Il New York Times e il pasticcio "Caliphate": processo interno alla reporter superstar
Raffaella Menichini , di RAFFAELLA MENICHINIPolemica su un superpremiato documentario in podcast sull'ascesa dell'Isis: le fonti sono dubbie. E per Rukmini Callimachi parte il fuoco amico: un duro articolo ne mette sotto accusa metodo e stile, ma anche il "nuovo corso" del colosso del giornalismo mondiale
"Come vi ha insegnato a uccidere l'Isis?". "Avevamo delle bambole su cui esercitarci. E dei pezzi di manichini balistici che sembravano proprio umani. E dentro c'erano riprodotti gli organi principali. E quindi potevi tagliare, decapitare, accoltellare, insomma esercitarti... Imparare a usare un coltello su un essere umano". L'agghiacciante descrizione è l'attacco del podcast forse più celebre mai prodotto: Caliphate, messo online dal New York Times nel 2018 e vincitore del prestigioso Peabody Award, oltreché candidato al Pulitzer. Il Nyt lo descrive come un viaggio nel cuore dell'Isis, o meglio un documentario "che segue Rukmini Callimachi nella sua ricerca di comprensione di cos'è l'Isis". Progetto ambizioso, brillantemente realizzato, potente nella scrittura e negli effetti. E, fin dalla sua descrizione, impostato sulla figura centrale della reporter.
Oggi però molte ombre si addensano sul…
Oggi però molte ombre si addensano sul…
"Come vi ha insegnato a uccidere l'Isis?". "Avevamo delle bambole su cui esercitarci. E dei pezzi di manichini balistici che sembravano proprio umani. E dentro c'erano riprodotti gli organi principali. E quindi potevi tagliare, decapitare, accoltellare, insomma esercitarti... Imparare a usare un coltello su un essere umano". L'agghiacciante descrizione è l'attacco del podcast forse più celebre mai prodotto: Caliphate, messo online dal New York Times nel 2018 e vincitore del prestigioso Peabody Award, oltreché candidato al Pulitzer. Il Nyt lo descrive come un viaggio nel cuore dell'Isis, o meglio un documentario "che segue Rukmini Callimachi nella sua ricerca di comprensione di cos'è l'Isis". Progetto ambizioso, brillantemente realizzato, potente nella scrittura e negli effetti. E, fin dalla sua descrizione, impostato sulla figura centrale della reporter.
Oggi però molte ombre si addensano sull'intera operazione, in particolare sull'accuratezza delle fonti di Callimachi. A partire dall'uomo cui appartiene quella voce che descrive, per tutta la prima metà del documentario, le pratiche barbariche dell'Isis. Perché Abu Huzayfah, questo il nome della fonte primaria di Caliphate, è stato ora arrestato in Canada con l'accusa di aver falsamente impersonato un terrorista: quello che Callimachi ci introduce come un foreign fighter canadese unitosi all'Isis nel 2014 e attivo in Siria per due anni in alcuni dei più atroci crimini compiuti dallo Stato islamico, l'uomo che descrive "il sangue caldo che spruzzava ovunque", sarebbe un mitomane. Uno non ha mai messo piede in Siria. E questo naturalmente getta su tutta l'operazione Caliphate e sullo stesso prestigioso quotidiano di New York un'ombra pesante. Al punto che il giornale ha deciso di pubblicare un mea culpa spettacolare, sanguinoso e senza pietà quanto la prosa vivida di Callimachi.
Cercando di giocare d'anticipo sulle critiche dei suoi (numerosi) avversari e concorrenti, il Nyt ha messo online ieri un articolo al vetriolo firmato da Ben Smith, ex direttore di Buzzfeed e ora arruolato come "media columnist", cioè l'esperto commentatore di media - ruolo da lui già usato per sferzare i colleghi con colpi sopra e sotto la cintura (ne sa qualcosa l'enfant prodige del giornalismo investigativo Ronan Farrow).
La cosa sorprendente questa volta è che a finire sotto accusa non solo c'è una collega della stessa testata, ma l'intero giornale, i suoi vertici, la sua cultura giornalistica, le sue pratiche di verifica, la sua transizione - nelle parole di Smith - "da giornale pesante di fatti a succosa raccolta di grandi narrazioni".
Ma sul muro della fucilazione c'è naturalmente la reporter superstar. Una che rappresenta, annota perfidamente Smith, "per certi versi il nuovo modello del giornalista del New York Times", che mescola la "vecchia spavalderia del reporter paracadutato" nei teatri di guerra, a una "più moderna capacità di navigare la narrativa di Twitter per scovare le storie destinate prevedibilmente ad esplodere su Internet". In un colpo solo, una botta alla vecchia cultura giornalistica e ai nuovi astri dei social media, social su cui pure Smith ha costruito il suo nome e la sua carriera.
Smith descrive come le ricostruzioni e il metodo di lavoro di Callimachi avessero sollevato già molti dubbi in passato e come lei avesse sempre trovato la copertura dei vertici del giornale, a partire da quel Joe Kahn che è considerato il papabile principale per la successione di Dean Baquet alla guida della redazione più ambita del mondo.
A poco erano serviti gli avvertimenti delle colleghe e dei colleghi esperti di Medio Oriente circa i toni sensazionalistici e l'approccio a dir loro superficiale a tematiche delicate, come quella degli ostaggi stranieri nelle mani dell'Isis. Prova di quanto discutibile fosse questo approccio fu la lettera con cui il fratello di James Foley, il primo ostaggio americano decapitato in video dall'Isis, denunciò al Nyt le pressioni della giornalista sulla famiglia per avere un'intervista, minacciando di pubblicare un racconto dettagliato delle torture subite dall'uomo. La famiglia Foley contestava anche il resoconto della conversione all'Islam del giornalista e la descrizione di come gli americani venissero presi di mira più degli altri ostaggi. L'influenza dei reportage di Callimachi si estese a scelte politiche precise: i suoi reportage erano stati citati da fonti dell'amministrazione Trump come motivi per prevedere un'ondata di attacchi dell'Isis agli Usa. E il governo canadese basò la decisione di lasciare mogli e figli dei militanti dell'Isis nelle campi di dentenzione del Kurdistan sempre sulla base dei racconti di Callimachi.
A nulla valsero anche i segnali di allarme dei colleghi locali, come un esperto giornalista siriano che l'aveva aiutata sul campo e l'aveva più volte invitata a diffidare di una certa fonte che poi divenne il protagonista di un articolo sugli ostaggi occidentali finito in prima pagina nel 2014. Salvo poi scoprire che l'uomo citato come testimone oculare in una prigione di Aleppo molto probabilmente non era mai stato lì (e la prigione non era più tale ai tempi del racconto).
La stessa storia che aveva segnato l'inizio dell'ascesa inarrestabile di Callimachi, un reportage in Mali nel 2016 che le valse la prima di quattro nomination al Pulitzer, sollevò anche molti dubbi e critiche di studiosi e giornalisti esperti dell'area. Così come accadde poi per il lavoro su Mosul che ha portato alla creazione di Caliphate, la scintilla del racconto di Callimachi si accende a Timbuktu dopo la caduta dell'occupazione islamista, quando entra in una stanza con il pavimento disseminato di carte. Carte scritte in arabo (lingua che lei non parla), che la reporter si convince essere documentazione abbandonata dai jihadisti in fuga perché "solo gli occupanti parlavano arabo". Assunto già discutibile, visto che l'arabo è ampiamento parlato nel francofono Mali. E solo il primo di una serie di presupposti dubbiosi di un lavoro certo imponente. Callimachi raccoglie migliaia e migliaia di fogli in grandi sacchi per portarli via, farli tradurre e poi pubblicarli. A Mosul, due anni dopo, il lavoro è simile e coinvolge un team di giornalisti e accademici che per 15 mesi hanno tradotto e verificato quindicimila pagine di documentazione dell'Isis portata via fisicamente dalla giornalista. Ne è emerso un racconto appassionante del funzionamento interno del Califfato, ma l'operazione ha sollevato anche molte proteste: in primis per l'atto di sottrazione della documentazione al governo iracheno, e poi perché la pubblicazione di nomi e cognomi di persone - sunniti in particolare - coinvolti negli anni dell'occupazione ha messo a rischio di ritorsioni e violenze famiglie e persone innocenti negli anni instabili dei grandi regolamenti di conti.
Nelle accuse a Callimachi c'è senz'altro - come nota la ex public editor del New York Times, Margaret Sullivan, che dei dubbi sul lavoro della reporter si era già occupata in passato raccogliendo la sostanziale benedizione dei vertici del Nyt - una buona dose di invidia e anche di misoginia. Ma resta un elemento di rischio di fondo, che non riguarda solo la giornalista ora sotto tiro, e che Smith descrive implacabile: "Ha prodotto quello che i dirigenti del giornale volevano, con il loro sostegno".
Oggi però molte ombre si addensano sull'intera operazione, in particolare sull'accuratezza delle fonti di Callimachi. A partire dall'uomo cui appartiene quella voce che descrive, per tutta la prima metà del documentario, le pratiche barbariche dell'Isis. Perché Abu Huzayfah, questo il nome della fonte primaria di Caliphate, è stato ora arrestato in Canada con l'accusa di aver falsamente impersonato un terrorista: quello che Callimachi ci introduce come un foreign fighter canadese unitosi all'Isis nel 2014 e attivo in Siria per due anni in alcuni dei più atroci crimini compiuti dallo Stato islamico, l'uomo che descrive "il sangue caldo che spruzzava ovunque", sarebbe un mitomane. Uno non ha mai messo piede in Siria. E questo naturalmente getta su tutta l'operazione Caliphate e sullo stesso prestigioso quotidiano di New York un'ombra pesante. Al punto che il giornale ha deciso di pubblicare un mea culpa spettacolare, sanguinoso e senza pietà quanto la prosa vivida di Callimachi.
Cercando di giocare d'anticipo sulle critiche dei suoi (numerosi) avversari e concorrenti, il Nyt ha messo online ieri un articolo al vetriolo firmato da Ben Smith, ex direttore di Buzzfeed e ora arruolato come "media columnist", cioè l'esperto commentatore di media - ruolo da lui già usato per sferzare i colleghi con colpi sopra e sotto la cintura (ne sa qualcosa l'enfant prodige del giornalismo investigativo Ronan Farrow).
La cosa sorprendente questa volta è che a finire sotto accusa non solo c'è una collega della stessa testata, ma l'intero giornale, i suoi vertici, la sua cultura giornalistica, le sue pratiche di verifica, la sua transizione - nelle parole di Smith - "da giornale pesante di fatti a succosa raccolta di grandi narrazioni".
Ma sul muro della fucilazione c'è naturalmente la reporter superstar. Una che rappresenta, annota perfidamente Smith, "per certi versi il nuovo modello del giornalista del New York Times", che mescola la "vecchia spavalderia del reporter paracadutato" nei teatri di guerra, a una "più moderna capacità di navigare la narrativa di Twitter per scovare le storie destinate prevedibilmente ad esplodere su Internet". In un colpo solo, una botta alla vecchia cultura giornalistica e ai nuovi astri dei social media, social su cui pure Smith ha costruito il suo nome e la sua carriera.
Smith descrive come le ricostruzioni e il metodo di lavoro di Callimachi avessero sollevato già molti dubbi in passato e come lei avesse sempre trovato la copertura dei vertici del giornale, a partire da quel Joe Kahn che è considerato il papabile principale per la successione di Dean Baquet alla guida della redazione più ambita del mondo.
A poco erano serviti gli avvertimenti delle colleghe e dei colleghi esperti di Medio Oriente circa i toni sensazionalistici e l'approccio a dir loro superficiale a tematiche delicate, come quella degli ostaggi stranieri nelle mani dell'Isis. Prova di quanto discutibile fosse questo approccio fu la lettera con cui il fratello di James Foley, il primo ostaggio americano decapitato in video dall'Isis, denunciò al Nyt le pressioni della giornalista sulla famiglia per avere un'intervista, minacciando di pubblicare un racconto dettagliato delle torture subite dall'uomo. La famiglia Foley contestava anche il resoconto della conversione all'Islam del giornalista e la descrizione di come gli americani venissero presi di mira più degli altri ostaggi. L'influenza dei reportage di Callimachi si estese a scelte politiche precise: i suoi reportage erano stati citati da fonti dell'amministrazione Trump come motivi per prevedere un'ondata di attacchi dell'Isis agli Usa. E il governo canadese basò la decisione di lasciare mogli e figli dei militanti dell'Isis nelle campi di dentenzione del Kurdistan sempre sulla base dei racconti di Callimachi.
A nulla valsero anche i segnali di allarme dei colleghi locali, come un esperto giornalista siriano che l'aveva aiutata sul campo e l'aveva più volte invitata a diffidare di una certa fonte che poi divenne il protagonista di un articolo sugli ostaggi occidentali finito in prima pagina nel 2014. Salvo poi scoprire che l'uomo citato come testimone oculare in una prigione di Aleppo molto probabilmente non era mai stato lì (e la prigione non era più tale ai tempi del racconto).
La stessa storia che aveva segnato l'inizio dell'ascesa inarrestabile di Callimachi, un reportage in Mali nel 2016 che le valse la prima di quattro nomination al Pulitzer, sollevò anche molti dubbi e critiche di studiosi e giornalisti esperti dell'area. Così come accadde poi per il lavoro su Mosul che ha portato alla creazione di Caliphate, la scintilla del racconto di Callimachi si accende a Timbuktu dopo la caduta dell'occupazione islamista, quando entra in una stanza con il pavimento disseminato di carte. Carte scritte in arabo (lingua che lei non parla), che la reporter si convince essere documentazione abbandonata dai jihadisti in fuga perché "solo gli occupanti parlavano arabo". Assunto già discutibile, visto che l'arabo è ampiamento parlato nel francofono Mali. E solo il primo di una serie di presupposti dubbiosi di un lavoro certo imponente. Callimachi raccoglie migliaia e migliaia di fogli in grandi sacchi per portarli via, farli tradurre e poi pubblicarli. A Mosul, due anni dopo, il lavoro è simile e coinvolge un team di giornalisti e accademici che per 15 mesi hanno tradotto e verificato quindicimila pagine di documentazione dell'Isis portata via fisicamente dalla giornalista. Ne è emerso un racconto appassionante del funzionamento interno del Califfato, ma l'operazione ha sollevato anche molte proteste: in primis per l'atto di sottrazione della documentazione al governo iracheno, e poi perché la pubblicazione di nomi e cognomi di persone - sunniti in particolare - coinvolti negli anni dell'occupazione ha messo a rischio di ritorsioni e violenze famiglie e persone innocenti negli anni instabili dei grandi regolamenti di conti.
Nelle accuse a Callimachi c'è senz'altro - come nota la ex public editor del New York Times, Margaret Sullivan, che dei dubbi sul lavoro della reporter si era già occupata in passato raccogliendo la sostanziale benedizione dei vertici del Nyt - una buona dose di invidia e anche di misoginia. Ma resta un elemento di rischio di fondo, che non riguarda solo la giornalista ora sotto tiro, e che Smith descrive implacabile: "Ha prodotto quello che i dirigenti del giornale volevano, con il loro sostegno".