Lo stendardo del "Tibet libero", graffiato dai robusti artigli del leone delle nevi, ondeggia nel blu di un cielo cristallino, sovrastando la folla in tuta mimetica, sull’attenti, pronta a tributare gli ultimi onori al feretro, ricoperto dalla bandiera tricolore indiana. Sullo sfondo, la vallata polverosa, le creste brunite e fitte dell’Himalaya, svettano maestose sopra Leh, la capitale del Ladakh, antico regno tibetano oggi geograficamente in India. Un territorio che ha visto le sue radici venire tagliate di netto, dopo che la Cina di Mao si è annessa l’immenso altopiano del Tibet. La tozza figura di Ram Madhav s’inchina in segno di rispetto davanti alla bara dell’eroe di guerra Nyima Tenzin, ucciso da una mina il 30 agosto, durante un’operazione ad alta quota nella zona del lago Pangong Tso, lungo la linea di frontiera contesa all’Esercito popolare di liberazione cinese (Pla).
Che il segretario generale del Partito nazionalista indù (Bjp), in rappresentanza del premier indiano Narendra Modi abbia assistito di persona a questo funerale sembra un’avvertenza esplicita al presidente Xi Jinping, in piena escalation della lotta di confine tra i due giganti asiatici. Rendendo onore a quel soldato della Special Frontier Force (Sff), Nuova Delhi rende pubblica la presenza, tra le proprie file, del corpo scelto di combattenti di origine tibetana, fedelissimi del Dalai Lama, che in termini ufficiali non fanno parte dell’esercito indiano.
L’esistenza del "reggimento Vikas", costituitosi durante guerra di confine del 1962, è stata mantenuta a lungo in segreto, per non inasprire ulteriormente i rapporti con il potente vicino, che lo considera una specie di quinta colonna, in grado di fornire appoggio ai tibetani nelle loro aspirazioni di libertà. Armati dalla CIA quando la guerra fredda era al culmine, questi battaglioni di combattenti – temprati per resistere ai ghiacci invernali e alla vertigine dell’altitudine estrema; spesso portano, appuntata sul petto come un talismano, una medaglietta con la foto del Dalai Lama – avevano la missione di infiltrarsi tra le linee nemiche. Discendono da quei "cavalieri del Kham" che resistettero strenuamente alle truppe comuniste, e alcuni di loro divennero guardie del corpo del capo spirituale dei buddisti tibetani, esiliato in India.
Rendendo palese la presenza dell’Sff, il governo indiano cala la carta tibetana come asso pigliatutto proprio nei mesi in cui il conflitto sulle frontiere si acuisce. È un ammonimento alla seconda potenza mondiale: agita i fantasmi di un appoggio, oltre confine, alle popolazioni buddiste dell’immenso altopiano, che finora sono state vittime della stretta del potere centrale. Pechino ha subito denunciato come uno scandalo ogni forma di appoggio alle «forze secessioniste del Tibet». Punto sul vivo, il quotidiano nazionalista Global Times ha prontamente minimizzato il ruolo della Sff, bollandone i combattenti come semplice «carne da macello».
Pechino teme dunque che il conflitto confinario con l’India riaccenda le aspirazioni indipendentiste di quel vasto territorio, oppresso da lungo tempo.
La tensione di Pechino è palpabile; lo indica la nuova svolta autoritaria imposta al Tibet dal presidente cinese l’estate scorsa, per contrastare con maggiore efficacia le «attività separatiste». «Il nostro compito, in Tibet, mira a mantenere inalterata la sicurezza nazionale e a rafforzare la solidarietà etnica», ha dichiarato Xi il 29 agosto, durante un simposio del potere centrale dedicato alla regione autonoma, mentre scaricava un ulteriore colpo di frusta repressiva su 3,5 milioni di tibetani, già tenuti sotto stretta sorveglianza. È in special modo il buddismo tibetano a doversi sottomettere alla «società socialista» intesa secondo gli schemi cinesi, ha ribadito il dirigente politico più autoritario dopo Mao. «Pechino teme che il conflitto sui confini con l’India rinvigorisca le tendenze indipendentiste della regione, soggiogata da molto tempo. In questo nuovo scenario di guerra fredda, ha deciso di aumentare la pressione sul Tibet», afferma il politologo indipendente Wu Qiang, che vive nella capitale cinese. Pechino non vede certo di buon occhio lo spettacolare ravvicinamento tra Washington e Nuova Delhi, pilastro della «strategia indo-pacifica» dell’amministrazione Trump, che aspira a contenere le ambizioni cinesi in Asia.
I due giganti sono ai ferri corti, dopo i sanguinosi scontri dello scorso giugno, nei quali sono morti venti soldati indiani e numerosi dell’Apl, nella valle di Galwan, situata nel cuore dell’Aksai Chin, uno dei tre settori oggetto di contesa lungo la frontiera di 3.380 chilometri che costeggia il tetto del mondo. Si lotta con spranghe di ferro e lanciando sassi, e sono gli scontri che più morti hanno provocato negli ultimi decenni sulla fragile linea fattuale di controllo (Lac). Da allora, i rappresentanti diplomatici si arrampicano fino al fronte per tentare di arginare l’escalation, in mancanza di vere soluzioni ai problemi di fondo della questione. I rispettivi Ministri degli Esteri, Wang Yi et Subrahmanyam Jaishankar il 10 settembre hanno fatto un appello «alla distensione dei rapporti», alla fine di un incontro svoltosi «nel segno della franchezza». Sul terreno, il 21 settembre i capi militari hanno promesso di «rendere più stabile la situazione», dopo una riunione a Moldo.
Pechino però ha nuovamente denunciato, il 30 settembre, la costruzione di strade e di infrastutture nel Ladakh, regione popolata da tibetani, su cui rivendica il controllo. «Gli indiani hanno rilevato uno sbocconcellamento del territorio da parte della Cina, che usa la tattica di ottenere ciò a cui aspira facendo all’avversario concessioni minime; per questo tentano di colmare il loro ritardo nel campo delle infrastutture», sottolinea Taylor Fravel, esperto in questioni territoriali al Mit. Negli ultimi anni, la Cina ha rafforzato in modo drastico la propria presenza militare sui punti più alti della frontiera, agendo con più velocità rispetto ai vicini indiani. La intenzioni cinesi sono poco trasparenti: si tratta di una forma di affermazione politica oppure mirano a cambiare direttamente sul campo lo status quo?
Sotto l’egida di Xi, l’Impero di Mezzo proclama la propria sovranità su ogni fronte, sud-est compreso; una zona montagnosa, una periferia a lungo trascurata a vantaggio degli spazi marittimi, ma che ora acquista una nuova dimensione strategica nell’epoca della «nuova via della seta», il progetto di punta del presidente. Questo cantore del "sogno cinese" di rinascita fa la voce grossa, contribuendo così all’escalation delle tensioni con il rivale indiano. «Lo sfrontato nazionalismo di Xi è il primo fattore che spiega l’aumento del braccio di ferro con l’India», sottolinea Fravel, e che inasprisce la strategia populista di Modi, che ha assegnato al Ladakh un nuovo statuto amministrativo in ottobre del 2019.
Pechino rimane vaga circa i propri obiettivi, ma continua a rivendicare i territori buddisti tenendo ben presente la successione del Dalai Lama, carica di implicazioni geopolitiche. «La questione del Dalai Lama è parte integrante della crisi del Ladakh», afferma Wu Qiang. Il regime comunista ha già decretato che la "reincarnazione" dell’attuale leader spirituale, di 85 anni, dovrà «obbedire alla legge cinese», e quindi conta di designare il successore che gli fa più comodo. Ma teme anche che un rivale sia designato all’interno di uno dei numerosi monasteri in territorio indiano, che sfuggono al suo controllo. Nel 2017, un’importante visita del Dalai Lama al monastero di Tawang ha alimentato le voci di una possibile reincarnazione in quella località dell’ Arunachal Pradesh indiano, sul tratto orientale dei disputati confini, aumentando l’inquietudine dei cinesi.
La reincarnazione del Dalai Lama «è un’arma politica» per l’India, ritiene Bilahari Kausikan, un tempo alto diplomatico a Singapore. Nuova Delhi ha celato a lungo il proprio appoggio al leader spirituale rifugiato in territorio indiano, a Dharamsala, per non complicare la ripresa del dialogo con la Cina, in piena fase di decollo economico. Il riacutizzarsi delle tensioni sul confine, però, in un nuovo clima da guerra fredda cino-americana, potrebbe spingere Modi a riattivare il supporto alla causa tibetana, come dimostra la presenza del suo braccio destro al funerale svoltosi a Leh.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Monica Rita Bedana)
Che il segretario generale del Partito nazionalista indù (Bjp), in rappresentanza del premier indiano Narendra Modi abbia assistito di persona a questo funerale sembra un’avvertenza esplicita al presidente Xi Jinping, in piena escalation della lotta di confine tra i due giganti asiatici. Rendendo onore a quel soldato della Special Frontier Force (Sff), Nuova Delhi rende pubblica la presenza, tra le proprie file, del corpo scelto di combattenti di origine tibetana, fedelissimi del Dalai Lama, che in termini ufficiali non fanno parte dell’esercito indiano.
L’esistenza del "reggimento Vikas", costituitosi durante guerra di confine del 1962, è stata mantenuta a lungo in segreto, per non inasprire ulteriormente i rapporti con il potente vicino, che lo considera una specie di quinta colonna, in grado di fornire appoggio ai tibetani nelle loro aspirazioni di libertà. Armati dalla CIA quando la guerra fredda era al culmine, questi battaglioni di combattenti – temprati per resistere ai ghiacci invernali e alla vertigine dell’altitudine estrema; spesso portano, appuntata sul petto come un talismano, una medaglietta con la foto del Dalai Lama – avevano la missione di infiltrarsi tra le linee nemiche. Discendono da quei "cavalieri del Kham" che resistettero strenuamente alle truppe comuniste, e alcuni di loro divennero guardie del corpo del capo spirituale dei buddisti tibetani, esiliato in India.
Rendendo palese la presenza dell’Sff, il governo indiano cala la carta tibetana come asso pigliatutto proprio nei mesi in cui il conflitto sulle frontiere si acuisce. È un ammonimento alla seconda potenza mondiale: agita i fantasmi di un appoggio, oltre confine, alle popolazioni buddiste dell’immenso altopiano, che finora sono state vittime della stretta del potere centrale. Pechino ha subito denunciato come uno scandalo ogni forma di appoggio alle «forze secessioniste del Tibet». Punto sul vivo, il quotidiano nazionalista Global Times ha prontamente minimizzato il ruolo della Sff, bollandone i combattenti come semplice «carne da macello».
Pechino teme dunque che il conflitto confinario con l’India riaccenda le aspirazioni indipendentiste di quel vasto territorio, oppresso da lungo tempo.
La tensione di Pechino è palpabile; lo indica la nuova svolta autoritaria imposta al Tibet dal presidente cinese l’estate scorsa, per contrastare con maggiore efficacia le «attività separatiste». «Il nostro compito, in Tibet, mira a mantenere inalterata la sicurezza nazionale e a rafforzare la solidarietà etnica», ha dichiarato Xi il 29 agosto, durante un simposio del potere centrale dedicato alla regione autonoma, mentre scaricava un ulteriore colpo di frusta repressiva su 3,5 milioni di tibetani, già tenuti sotto stretta sorveglianza. È in special modo il buddismo tibetano a doversi sottomettere alla «società socialista» intesa secondo gli schemi cinesi, ha ribadito il dirigente politico più autoritario dopo Mao. «Pechino teme che il conflitto sui confini con l’India rinvigorisca le tendenze indipendentiste della regione, soggiogata da molto tempo. In questo nuovo scenario di guerra fredda, ha deciso di aumentare la pressione sul Tibet», afferma il politologo indipendente Wu Qiang, che vive nella capitale cinese. Pechino non vede certo di buon occhio lo spettacolare ravvicinamento tra Washington e Nuova Delhi, pilastro della «strategia indo-pacifica» dell’amministrazione Trump, che aspira a contenere le ambizioni cinesi in Asia.
I due giganti sono ai ferri corti, dopo i sanguinosi scontri dello scorso giugno, nei quali sono morti venti soldati indiani e numerosi dell’Apl, nella valle di Galwan, situata nel cuore dell’Aksai Chin, uno dei tre settori oggetto di contesa lungo la frontiera di 3.380 chilometri che costeggia il tetto del mondo. Si lotta con spranghe di ferro e lanciando sassi, e sono gli scontri che più morti hanno provocato negli ultimi decenni sulla fragile linea fattuale di controllo (Lac). Da allora, i rappresentanti diplomatici si arrampicano fino al fronte per tentare di arginare l’escalation, in mancanza di vere soluzioni ai problemi di fondo della questione. I rispettivi Ministri degli Esteri, Wang Yi et Subrahmanyam Jaishankar il 10 settembre hanno fatto un appello «alla distensione dei rapporti», alla fine di un incontro svoltosi «nel segno della franchezza». Sul terreno, il 21 settembre i capi militari hanno promesso di «rendere più stabile la situazione», dopo una riunione a Moldo.
Pechino però ha nuovamente denunciato, il 30 settembre, la costruzione di strade e di infrastutture nel Ladakh, regione popolata da tibetani, su cui rivendica il controllo. «Gli indiani hanno rilevato uno sbocconcellamento del territorio da parte della Cina, che usa la tattica di ottenere ciò a cui aspira facendo all’avversario concessioni minime; per questo tentano di colmare il loro ritardo nel campo delle infrastutture», sottolinea Taylor Fravel, esperto in questioni territoriali al Mit. Negli ultimi anni, la Cina ha rafforzato in modo drastico la propria presenza militare sui punti più alti della frontiera, agendo con più velocità rispetto ai vicini indiani. La intenzioni cinesi sono poco trasparenti: si tratta di una forma di affermazione politica oppure mirano a cambiare direttamente sul campo lo status quo?
Sotto l’egida di Xi, l’Impero di Mezzo proclama la propria sovranità su ogni fronte, sud-est compreso; una zona montagnosa, una periferia a lungo trascurata a vantaggio degli spazi marittimi, ma che ora acquista una nuova dimensione strategica nell’epoca della «nuova via della seta», il progetto di punta del presidente. Questo cantore del "sogno cinese" di rinascita fa la voce grossa, contribuendo così all’escalation delle tensioni con il rivale indiano. «Lo sfrontato nazionalismo di Xi è il primo fattore che spiega l’aumento del braccio di ferro con l’India», sottolinea Fravel, e che inasprisce la strategia populista di Modi, che ha assegnato al Ladakh un nuovo statuto amministrativo in ottobre del 2019.
Pechino rimane vaga circa i propri obiettivi, ma continua a rivendicare i territori buddisti tenendo ben presente la successione del Dalai Lama, carica di implicazioni geopolitiche. «La questione del Dalai Lama è parte integrante della crisi del Ladakh», afferma Wu Qiang. Il regime comunista ha già decretato che la "reincarnazione" dell’attuale leader spirituale, di 85 anni, dovrà «obbedire alla legge cinese», e quindi conta di designare il successore che gli fa più comodo. Ma teme anche che un rivale sia designato all’interno di uno dei numerosi monasteri in territorio indiano, che sfuggono al suo controllo. Nel 2017, un’importante visita del Dalai Lama al monastero di Tawang ha alimentato le voci di una possibile reincarnazione in quella località dell’ Arunachal Pradesh indiano, sul tratto orientale dei disputati confini, aumentando l’inquietudine dei cinesi.
La reincarnazione del Dalai Lama «è un’arma politica» per l’India, ritiene Bilahari Kausikan, un tempo alto diplomatico a Singapore. Nuova Delhi ha celato a lungo il proprio appoggio al leader spirituale rifugiato in territorio indiano, a Dharamsala, per non complicare la ripresa del dialogo con la Cina, in piena fase di decollo economico. Il riacutizzarsi delle tensioni sul confine, però, in un nuovo clima da guerra fredda cino-americana, potrebbe spingere Modi a riattivare il supporto alla causa tibetana, come dimostra la presenza del suo braccio destro al funerale svoltosi a Leh.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Monica Rita Bedana)