mi colpisce ancora oggi. Influenza anche il mio comportamento nel presente: ad esempio, non basta che le bandiere da guerra del Reich non sventolino sulle scale del Reichstag. Non dovrebbero comparire nemmeno per strada, andrebbero vietate".
Di nuovo: È questo il suo Paese?
"Ne parlo malvolentieri, ma se me lo chiede, non mi tiro indietro. Ovviamente ho i miei problemi con il sistema politico. Mi ha accolto nel 1990 con ventidue indagini preliminari, inclusa la folle accusa di essere stato corresponsabile dell’incidente del Pan-Am-Boeing 747 su Lockerbie. Ventuno procedimenti furono archiviati perché le accuse delle autorità federali tedesche si erano dimostrate insostenibili. E per quanto riguarda i sei anni e mezzo di reclusione, sono tranquillo. Nel giudizio storico, peseranno negativamente sulla Repubblica federale. Per poter punire cittadini della Ddr, ha dovuto violare le proprie regole, a partire dall’antico divieto della retroattività delle norme".
Lei ha parlato di “giustizia dei vincitori”.
"Effettivamente, ho detto che sarebbe stato meglio per il processo di unificazione, per la sovranità giudiziaria e la serenità storica, per la verità e la legalità, se la magistratura federale tedesca si fosse dichiarata parte in causa nei confronti della Ddr. Solo questo l’avrebbe sottratta all'accusa di essere una giustizia dei vincitori, qualcosa di completamente diverso da quello che intendo per giustizia. Che i giudici si sentissero soggettivamente parte in causa o meno, noi tedeschi siamo oggettivamente e ovviamente condizionati a causa dei rapporti conflittuali intercorsi tra i due Stati. Altrimenti, le difficoltà dell’integrazione sarebbero così persistenti come sono ora?".
Ma nel suo Paese sono state uccise persone che cercavano di lasciare la Ddr. Le persone che avevano opinioni divergenti sono state non solo sottoposte a sorveglianza, ma anche duramente vessate.
"Non posso che deplorare l'ingiustizia, sia che venisse compiuta al confine tra il Patto di Varsavia e la Nato, che era anche il confine di Stato della Ddr, o davanti ai confini dell'Europa. Ovunque venga perpetrata, deve essere perseguita e punita. Ciò che davvero mi stupisce ora è questa unilateralità di coloro che negano i fatti storici e si limitano a dire che la dirigenza della Ddr aveva il grilletto facile. Non volevamo morti, né al confine né altrove. Ogni persona morta mi ha turbato. Il fatto che nel contesto di un mondo bipolare non siamo riusciti a evitare morti e feriti è una delle mie sconfitte. A tutt’oggi non so cosa avremmo dovuto cambiare a Berlino, di ciò su cui le quattro potenze si erano accordate nel quadro di un compromesso politico globale. Non è necessario condividere le mie argomentazioni. Basterebbe accettare quanto aveva detto il presidente americano Kennedy, che si sentiva anche un berlinese: 'Non è una bella soluzione, ma è pur sempre meglio di una guerra'".
La costruzione del Muro nel 1961 non fu dovuta principalmente a questioni di guerra e pace. Il punto era che la Ddr stava subendo un esodo di persone senza precedenti.
"Nel giugno 1961 ci fu un incontro tra Krusciov e Kennedy. Quando si lasciarono, Krusciov disse a Kennedy: 'Signor Presidente, noi non vogliamo una guerra. Ma se lei la vuole, allora l’avrà'. In quel momento la situazione era così drammatica".
Ma, ovviamente, la Ddr costruì il Muro più tardi, quando lei assunse importanti cariche politiche. E lei dovette fare politica tenendone conto.
"Cerco di richiamare alla memoria fatti storici, niente di più. Detto ciò, il confine aperto era molto costoso per la Ddr. Sulla base dei prezzi all'epoca, costava più di 100 miliardi di marchi. La Ddr non poteva sostenere questo costo economico".
Quindi, non si trattava di una barriera antifascista, ma di una barriera motivata da considerazioni economiche.
"Una cosa non esclude l’altra".
È in pace con sé stesso?
"Non so se un politico riuscirà mai a essere in pace con sé stesso".
In pace nel senso di riconoscere dove ha fatto errori.
"Nel 1989 mi sono fatto avanti per mantenere la Ddr come Stato socialista sovrano. È andata male. Tuttavia, non sono un uomo distrutto. So cosa ho fatto. So quali errori ho compiuto e ora non sono né un eremita né uno che nega l’evidenza".
Non abbiamo detto questo.
"Certo, non riesco ancora a essere completamente in pace con me stesso. Sono profondamente colpito da tutta l’ingiustizia che ha accompagnato il processo di unificazione. Se, secondo la Fondazione Bertelsmann, circa il 60% dei tedeschi dell’Est intervistati si sentono ancora cittadini di seconda classe, ciò ha molto a che fare con queste ingiustizie. È sufficiente fare il nome della Treuhand [per esteso: “Treuhandanstalt”, un’agenzia istituita nella fase finale della Ddr con il compito di privatizzare le aziende statali in base ai princìpi dell’economia sociale di mercato, garantendo efficienza e competitività – n.d.t.]: nel mezzo della pace e nel mezzo dell’Europa, un’intera economia è stata distrutta. Inoltre, la Ddr aveva un personale dotato di una formazione di prim’ordine. Alora lo chiamavamo 'personale specializzato'; oggi, con un po’ di enfasi, lo chiamano 'élite'".
Ma c'era un’élite, anche se non la si chiamava così.
"Sì. C’era non solo nella politica, ma anche nella scienza, nell’istruzione, nella cultura, nella medicina e nello Stato. Con questa particolarità: dopo la guerra, molti di loro erano ancora operai e agricoltori diplomati all’Abf (Arbeiter- und Bauern-Fakultät: sistema di corsi preparatori agli studi superiori per giovani operai e contadini, istituito nella DDR a partire dal 1949 – n.d.t) negli anni Quaranta. Erano persone che - come si dice oggi - venivano dal basso. Nel 1990 erano spesso all'apice della loro carriera. Con la riunificazione tedesca andarono in pensione anticipata o finirono disoccupati, anche se si trovavano nella fase più creativa della loro vita".
Non tutti.
"L’85%. Non solo sociologi, ma anche medici, scienziati e persino teologi disubbidienti. Per fare un confronto: nel 1933 i nazisti cambiarono l’11% delle élite della Repubblica di Weimar; sul territorio della vecchia Repubblica Federale Tedesca dopo la guerra fu sostituito il 13% delle élite della dittatura nazista. Giudichi lei stesso come sono state trattate le élite della Ddr".
La fisica Angela Merkel, ad esempio, non si è lasciata scoraggiare.
"Sì, dicono che fosse una brava fisica. Un fatto che parla a favore del sistema di istruzione della Ddr. Tuttavia, non ho mai saputo se abbia mai reincontrato i suoi insegnanti accademici e si sia spesa per la loro permanenza nel mondo della scienza".
Si sarebbe potuta salvare la Ddr?
"Non sono un astrologo. La storia non è mai priva di alternative. Ogni tanto penso che sia quasi un miracolo che siamo durati quarant’anni, date le condizioni della nostra esistenza. La Ddr non può essere vista solo dalla prospettiva della sua fine. Ricordo la visita di Erich Honecker nel 1987 alla Villa Hügel della famiglia Krupp a Essen. Lì incontrò i principali esponenenti dell'economia della Germania occidentale. Trecento rappresentanti della grande industria e delle medie imprese si contesero il suo favore. Erano tutti ben informati sull’economia della Ddr. Non si incontrarono con il capo dello Stato della Ddr perché volevano sostenere una 'economia in difficoltà'. Fiutavano buoni affari. Pensa che Franz Josef Strauss avrebbe fatto una campagna per un prestito per la Ddr se avesse previsto la fine della Ddr? Pensa che Helmut Kohl avrebbe ascoltato l'inno nazionale della Ddr davanti alla Cancelleria federale nel 1987 se avesse previsto la caduta della Ddr? Pensa davvero che il suo giornale si sarebbe astenuto dal mettere tra virgolette la sigla Ddr nell’autunno 1989 se fosse stata prevista l’apertura del confine? Helmut Kohl mi chiamò l’11 novembre 1989. Non disse grazie per la 'caduta del muro di Berlino', come oggi viene chiamata erroneamente, ma correttamente per l’'apertura del confine'".
Prima ha detto che si è lasciato sfuggire l’opportunità di coinvolgere i giovani. Ma colui che avrebbe dovuto coinvolgere i giovani siede di fronte a noi.
"Noi, me compreso, ovviamente, pensavamo, sbagliando, che la Ddr fosse libera da conflitti generazionali. Abbiamo anche sottovalutato il fatto che i giovani non volessero sapere dagli ottantenni cosa ne sarebbe stato del Muro tra cento anni. Volevano avere voce in capitolo nel loro futuro. All’inizio dell’estate del 1989 non prendemmo sul serio la parola d’ordine gridata da tanta gente: 'Noi restiamo qui', e purtroppo rimanemmo in silenzio quando tanti giovani ci lasciarono. Solo allora nacque lo slogan 'Noi siamo il popolo', che in seguito divenne 'Noi siamo un popolo', con un enorme sostegno da parte dell’Occidente".
E quindi?
"Sì, la situazione generale in estate e in autunno portò al licenziamento di Erich Honecker il 18 ottobre 1989. Non si trattava di una rinuncia, ma di un’impeachment dopo diversi giorni di dure discussioni nel Politburo. L'iniziativa non fu facile per me. Dopo tutto, ero stato per anni un politico al fianco di Honecker. Ma a un certo punto i figli diventano indipendenti".
Da lì è poi scaturita una dinamica culminata nella manifestazione di diverse centinaia di migliaia di persone a Berlino il 4 novembre. In qualità di presidente del Consiglio di difesa nazionale, il giorno prima aveva ordinato alle forze di sicurezza di non usare la violenza. Si sente troppo poco apprezzato per questo?
"Non sono così vanitoso. Mi arrabbiai quando il presidente federale Köhler alla cerimonia di Stato del 2009 a Lipsia affermò, a proposito degli eventi del 9 ottobre 1989: 'I carri armati stazionavano davanti alla città, la polizia distrettuale aveva ricevuto la consegna di sparare senza riguardi, se ne avesse avuto l’ordine'. Non è mai avvenuto niente di simile. Ho chiesto al presidente federale Steinmeier di correggere questa dichiarazione. Non l’ha fatto fino ad oggi. Anzi, alla cerimonia di Stato del 2019 ha detto nello stesso luogo: 'La storia sarebbe stata diversa se Mikhail Gorbaciov non avesse deciso al Cremlino di non inviare truppe; se Mikhail Gorbaciov non avesse esortato la dirigenza della Sed alla moderazione'. Una tale affermazione presume che la leadership della Ddr sarebbe stata determinata a usare la violenza. Per quanto ne so posso testimoniare che in nessun momento si è preso in considerazione l’uso della forza contro i manifestanti a Lipsia o altrove. Pertanto, un monito di Gorbaciov non era necessario. Non ho mai ricevuto alcuna esortazione di questo genere da Mosca, né oralmente né per iscritto, né dall'ambasciatore né direttamente dal Cremlino. Vorrei sapere da quale fonte proviene la dichiarazione del Presidente federale. Non si tratta di cavillare sulle parole. Si sta parlando di processi storici e della loro interpretazione".
Quanto tempo le è occorso per capire che, nonostante il suo potere di primo uomo dello Stato, era impotente?
"Non ero impotente. Avrei potuto dare l’ordine di chiudere di nuovo i confini. Gli amici sovietici non avrebbero affatto potuto opporsi. Infatti la loro prima reazione fu che la Ddr non aveva il diritto di aprire il confine. Il che era vero: a Berlino gli alleati erano ancora al comando, come confermato dall’accordo fra le quattro potenze rinnovato nel 1971. Il cambiamento unilaterale nello status quo – rappresentato dall’apertura del confine - era una violazione del diritto internazionale da parte della Ddr. Risposi alle critiche dell’ambasciatore sovietico con queste parole: 'Se stasera avessimo deciso diversamente, ci sarebbe stato uno spargimento di sangue'. Poi inviai un telegramma di Stato a Mosca. Gorbaciov rispose immediatamente e si congratulò con noi per la nostra decisione".
Quale fu la sua reazione?
"Contrastante".
Perché?
"Prima critiche e solo poche ore dopo complimenti per la stessa causa. Riesce a immaginare cosa era successo dentro di me dopo una notte insonne e soprattutto esplosiva? Una decisione sbagliata avrebbe potuto facilmente provocare un conflitto militare. In quel momento non sapevo esattamente chi fosse ancora al comando a Mosca: Gorbaciov, il Kgb, il ministro degli Esteri, l’esercito? Ma sapevo che i miei amici dell'Alto Comando dell'esercito sovietico a Wünsdorf ci dicevano sempre: “Se avete bisogno di noi, noi ci siamo”. Quindi non ero così impotente. Non ho abusato del mio potere. Non abbiamo sbattuto la porta dietro di noi".
Quale titolo darebbe alla sua vita?
“Ha avuto senso e ne è valsa la pena”.
E quando uscirà la sua biografia?
"Al momento sono felice che il mio libro 'Noi e i Russi' sia diventato un best-seller. Sto scrivendo le mie memorie. Non so ancora se le pubblicherò mai".
(Copyright Die Welt/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Carlo Sandrelli)
Signor Krenz, trent’anni fa lei, influente politico della Sed e per poco tempo capo dello Stato, ha perso il suo Paese. Come è potuto succedere?
"Ci penso dal 1989. Sarebbe troppo facile ridurre la fine della Ddr all'incapacità delle persone. L’Unione Sovietica aveva perso la Guerra fredda. Ciò ha avuto un impatto immediato sulla Ddr. Non c’è un’unica ragione. È un complesso di fattori soggettivi e oggettivi, storici, nazionali e internazionali, politici, economici e morali che alla fine hanno portato alla sconfitta. La posizione della Ddr nel centro dell’Europa era piuttosto scomoda sin dall'inizio".
Cosa intende dire?
"Eravamo sempre al centro delle tensioni tra gli Stati amici dell'Est, ai quali la guerra aveva inflitto brutte ferite, e gli Stati occidentali non ben disposti nei nostri confronti - per usare un eufemismo - che con il Piano Marshall si presentavano come una vetrina rivolta verso l’Oriente. Nel 1945, né i tedeschi dell’Ovest né i tedeschi dell’Est furono in grado di scegliere le condizioni della loro vita successiva. Gli sconvolgimenti nella Ddr furono una legittima alternativa alla precedente storia tedesca, con due guerre mondiali e la barbarie di Hitler. I due Stati tedeschi furono coinvolti nella dura lotta tra sistemi sociali in conflitto".
Le capita di chiedersi perché da voi le persone scappavano a centinaia di migliaia?
"Ovviamente questo mi turba ancora oggi. Già nelle memorie di Franz Josef Strauss si potevano scorgere le ragioni di quell’esodo nella crescita economica della Repubblica Federale, nella sua richiesta di manodopera e nelle buone opportunità di guadagno. A questo si sarebbe potuto porre rimedio se fossimo riusciti a ottenere una maggiore produttività del lavoro nella Ddr per soddisfare meglio i bisogni dei cittadini. Nel confronto con la Repubblica Federale, la Repubblica Democratica Tedesca era fin dall’inizio lo Stato economicamente più debole. L'intera Germania aveva perso la seconda guerra mondiale, ma solo alla Ddr fu presentato il conto. I pagamenti delle riparazioni della Ddr erano venticinque volte superiori a quelli della vecchia Repubblica Federale. La Ddr esisteva grazie alla cooperazione con l’Unione Sovietica. Quando quest’ultima non fu più in grado di far fronte ai suoi obblighi economici nei confronti della Ddr nella seconda metà degli anni Ottanta a causa della politica della perestrojka, la situazione cambiò radicalmente. Purtroppo non siamo riusciti a parlarne apertamente alla popolazione e, soprattutto, a coinvolgere i giovani".
Il vecchio detto comunista “Imparare dall’Unione Sovietica significa imparare a vincere” si ritorse improvvisamente contro la Sed.
"Gorbaciov ha posto le domande giuste, ma non aveva una visione coerente del cambiamento. Chi pensa ancora oggi che la Ddr avrebbe dovuto semplicemente seguire la perestrojka di Gorbaciov dimentica che questa politica alla fine portò alla dissoluzione dell'Unione Sovietica".
Nel 1990 lituani, lettoni ed estoni avevano una gran fretta di allontanarsi dalla sfera di influenza di Mosca e di progettare un futuro indipendente.
"Quella del Baltico è una storia particolare. È una vergogna che lì, proprio sul confine russo, ci siano truppe della Nato, compresi contingenti tedeschi. La storia è stata dimenticata".
Hanno una funzione difensiva.
"La Russia ha un legittimo bisogno di sicurezza. Ho vissuto a Mosca per qualche anno ed ero lì quando le famiglie russe ricordarono il 22 giugno, il giorno in cui la Germania attaccò l’Unione Sovietica nel 1941. In Russia c’è qualcosa come un patto sociale tra le generazioni: mai più le truppe straniere dovrebbero stare così vicine al confine nazionale come nel 1941. Lo si può comprendere, alla luce dei 27 milioni di vittime sovietiche nella seconda guerra mondiale. I politici tedeschi non dovrebbero mai dimenticarlo. Oltretutto, senza i russi non ci sarebbe l’unità tedesca".
La scelta di entrare a far parte della Nato, per esempio da parte dei polacchi, è stata una libera decisione.
"Che genere di “libera decisione” è quella basata sulla rottura di una parola data? Parlo per mia conoscenza: in caso di unificazione tedesca, le truppe Nato non avrebbero dovuto essere stanziate nemmeno nel territorio dell’ex-Ddr; figuriamoci più a est. Ho ancora nell’orecchio le parole del signor Wörner, l’allora segretario generale della Nato: “La nostra disponibilità a non posizionare le forze della Nato dietro i confini della Rft dà all’Unione Sovietica solide garanzie di sicurezza”. Il fatto che Gorbaciov fosse così ingenuo da credere a una cosa del genere senza un’assicurazione scritta non è una buona ragione per rompere le promesse fatte".
L’allora segretario generale del PCUS Mikhail Gorbaciov pose le basi per questo sviluppo politico. Cosa pensa di lui?
"Mi sono fidato di Gorbaciov per molto tempo. Perfino il mio ottimo rapporto con Erich Honecker è stato danneggiato da questa fiducia. Il 1° novembre 1989 ebbi un colloquio di quattro ore con Gorbaciov a Mosca. Gli chiesi: 'Che posto assegna l’Unione Sovietica ai due Stati tedeschi nella casa paneuropea?' Gli ricordai che la Ddr era stata creata in conseguenza della seconda guerra mondiale e della successiva Guerra fredda, e che era anche una figlia dell’Unione Sovietica. Era importante per la Ddr sapere se l’Unione Sovietica avrebbe mantenuto la sua paternità".
E cosa le rispose?
“'L'unità della Germania non è all'ordine del giorno. È ora di esercitare maggiori pressioni sul cancelliere Kohl. Ha scommesso sul cavallo del nazionalismo. La Ddr non può fidarsi di lui'. Forse ero ingenuo, ma credevo a Gorbaciov. In quegli stessi giorni, gli emissari sovietici presso la Cancelleria federale chiedevano alle nostre spalle quanto valeva l’unità tedesca per la Repubblica Federale".
Poco dopo, la Ddr era un ricordo del passato, uno Stato che aveva inciso la pretesa di potere e il ruolo guida della Sed nel preambolo della sua Costituzione. Lo si può leggere anche in questo modo: 2,3 milioni di membri della Sed che dettano legge a oltre 14 milioni di non-membri della Sed. Da dove traeva la Sed questa arroganza, che fino alla fine della Ddr ha continuato a esprimersi nella tiritera secondo cui “Il partito ha sempre ragione”?
"Non si può seriamente ridurre a quella tiritera la realtà costituzionale della Ddr. Per inciso, la Costituzione della Ddr è stata sottoposta al giudizio della popolazione in una discussione pubblica durata circa sei mesi e che ha prodotto 118 modifiche al progetto iniziale. Il 6 aprile 1968, il 94,5% degli elettori ha approvato la nuova Costituzione in un referendum. Certo, so bene che un partito deve ottenere la sua leadership con la fiducia, non con la legge".
Anche nella Ddr c’erano elezioni. E lei era il capo della commissione elettorale della Ddr nelle elezioni amministrative-farsa del 1989, che sono considerate uno dei chiodi della bara della Ddr.
"Non sono stato condannato per frode elettorale né nella Ddr né nella Repubblica Federale Tedesca. Non era nemmeno soltanto una questione di colpa soggettiva. La perdita del senso della realtà da parte della leadership della Ddr era collegata all’ingenua convinzione che si potesse ottenere quasi il 100% di consenso alla politica. In tutte le mie uscite pubbliche mi sono espresso criticamente su tutto questo. Come cittadino tedesco, tuttavia, trent’anni dopo sono più preoccupato del fatto che siamo stati gravemente ingannati alle elezioni europee. A capo dell’Ue c’è una personalità che non era nemmeno sulla scheda elettorale. Non è anche questa una sorta di frode elettorale, di cui nessuno sarà ritenuto responsabile?".
Ma questo – al contrario di quanto avvenuto nella Ddr nella primavera del 1989 - è stato messo al centro di un’ampia discussione pubblica e, in parte, ha suscitato critiche molto aspre. Questa Repubblica Federale è ormai il suo Paese?
"Domanda interessante. Di solito, mi chiedono se sono arrivato nella Repubblica Federale. Al che, rispondo: farebbe questa domanda anche a un tedesco occidentale? I tedeschi orientali devono sempre arrivare. I tedeschi occidentali, invece, sono sempre già qui".
È per questo che non le rivolgiamo la domanda in questi termini. Siamo entrambi dell’Est.
"Che significa il mio Paese? Sì, e quale, se no? Il Paese più bello per me è il Fischland, la zona in cui sono cresciuto e ora anche abito. Anche come cittadino della Ddr non ero russo, ma tedesco. Lo so, c’è chi fa fatica a riconoscersi nella Germania perché i nazionalisti ne fanno cattivo uso per i propri scopi. Ci sono sempre state due linee nella storia tedesca, la prospettiva dall'alto e quella dal basso. Poco prima del suo assassinio nel campo di concentramento di Buchenwald, dopo più di undici anni di prigione, il presidente del Kpd Ernst Thälmann dichiarò di essere orgoglioso di essere tedesco. Questo mi colpisce ancora oggi. Influenza anche il mio comportamento nel presente: ad esempio, non basta che le bandiere da guerra del Reich non sventolino sulle scale del Reichstag. Non dovrebbero comparire nemmeno per strada, andrebbero vietate".
Di nuovo: È questo il suo Paese?
"Ne parlo malvolentieri, ma se me lo chiede, non mi tiro indietro. Ovviamente ho i miei problemi con il sistema politico. Mi ha accolto nel 1990 con ventidue indagini preliminari, inclusa la folle accusa di essere stato corresponsabile dell’incidente del Pan-Am-Boeing 747 su Lockerbie. Ventuno procedimenti furono archiviati perché le accuse delle autorità federali tedesche si erano dimostrate insostenibili. E per quanto riguarda i sei anni e mezzo di reclusione, sono tranquillo. Nel giudizio storico, peseranno negativamente sulla Repubblica federale. Per poter punire cittadini della Ddr, ha dovuto violare le proprie regole, a partire dall’antico divieto della retroattività delle norme".
Lei ha parlato di “giustizia dei vincitori”.
"Effettivamente, ho detto che sarebbe stato meglio per il processo di unificazione, per la sovranità giudiziaria e la serenità storica, per la verità e la legalità, se la magistratura federale tedesca si fosse dichiarata parte in causa nei confronti della Ddr. Solo questo l’avrebbe sottratta all'accusa di essere una giustizia dei vincitori, qualcosa di completamente diverso da quello che intendo per giustizia. Che i giudici si sentissero soggettivamente parte in causa o meno, noi tedeschi siamo oggettivamente e ovviamente condizionati a causa dei rapporti conflittuali intercorsi tra i due Stati. Altrimenti, le difficoltà dell’integrazione sarebbero così persistenti come sono ora?".
Ma nel suo Paese sono state uccise persone che cercavano di lasciare la Ddr. Le persone che avevano opinioni divergenti sono state non solo sottoposte a sorveglianza, ma anche duramente vessate.
"Non posso che deplorare l'ingiustizia, sia che venisse compiuta al confine tra il Patto di Varsavia e la Nato, che era anche il confine di Stato della Ddr, o davanti ai confini dell'Europa. Ovunque venga perpetrata, deve essere perseguita e punita. Ciò che davvero mi stupisce ora è questa unilateralità di coloro che negano i fatti storici e si limitano a dire che la dirigenza della Ddr aveva il grilletto facile. Non volevamo morti, né al confine né altrove. Ogni persona morta mi ha turbato. Il fatto che nel contesto di un mondo bipolare non siamo riusciti a evitare morti e feriti è una delle mie sconfitte. A tutt’oggi non so cosa avremmo dovuto cambiare a Berlino, di ciò su cui le quattro potenze si erano accordate nel quadro di un compromesso politico globale. Non è necessario condividere le mie argomentazioni. Basterebbe accettare quanto aveva detto il presidente americano Kennedy, che si sentiva anche un berlinese: 'Non è una bella soluzione, ma è pur sempre meglio di una guerra'".
La costruzione del Muro nel 1961 non fu dovuta principalmente a questioni di guerra e pace. Il punto era che la Ddr stava subendo un esodo di persone senza precedenti.
"Nel giugno 1961 ci fu un incontro tra Krusciov e Kennedy. Quando si lasciarono, Krusciov disse a Kennedy: 'Signor Presidente, noi non vogliamo una guerra. Ma se lei la vuole, allora l’avrà'. In quel momento la situazione era così drammatica".
Ma, ovviamente, la Ddr costruì il Muro più tardi, quando lei assunse importanti cariche politiche. E lei dovette fare politica tenendone conto.
"Cerco di richiamare alla memoria fatti storici, niente di più. Detto ciò, il confine aperto era molto costoso per la Ddr. Sulla base dei prezzi all'epoca, costava più di 100 miliardi di marchi. La Ddr non poteva sostenere questo costo economico".
Quindi, non si trattava di una barriera antifascista, ma di una barriera motivata da considerazioni economiche.
"Una cosa non esclude l’altra".
È in pace con sé stesso?
"Non so se un politico riuscirà mai a essere in pace con sé stesso".
In pace nel senso di riconoscere dove ha fatto errori.
"Nel 1989 mi sono fatto avanti per mantenere la Ddr come Stato socialista sovrano. È andata male. Tuttavia, non sono un uomo distrutto. So cosa ho fatto. So quali errori ho compiuto e ora non sono né un eremita né uno che nega l’evidenza".
Non abbiamo detto questo.
"Certo, non riesco ancora a essere completamente in pace con me stesso. Sono profondamente colpito da tutta l’ingiustizia che ha accompagnato il processo di unificazione. Se, secondo la Fondazione Bertelsmann, circa il 60% dei tedeschi dell’Est intervistati si sentono ancora cittadini di seconda classe, ciò ha molto a che fare con queste ingiustizie. È sufficiente fare il nome della Treuhand [per esteso: “Treuhandanstalt”, un’agenzia istituita nella fase finale della Ddr con il compito di privatizzare le aziende statali in base ai princìpi dell’economia sociale di mercato, garantendo efficienza e competitività – n.d.t.]: nel mezzo della pace e nel mezzo dell’Europa, un’intera economia è stata distrutta. Inoltre, la Ddr aveva un personale dotato di una formazione di prim’ordine. Alora lo chiamavamo 'personale specializzato'; oggi, con un po’ di enfasi, lo chiamano 'élite'".
Ma c'era un’élite, anche se non la si chiamava così.
"Sì. C’era non solo nella politica, ma anche nella scienza, nell’istruzione, nella cultura, nella medicina e nello Stato. Con questa particolarità: dopo la guerra, molti di loro erano ancora operai e agricoltori diplomati all’Abf (Arbeiter- und Bauern-Fakultät: sistema di corsi preparatori agli studi superiori per giovani operai e contadini, istituito nella DDR a partire dal 1949 – n.d.t) negli anni Quaranta. Erano persone che - come si dice oggi - venivano dal basso. Nel 1990 erano spesso all'apice della loro carriera. Con la riunificazione tedesca andarono in pensione anticipata o finirono disoccupati, anche se si trovavano nella fase più creativa della loro vita".
Non tutti.
"L’85%. Non solo sociologi, ma anche medici, scienziati e persino teologi disubbidienti. Per fare un confronto: nel 1933 i nazisti cambiarono l’11% delle élite della Repubblica di Weimar; sul territorio della vecchia Repubblica Federale Tedesca dopo la guerra fu sostituito il 13% delle élite della dittatura nazista. Giudichi lei stesso come sono state trattate le élite della Ddr".
La fisica Angela Merkel, ad esempio, non si è lasciata scoraggiare.
"Sì, dicono che fosse una brava fisica. Un fatto che parla a favore del sistema di istruzione della Ddr. Tuttavia, non ho mai saputo se abbia mai reincontrato i suoi insegnanti accademici e si sia spesa per la loro permanenza nel mondo della scienza".
Si sarebbe potuta salvare la Ddr?
"Non sono un astrologo. La storia non è mai priva di alternative. Ogni tanto penso che sia quasi un miracolo che siamo durati quarant’anni, date le condizioni della nostra esistenza. La Ddr non può essere vista solo dalla prospettiva della sua fine. Ricordo la visita di Erich Honecker nel 1987 alla Villa Hügel della famiglia Krupp a Essen. Lì incontrò i principali esponenenti dell'economia della Germania occidentale. Trecento rappresentanti della grande industria e delle medie imprese si contesero il suo favore. Erano tutti ben informati sull’economia della Ddr. Non si incontrarono con il capo dello Stato della Ddr perché volevano sostenere una 'economia in difficoltà'. Fiutavano buoni affari. Pensa che Franz Josef Strauss avrebbe fatto una campagna per un prestito per la Ddr se avesse previsto la fine della Ddr? Pensa che Helmut Kohl avrebbe ascoltato l'inno nazionale della Ddr davanti alla Cancelleria federale nel 1987 se avesse previsto la caduta della Ddr? Pensa davvero che il suo giornale si sarebbe astenuto dal mettere tra virgolette la sigla Ddr nell’autunno 1989 se fosse stata prevista l’apertura del confine? Helmut Kohl mi chiamò l’11 novembre 1989. Non disse grazie per la 'caduta del muro di Berlino', come oggi viene chiamata erroneamente, ma correttamente per l’'apertura del confine'".
Prima ha detto che si è lasciato sfuggire l’opportunità di coinvolgere i giovani. Ma colui che avrebbe dovuto coinvolgere i giovani siede di fronte a noi.
"Noi, me compreso, ovviamente, pensavamo, sbagliando, che la Ddr fosse libera da conflitti generazionali. Abbiamo anche sottovalutato il fatto che i giovani non volessero sapere dagli ottantenni cosa ne sarebbe stato del Muro tra cento anni. Volevano avere voce in capitolo nel loro futuro. All’inizio dell’estate del 1989 non prendemmo sul serio la parola d’ordine gridata da tanta gente: 'Noi restiamo qui', e purtroppo rimanemmo in silenzio quando tanti giovani ci lasciarono. Solo allora nacque lo slogan 'Noi siamo il popolo', che in seguito divenne 'Noi siamo un popolo', con un enorme sostegno da parte dell’Occidente".
E quindi?
"Sì, la situazione generale in estate e in autunno portò al licenziamento di Erich Honecker il 18 ottobre 1989. Non si trattava di una rinuncia, ma di un’impeachment dopo diversi giorni di dure discussioni nel Politburo. L'iniziativa non fu facile per me. Dopo tutto, ero stato per anni un politico al fianco di Honecker. Ma a un certo punto i figli diventano indipendenti".
Da lì è poi scaturita una dinamica culminata nella manifestazione di diverse centinaia di migliaia di persone a Berlino il 4 novembre. In qualità di presidente del Consiglio di difesa nazionale, il giorno prima aveva ordinato alle forze di sicurezza di non usare la violenza. Si sente troppo poco apprezzato per questo?
"Non sono così vanitoso. Mi arrabbiai quando il presidente federale Köhler alla cerimonia di Stato del 2009 a Lipsia affermò, a proposito degli eventi del 9 ottobre 1989: 'I carri armati stazionavano davanti alla città, la polizia distrettuale aveva ricevuto la consegna di sparare senza riguardi, se ne avesse avuto l’ordine'. Non è mai avvenuto niente di simile. Ho chiesto al presidente federale Steinmeier di correggere questa dichiarazione. Non l’ha fatto fino ad oggi. Anzi, alla cerimonia di Stato del 2019 ha detto nello stesso luogo: 'La storia sarebbe stata diversa se Mikhail Gorbaciov non avesse deciso al Cremlino di non inviare truppe; se Mikhail Gorbaciov non avesse esortato la dirigenza della Sed alla moderazione'. Una tale affermazione presume che la leadership della Ddr sarebbe stata determinata a usare la violenza. Per quanto ne so posso testimoniare che in nessun momento si è preso in considerazione l’uso della forza contro i manifestanti a Lipsia o altrove. Pertanto, un monito di Gorbaciov non era necessario. Non ho mai ricevuto alcuna esortazione di questo genere da Mosca, né oralmente né per iscritto, né dall'ambasciatore né direttamente dal Cremlino. Vorrei sapere da quale fonte proviene la dichiarazione del Presidente federale. Non si tratta di cavillare sulle parole. Si sta parlando di processi storici e della loro interpretazione".
Quanto tempo le è occorso per capire che, nonostante il suo potere di primo uomo dello Stato, era impotente?
"Non ero impotente. Avrei potuto dare l’ordine di chiudere di nuovo i confini. Gli amici sovietici non avrebbero affatto potuto opporsi. Infatti la loro prima reazione fu che la Ddr non aveva il diritto di aprire il confine. Il che era vero: a Berlino gli alleati erano ancora al comando, come confermato dall’accordo fra le quattro potenze rinnovato nel 1971. Il cambiamento unilaterale nello status quo – rappresentato dall’apertura del confine - era una violazione del diritto internazionale da parte della Ddr. Risposi alle critiche dell’ambasciatore sovietico con queste parole: 'Se stasera avessimo deciso diversamente, ci sarebbe stato uno spargimento di sangue'. Poi inviai un telegramma di Stato a Mosca. Gorbaciov rispose immediatamente e si congratulò con noi per la nostra decisione".
Quale fu la sua reazione?
"Contrastante".
Perché?
"Prima critiche e solo poche ore dopo complimenti per la stessa causa. Riesce a immaginare cosa era successo dentro di me dopo una notte insonne e soprattutto esplosiva? Una decisione sbagliata avrebbe potuto facilmente provocare un conflitto militare. In quel momento non sapevo esattamente chi fosse ancora al comando a Mosca: Gorbaciov, il Kgb, il ministro degli Esteri, l’esercito? Ma sapevo che i miei amici dell'Alto Comando dell'esercito sovietico a Wünsdorf ci dicevano sempre: “Se avete bisogno di noi, noi ci siamo”. Quindi non ero così impotente. Non ho abusato del mio potere. Non abbiamo sbattuto la porta dietro di noi".
Quale titolo darebbe alla sua vita?
“Ha avuto senso e ne è valsa la pena”.
E quando uscirà la sua biografia?
"Al momento sono felice che il mio libro 'Noi e i Russi' sia diventato un best-seller. Sto scrivendo le mie memorie. Non so ancora se le pubblicherò mai".
(Copyright Die Welt/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Carlo Sandrelli)