Esteri

I valori occidentali non convincono più neanche l'Occidente

Una manifestazione per i diritti Lgbt a Varsavia 
L'accademico Stephen Holmes: l'Europa centrale ha smesso di imitare l'Ovest. La Cina concilia con disinvoltura autoritarismo e liberismo economico. Putin dice all'America: "Siete come noi, ma più ipocriti". E gli Usa di Trump hanno smesso di volere essere un modello, per non allevare concorrenti (Gazeta Wyborcza)

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8 minuti di lettura
Come è potuto succedere che il liberalismo sia caduto vittima della propria vittoria dopo avere avuto la meglio nella guerra fredda, mentre il populismo di destra e l’autoritarismo sono in continua ascesa? A queste domande risponde il libro di Stephen Holmes e Ivan Krastev La rivolta antiliberale: Come l’Occidente sta perdendo la battaglia per la democrazia. Una delle ragioni di questo stato di cose, secondo gli autori, risiederebbe nel desiderio istintivo dell’imitazione e nel risentimento suscitato dalla sua frustrazione. L’Europa centrale voleva essere come quella occidentale, assumerne sia i mezzi sia gli obiettivi, ma se un imitatore sarà sempre un po’ peggio dell’originale, il modello – dopo la crisi economica e migratoria – per molti ha smesso di essere attraente. La Russia, da parte sua, per circa due decenni ha finto di essere l’Occidente, ma ora Putin mette l’America davanti allo specchio e le dice: dietro alle vostre belle parole sulla libertà e la democrazia si celano solo i vostri interessi, siete come noi, soltanto un po’ più ipocriti. La Cina ha lasciato perdere i valori liberali, ma al contempo ha incrementato i suoi mezzi conciliando con disinvoltura autoritarismo e liberismo economico. Infine è proprio l’America a imitare il cinismo di Putin: Trump, infine, ha convinto i suoi connazionali che non conviene essere il modello di nessuno, perché si finisce poi per allevarsi la concorrenza in seno.
 
Professor Holmes, le autorità polacche hanno ingaggiato una battaglia con “l’ideologia LGBT”. Dal punto di vista liberale questa cosa non solo non ha alcun senso, ma è banalmente sciocca poiché colloca la Polonia al di fuori del mondo occidentale. Ma voi dimostrate che in questa follia c’è un metodo.
“In tutto il mondo i populismi stanno approfittando della destabilizzazione dei tradizionali ruoli sessuali e dell’inquietudine maschile che questi cambiamenti portano con sé. Un’inquietudine che a ben guardare unisce tutti i populisti, dai fautori del cristianesimo bianco ad Al Qaeda: entrambi questi gruppi concordano sul fatto che le donne dovrebbero sapere qual è il loro posto. Abbiamo a che fare con la controffensiva reazionaria contro la più grande rivoluzione della storia dell’umanità: la rivoluzione femminista. Quando Orbán ha chiuso i gender studies a Budapest ha detto che dissuadevano le ragazze dalla maternità. Tra le ragioni di questo ritorno alla tradizione vanno individuati anche i timori demografici, la paura di scomparire come razza o come popolo. I russi non sono per niente puritani e la loro campagna contro le minoranze sessuali ha molto a che vedere con il fatto che hanno un incremento demografico pari a zero. L'arcivescovo di Cracovia ha detto che intorno al 2050 i bianchi vivranno nelle riserve. Saremmo quindi come una zolletta di zucchero che si sta sciogliendo nel caffé nero. Il senso è chiaro: stiamo perdendo la nostra identità, le nostre nipoti non saranno più bianche. Questa inquietudine ha delle ragioni concrete: le trasformazioni tecnologiche, la pandemia che nessuno è stato in grado di prevedere, l’incertezza economica. L’Unione Europea e il patto atlantico stanno per scoppiare, finisce l’egemonia liberale e quando tutto intorno va a rotoli ci si aggrappa a delle sicurezze. A Dio, che non cambia, e al popolo, che continuerà a esistere anche dopo la tua morte e che quindi, in un certo senso, riscatta la tua mortalità. In tempi di grandi incertezze questi valori tornano con rinnovato vigore”.
 
 A una domanda sull’“ideologia LGBT”, il vicepremier polacco Kaczynski ha risposto “abbiamo il diritto di difendere le fondamenta della nostra civiltà”. L’attacco che respinge viene, appunto, proprio dai valori liberali occidentali. 
“Dopo il 1989 l’élite riformatrice ha spinto con piena convinzione lo stato postnazionale verso l’Unione Europea rigettando sciaguratamente i simboli nazionali. Li ha raccolti l’élite antagonista che li ha utilizzati per conquistare il potere sfruttando il risentimento antiliberale. In Polonia questo fatto è tanto più strano se si considera che questo paese negli ultimi anni ha riportato un grande successo economico”.

Negli anni Novanta il sogno dell’Europa centrale era diventare il prima possibile come la Germania. Per quale motivo questa volontà di imitare l’Europa occidentale si è rivelata alla fine un’esperienza umiliante?
“Osservando i populisti di destra dell’Europa centrale, io e Ivan siamo rimasti colpiti dal fatto che l’espressione 'non vogliamo essere delle copie' sia diventata il loro slogan. Quando allo zoo capita di guardare i primati, ci si ritrova a pensare: già, sono quasi come noi ma non hanno il pollice opponibile. Secondo l’Europa occidentale anche l’Europa centrale erano quasi come lei: un’imitazione imperfetta. E questa cosa si avvertiva. Per gli abitanti degli ex paesi socialisti, l’Occidente era come una caramella dietro a un vetro antiproiettile: vorresti averla ma non ce l’avrai mai. Alla lunga questa condizione, questo sentimento, ha suscitato una reazione. Non la vogliamo affatto la vostra caramella, dicono i populisti. Al contrario, siamo noi ad avere qualcosa che voi volete: noi siamo una coesione etnicamente omogenea, voi un’accolita di abitanti dell’Africa e del Vicino Oriente. Un mio conoscente ha incontrato in Polonia dei turisti tedeschi e li ha sentiti dire: qui finalmente si sta in mezzo ai bianchi”.

In che cosa si differenzia il tipo di imitazione russo da quello centroeuropeo?
“L’Europa centrale per molto tempo ha desiderato di essere come quella occidentale. I russi invece mai. Per loro i valori occidentali sono un po’ come il vestito buono che si porta la domenica, quando durante la settimana ci si mette qualcosa di più comodo. Se durante gli ultimi vent’anni dell’Unione Sovietica avevano simulato il comunismo, che problema c’era poi a imitare il capitalismo? Soprattutto se si pensa che consideravano quest’ultimo come una cortina fumogena, ovvero un sistema esistente soltanto affinché i ricchi possano arricchirsi ancora di più e infinocchiare i poveri. Vogliamo essere ricchi? Non c’è problema: infinocchiamo i poveri e diventiamo capitalisti. Le elezioni? E perché no, però solo di facciata: vanno bene se controllate dietro le quinte da un potere burattinaio. Siamo anche disposti a fingere un po’ se questo significa fare entrare più facilmente i nostri figli nelle vostre università, se ci lascerete entrare nei vostri salotti. Questa era la finzione dei governi di Boris Eltsin. Ma quando Putin è andato al potere è iniziato un graduale cambiamento. Adesso abbiamo a che fare con un’imitazione aggressiva. L’America, sostiene Putin, parla tanto di valori ma poi nelle azioni si basa solo sugli interessi. Ha dichiarato di attaccare l’Iraq per dare agli abitanti di quel paese la libertà e la democrazia, ma in realtà si trattava solo dei pozzi petroliferi e degli interessi di Israele. Per quale motivo dunque la Russia non dovrebbe fare lo stesso? Quando Putin ha tenuto il suo discorso dopo l’annessione della Crimea, ha usato lo stesso linguaggio con cui gli americani parlavano del Kosovo: si appellava all’identità nazionale, al diritto all’autodeterminazione, ai diritti dell’uomo. Ovviamente si trattava di una parodia. Qualche tempo fa ha addirittura mandato un suo uomo negli Stati Uniti per fargli fondare un istituto per la difesa della democrazia americana”.
 
Effettivamente non sono quello che si dice delle accuse infondate.
“Certo che no. Anche io ritengo che l’America sia piena di ipocrisia. Trump ritiene che il principale problema della guerra in Iraq sia stato il volere aiutare gli iracheni. Una sciocchezza per negare che si trattava del petrolio. Ma ritornando a Putin, la sua strategia è mettere l’Occidente davanti allo specchio, mostrargli la sua ipocrisia. Fargli vedere che dice una cosa e ne fa un’altra. La lotta con la doppiezza del mondo occidentale è un tema sostitutivo per sopperire alla mancanza della politica interna in Russia”.
 
La ribellione degli imitatori contro chi li guardava dall’alto è comprensibile. Ma non mi è del tutto chiaro perché a ribellarsi contro la democrazia liberale sia stato il suo stesso modello, ovvero gli Stati Uniti.
“Si tratta dell’effetto Trump. Non vogliamo essere imitati, dice il presidente americano, non abbiamo bisogno di concorrenza economica. Ai tempi della guerra fredda non attaccava affatto l’Unione Sovietica, bensì il Giappone e la Germania. Li detesto, diceva, ci vendono le loro macchine, ma chi gliel’ha permesso? Li abbiamo sconfitti in guerra e adesso quelli ci imitano e ci stanno addirittura vincendo. Era questo il senso del programma di ricostruzione postbellica ideato dagli Stati Uniti per i nemici sconfitti: cerchiamo di stornare il nazionalismo tedesco e giapponese dal militarismo all’industrializzazione finalizzata all’esportazione. Sarà sempre meglio della terza guerra mondiale. Si arricchiscano pure, saranno soddisfatti e non penseranno a farsi la bomba atomica. Ma Trump è troppo stupido per capirlo, non pensa secondo categorie geopolitiche: vede solo la concorrenza. Intanto lo appoggia una coalizione piuttosto singolare che va dai disoccupati bianchi della classe operaia fino ai magnati dell’economia: bisogna contrastare i cinesi poiché ci portano via i nostri posti di lavoro e allo stesso tempo la nostra tecnologia che cancella i posti di lavoro. Un altro aspetto dell’imitazione era l’idea della 'città splendente sulla collina'. L’America doveva essere un ideale da imitare: noi siamo eccezionali, i migliori, siamo la culla della libertà e della democrazia. Trump dice invece: scordatevelo. Non vogliamo affatto essere i migliori. Anzi siamo razzisti, sessisti, siamo proprio come tutti gli altri”.
 
 Perché lo fa?
 “Perché la gente, in particolare chi non è bianco, desista dal voler raggiungere gli Stati Uniti. Trump dice possiamo essere 'di nuovo' grandi. Non attraenti, non un modello da imitare, ma forti e bianchi. Mi è ancora difficile capire come sia riuscito a vendere alla destra patriottica l’idea che qualcosa come l’eccezionalità americana non esista. Trump si erge davanti alla folla orgogliosa dei propri valori americani e dice: siamo un paese razzista, un paese che odia gli stranieri. Intanto la folla sventola le bandierine e scandisce 'USA, USA, USA!'. Non so come ci riesca, ma lo fa. Nessun presidente prima di lui si era spinto fino a negare l’idea della superiorità morale degli americani. Tutti, Obama incluso, celebravano con orgoglio i valori e il modello americani: l’America è il posto migliore del mondo, un paese di gente libera e coraggiosa, ora e sempre. La vanagloria, addirittura il narcisismo, del discorso politico americano sono insopportabili e Trump ha trovato la maniera di usarli in maniera diversa”.
 
E come?
“Sfruttando la rabbia contro le élite istruite. Poiché l’universalismo liberale è una specificità del modo di pensare delle persone istruite. Vede, tutti desiderano frequentare persone simili a loro. Lei e io proveniamo da paesi diversi, abbiamo età diverse, tuttavia ci capiamo perché abbiamo molte cose in comune: la rete di segni, la concezione del mondo, la cultura, che è strettamente legata al livello di istruzione. Per me, professore universitario, la nazionalità e l’appartenenza etnica non hanno alcun significato, mi sento a mio agio in mezzo alle persone di tutto il mondo. Ma a condizione che siano istruite. Una persona che non ha un’istruzione superiore vive solitamente tra le persone della stessa origine etnica, classe sociale e religione. Le persone istruite hanno la tendenza a guardarle dall’alto e a dirgli: ma quanto siete prevenuti e intolleranti. Loro invece ci considerano degli ipocriti perché anche noi, nel nostro mondo, ci conformiamo nel modo di pensare. Da qui nasce qual risentimento che Trump ha saputo sfruttare”.
 
Scrivete che Trump ha trasformato i cittadini in fan. Ma quei fan accetteranno il furto dei voti, per esempio attraverso il mancato riconoscimento dei voti per corrispondenza già annunciato dal presidente americano?
“Non penso che protesterebbero più di tanto. Quelli che lo appoggiano perché offende e umilia i liberali e le élite, faranno scudo intorno a lui. Perché da lui hanno ricevuto la percezione di un potere che non avevano mai avuto. Hanno votato per lui ed hanno cambiato il mondo, non era mai accaduto prima. E a questo potere non rinunceranno”.
 
Nonostante la pandemia e la disoccupazione?
“Trump ha capito in fretta che per cavarsela con il Covid-19 avrebbe dovuto fare affidamento sui professionisti e sugli scienziati, ma allora il suo modo di fare politica avrebbe perso di efficacia. Trump è bravo a twittare, ad agitare lo spauracchio della deriva sinistroide e delle carovane di immigrati dal Messico. È stato quindi costretto a dire che la pandemia non era un vero problema. In modo del tutto intuitivo l’ha minimizzata e questo nonostante il fatto che probabilmente avrebbe vinto le elezioni se avesse combattuto con efficacia la battaglia sul fronte del coronavirus. Non è stato in grado di cambiare strategia, perché questo avrebbe voluto dire non essere al centro dell’attenzione, una cosa per lui insopportabile".

Se né Biden né Trump dovessero vincere con una maggioranza netta, l’America potrebbe andare incontro a una crisi istituzionale?
“È molto probabile. Per quanto ora come ora tutto sembrerebbe indicare una decisa vittoria di Biden. Se vincerà nettamente in Florida già nel corso della notte elettorale, ce l’avremo fatta. Se invece le cose non dovessero andare così e l’annuncio del vincitore dovesse rendere necessaria la conta dei voti per corrispondenza – che potrebbe durare anche diversi giorni – allora ci aspetta una battaglia legale. C’è poi ancora la questione del Collegio degli Elettori. Potrebbe verificarsi la situazione in cui abbiamo l’organo legislativo controllato dai repubblicani e il governatore democratico – come accade in diversi Stati chiave – dove l’organo legislativo elegge un gruppo di elettori e il governatore ne elegge un altro. Se invece la decisione spetterà al Congresso, allora di nuovo: alla Camera dei rappresentanti i Democratici hanno la maggioranza, mentre al Senato ce l’hanno i Repubblicani. Potrebbe essere un disastro”.
 
 Cosa significherebbe la vittoria di Biden per la democrazia americana?
 “Trump vuole creare una sensazione di caos intorno alle elezioni affinché il suo elettorato possa poi negare la validità della vittoria di Biden. I suoi sostenitori più fanatici usciranno nelle strade, non è escluso che sparino a qualcuno. L’FBI si sta già preparando agli attacchi dei nazionalisti bianchi tra le elezioni e l’insediamento del presidente. Sarebbe una situazione molto inquietante, perché in America ci sono un mucchio di armi. Tuttavia penso che Trump perderà le elezioni e andrà subito a rifugiarsi a Mar-a-Lago, perché in fondo è un codardo e non un guerriero. Proverà qualche imbroglio, ma se la differenza di voti sarà troppo netta allora non potrà fare nulla. Da un punto di vista razionale so che Trump perderà le elezioni, ma ciò nonostante ho come un nodo allo stomaco. Per la notte elettorale abbiamo già pronto un cartone di champagne e uno di grappa, vanno bene per entrambe le eventualità”.
 (Copyright Gazeta Wyborcza/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Dario Prola)