Trump: via dall'Afghanistan entro Natale. La Nato: seguiamo i piani
Giampaolo Cadalanu , di Giampaolo CadalanuIl presidente Usa auspica un ritiro anticipato dei militari, Stoltenberg insiste: gli alleati decidono assieme
I soldati impegnati in Afghanistan «dovrebbero» rientrare entro Natale: lo sottolinea Donald Trump senza seguire le vie istituzionali ma con un tweet. In realtà l’espressione sembra ambigua: è un auspicio, o una previsione un po’ generica? L’ambiguità, che per una volta è la stessa in italiano e in inglese, sembra voluta. Non è la prima volta che il presidente americano accenna al «riportare a casa i ragazzi» in campagna elettorale: il disimpegno da guerre che considera «infinite e ridicole» è servito a consolidare il consenso interno, forse è persino utile come stimolo per il governo afgano, perché superasse molte esitazioni nel processo di pace, ma è un tema molto delicato per gli alleati, che sono ovviamente d’accordo sul ritiro, purché sia gestito in sicurezza e senza la fretta legata a esigenze elettorali.
L’uscita pubblica di Trump smentisce pe…
L’uscita pubblica di Trump smentisce pe…
I soldati impegnati in Afghanistan «dovrebbero» rientrare entro Natale: lo sottolinea Donald Trump senza seguire le vie istituzionali ma con un tweet. In realtà l’espressione sembra ambigua: è un auspicio, o una previsione un po’ generica? L’ambiguità, che per una volta è la stessa in italiano e in inglese, sembra voluta. Non è la prima volta che il presidente americano accenna al «riportare a casa i ragazzi» in campagna elettorale: il disimpegno da guerre che considera «infinite e ridicole» è servito a consolidare il consenso interno, forse è persino utile come stimolo per il governo afgano, perché superasse molte esitazioni nel processo di pace, ma è un tema molto delicato per gli alleati, che sono ovviamente d’accordo sul ritiro, purché sia gestito in sicurezza e senza la fretta legata a esigenze elettorali.
L’uscita pubblica di Trump smentisce persino il suo consigliere per la Sicurezza nazionale Robert O’Brien, che appena nei giorni scorsi parlava di riduzione del contingente entro l’inizio dell’anno. Ma soprattutto ha costretto il segretario generale della Nato a fare una precisazione sulle tempistiche del ritiro. L’Alleanza, ha detto Jens Stoltenberg, «è in Afghanistan per impedire che questo Stato torni ad essere base di attacchi terroristici». La Nato sostiene il processo di pace e ha aderito al programma di ritiro graduale: «Non molto tempo fa avevamo centomila soldati impegnati in operazioni di combattimento, ora ne abbiamo circa 12mila, impegnati ad addestrare le forze afgane». E «il nostro approccio è basato sulle condizioni del terreno». In altre parole, la valutazione dell’impegno dei Talebani per la pace non è completa. Ma il principio è preciso: «Siamo arrivati in Afghanistan assieme, decideremo assieme i modi della nostra presenza e, quando il tempo verrà, ce ne andremo assieme. Questo è stato il messaggio dagli alleati Nato per molti, molti anni, e questo continuerà ad essere».
Sia pure nel linguaggio felpato della diplomazia, l’energia messa da Jens Stoltenberg in chiusura fa capire che la dichiarazione fuori controllo della Casa Bianca ha spiazzato gli alleati. Le fonti militari sono univoche: il ritiro deve seguire un percorso graduale, per non trasformarsi in un disastro. E i tempi non ci sono.
In termini più espliciti: la Nato segue il processo di pace, guarda con favore alle trattative di Doha fra rappresentanti del governo di Kabul e Talebani e ha accolto con soddisfazione il primo accordo, quello siglato da Zalmay Khalilzad con il mullah Baradar, che registra un’intesa di fondo fra Talebani e Washington. Ma il processo sarà graduale. Stoltenberg non lo dice, ma è palese che le esigenze di una campagna elettorale in salita spingono Trump a forzare la mano, ma né le procedure dell’Alleanza né tanto meno le condizioni sul terreno permettono un ritiro d’urgenza. Lo conferma anche la prudenza della Difesa italiana, che non commenta le notizie americane. Dagli Stati maggiori arriva solo l’osservazione secondo cui il disimpegno italiano seguirà gli accordi Nato. Già nei mesi scorsi il ministro della Difesa Lorenzo Guerini aveva ricordato che il contingente del nostro Paese diminuisce di numero, avvicinandosi progressivamente ai 650 uomini previsti a regime dopo gli accordi di Doha.
L’uscita pubblica di Trump smentisce persino il suo consigliere per la Sicurezza nazionale Robert O’Brien, che appena nei giorni scorsi parlava di riduzione del contingente entro l’inizio dell’anno. Ma soprattutto ha costretto il segretario generale della Nato a fare una precisazione sulle tempistiche del ritiro. L’Alleanza, ha detto Jens Stoltenberg, «è in Afghanistan per impedire che questo Stato torni ad essere base di attacchi terroristici». La Nato sostiene il processo di pace e ha aderito al programma di ritiro graduale: «Non molto tempo fa avevamo centomila soldati impegnati in operazioni di combattimento, ora ne abbiamo circa 12mila, impegnati ad addestrare le forze afgane». E «il nostro approccio è basato sulle condizioni del terreno». In altre parole, la valutazione dell’impegno dei Talebani per la pace non è completa. Ma il principio è preciso: «Siamo arrivati in Afghanistan assieme, decideremo assieme i modi della nostra presenza e, quando il tempo verrà, ce ne andremo assieme. Questo è stato il messaggio dagli alleati Nato per molti, molti anni, e questo continuerà ad essere».
Sia pure nel linguaggio felpato della diplomazia, l’energia messa da Jens Stoltenberg in chiusura fa capire che la dichiarazione fuori controllo della Casa Bianca ha spiazzato gli alleati. Le fonti militari sono univoche: il ritiro deve seguire un percorso graduale, per non trasformarsi in un disastro. E i tempi non ci sono.
In termini più espliciti: la Nato segue il processo di pace, guarda con favore alle trattative di Doha fra rappresentanti del governo di Kabul e Talebani e ha accolto con soddisfazione il primo accordo, quello siglato da Zalmay Khalilzad con il mullah Baradar, che registra un’intesa di fondo fra Talebani e Washington. Ma il processo sarà graduale. Stoltenberg non lo dice, ma è palese che le esigenze di una campagna elettorale in salita spingono Trump a forzare la mano, ma né le procedure dell’Alleanza né tanto meno le condizioni sul terreno permettono un ritiro d’urgenza. Lo conferma anche la prudenza della Difesa italiana, che non commenta le notizie americane. Dagli Stati maggiori arriva solo l’osservazione secondo cui il disimpegno italiano seguirà gli accordi Nato. Già nei mesi scorsi il ministro della Difesa Lorenzo Guerini aveva ricordato che il contingente del nostro Paese diminuisce di numero, avvicinandosi progressivamente ai 650 uomini previsti a regime dopo gli accordi di Doha.