Tende alluvionate nel campo per migranti e richiedenti asilo di Kara Tepe allestito in gran fretta dopo l'incendio del mese scorso. Rischio chiusura invece per altre strutture di accoglienza dal "volto umano"
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Dopo il fuoco, l’acqua. I primi temporali si sono abbattuti sulla tendopoli di Kara Tepe, costruita in gran fretta sull’isola di Lesbo dalle autorità greche con il sostegno della Ue dopo l’incendio nel campo di Moria. E le povere cose strappate alle fiamme un mese fa da migliaia di migranti e richiedenti asilo sono naufragate nel fango. Le foto e i video postate dagli operatori umanitari mostrano vecchi curvi con zappe di fortuna, intenti a scavare incerte canalette. Donne che abbracciano vestiti e coperte nella speranza remota di conservarli asciutti sotto il diluvio. Ragazzi con bicchierini in mano che si ostinano nell’intento di svuotare così il mare che inghiotte le loro case di stoffa. E bambini che guardano l’inferno materializzarsi ancora una volta.
(afp)
Kara Tepe a settembre era sembrata un male minore per gli oltre 12 mila fuggiti dall’ince…!-->!-->
Dopo il fuoco, l’acqua. I primi temporali si sono abbattuti sulla tendopoli di Kara Tepe, costruita in gran fretta sull’isola di Lesbo dalle autorità greche con il sostegno della Ue dopo l’incendio nel campo di Moria. E le povere cose strappate alle fiamme un mese fa da migliaia di migranti e richiedenti asilo sono naufragate nel fango. Le foto e i video postate dagli operatori umanitari mostrano vecchi curvi con zappe di fortuna, intenti a scavare incerte canalette. Donne che abbracciano vestiti e coperte nella speranza remota di conservarli asciutti sotto il diluvio. Ragazzi con bicchierini in mano che si ostinano nell’intento di svuotare così il mare che inghiotte le loro case di stoffa. E bambini che guardano l’inferno materializzarsi ancora una volta.
(afp)
Kara Tepe a settembre era sembrata un male minore per gli oltre 12 mila fuggiti dall’incendio nel campo di Moria, per giorni costretti a dormire sul ciglio della strada alla periferia di Mitilene. Ma i primi a entrare nel nuovo campo avevano già capito cosa non sarebbe andato. “Guardate il mare quanto è vicino – aveva detto davanti alle telecamere un ragazzo del Camerun - Qui d’inverno geleremo, qui si allagherà tutto”.
Sarebbero circa 7.500 gli ospiti del nuovo campo. Per alcune migliaia degli ex di Moria – le categorie più vulnerabili – c’è stato infatti il trasferimento sulla terraferma. Ma in realtà nessuno tra gli operatori delle organizzazioni non governative giura sull’attendibilità di questi conti. Atene ha sottolineato che nessuno risulta disperso dopo l’incendio di settembre.
Quelle fiamme erano esplose di notte, durante una protesta disperata per le condizioni di vita nel campo vergogna d’Europa, portate al parossismo da un lungo lockdown per il Covid. Ma la formula Moria sembra ripetersi. Già in molti chiamano Moria2 il campo di Kara Tepe. E a guardare le foto delle tende sommerse dal fango si capisce il perché. “Il nuovo campo parla da sé – dice Marco Sandrone, capo progetto di Medici Senza Frontiere a Lesbo – Tende allagate, persone zuppe, una location inadeguata per l’esposizione agli agenti atmosferici e per i servizi offerti. Ad oggi nessuna doccia è presente nel nuovo campo, il cibo viene distribuito una volta al giorno, nessuno spazio ricreativo o educativo, seppure il 40% della popolazione lì dentro sia rappresentato da minori”.
Una Ong locale, Lesvos Solidarity, lancia l’allarme invece per un progetto di accoglienza completamente diversa: il centro di Pikpa, riservato a persone molto vulnerabili come ragazze madri, vittime di torture e violenze. Realizzato in una ex colonia estiva, fatto di casette vere, dove ai migranti è data la possibilità di preparare il cibo da soli, dove i bambini studiano e giocano. Le autorità greche ne avevano annunciato la chiusura per oggi, ma ieri sera hanno fatto sapere che lo stop è per il momento congelato. Non cancellato, però. La spada di Damocle pende anche su un altro campo dal volto umano, quello gestito dall’Unhcr sempre a Lesbo. “Una strategia miope che vede nel contenimento stile Moria l’unica via da percorrere”, sottolinea Sandrone.
Le autorità greche avevano anticipato già il mese scorso la costruzione di nuovi campi “chiusi” nelle isole dell’Egeo. Ora lo confermano. Un’altra struttura sorgerà a Lesbo entro l’estate del 2021, nonostante l’opposizione della popolazione locale. Altre a Samos, Kos e Leros, ha fatto sapere lunedì il ministro dell’Immigrazione. “Andiamo avanti in un programma ambizioso finanziato dall’Unione europea per dei campi chiusi, nei quali cioè l’entrata sia controllata”. Lo scopo si evince dalle informazioni illustrate dal ministero: circa 7500 migranti se ne sono andati dalla Grecia dall’inizio dell’anno e 3200 si sono iscritti a programmi volontari di ritorno. Per scoraggiare ulteriormente le richieste di asilo la Grecia ha deciso di ridurre gli aiuti all’alloggio. Stop ai campi come Pikpa e stop anche entro la fine dell’anno agli hotel usati per l’accoglienza ai rifugiati vulnerabili.
Resteranno i campi "chiusi" finanziati dall’Unione europea. Che forse dovrebbe avere contezza delle foto scattate nei giorni di pioggia.