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Basta cinismo. Carter studia Kennedy

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 22 settembre 1976 su La Repubbica. Il democratico punta su un cambio netto in politica estera: riconoscimento della Cina, dialogo con l’Europa. Con Mosca deve proseguire la “distensione” dei rapporti.
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Questa è la prima intervista che Jimmy Carter rilascia ad un giornale italiano dopo la “nomination” democratica per la presidenza. Il testo che pubblichiamo è il condensato di un incontro avuto con lui qualche giorno fa a Darlington (South Carolina). Altre risposte Carter ha voluto confermare per iscritto; le domande sulla Cine infine sono state poste per telefono, dopo la morte di Mao.

La strategia complessiva che emerge dall’intervista rappresenta un notevole rovesciamento della politica estera seguita per anni dalle amministrazioni repubblicane. Netto è l’impegno di Carter per il riconoscmento della Cina popolare, per un più stretto rapporto con l’Europa e per un più equilibrato proseguimento della “distensione” con l’Unione Sovietica. Altrettanto netto e duro, il giudizio sul Cile di Pinochet al quale ancora poche settimane fa il ministro del Tesoro americano Simon aveva garantito invece aiuti econ…
Questa è la prima intervista che Jimmy Carter rilascia ad un giornale italiano dopo la “nomination” democratica per la presidenza. Il testo che pubblichiamo è il condensato di un incontro avuto con lui qualche giorno fa a Darlington (South Carolina). Altre risposte Carter ha voluto confermare per iscritto; le domande sulla Cine infine sono state poste per telefono, dopo la morte di Mao.

La strategia complessiva che emerge dall’intervista rappresenta un notevole rovesciamento della politica estera seguita per anni dalle amministrazioni repubblicane. Netto è l’impegno di Carter per il riconoscmento della Cina popolare, per un più stretto rapporto con l’Europa e per un più equilibrato proseguimento della “distensione” con l’Unione Sovietica. Altrettanto netto e duro, il giudizio sul Cile di Pinochet al quale ancora poche settimane fa il ministro del Tesoro americano Simon aveva garantito invece aiuti economici. Il tema dell’eurocomunismo, anche se affrontato con la prudenza di un candidato che si vede minacciato da Ford sulla destra, è trattato con evidente diversità rispetto alle ossessive preoccupazioni di Henry Kissinger.
Al di là delle singole risposte c’è poi un dato complessivo che va sottolineato. Jimmy Carter disegno nella sua intervista la fine dell’era del pragmatismo kissingeriano che spesso si è trasformato in pura manifestazione di cinismo. Al suo posto sembra voler collocare una politica estera fondata su quei principi di giustizia internazionale e di democrazia che hanno avuto parte così importante nei primi duecento anni della storia americana.

Lei ha più volte affermato di voler correggere l’attuale indirizzo di politica estera degli Stati Uniti che ha eccessivamente privilegiato i rapporti con l’Unione Sovietica sottovalutando quelli con l’Europa e il Giappone. Un rovesciamento del genere avrbbe però di fronte a sé due ostacoli: la tentazione “isolazionista” degli Stati Uniti e la ricerca da parte dei paesi europei di una sempre maggiore indipendenza. Come pensa di superarli?

“Non mi sembra corretto sostenere che gli Stati Uniti sono colpiti da tentazioni isolazioniste. Direi che ciò che abbiamo imparato negli ultimi anni, semmai, è che esistono limiti al nostro potere. Abbiamo avuto lezioni di moderazione e di prudenza nella condotta delle nostre relazioni internazionali. Escludo che questo possa limitare il nostro interesse verso i nostri alleati. D’altra parte il mio interesse perché l’Europa occidentale sia forte e unite è vivissimo. La mia sarà perciò un’azione d’incoraggiamento affinché le democrazie europee elaborino la loro politica estera in piena indipendenza e a loro modo, né io cercherei di forzare singoli paesi europei ad esprimersi uniteralmente se essi preferissero invece esprimersi come insieme”.

Almeno per l’Italia e la Francia questo modo di manifestarsi comprenderà, verosimilmente a breve termine, la componente comunista. Crede che i partiti comunisti di questi due paesi siano oggi politicamente indipendenti da Mosca?
“Se il partito comunista italiano sia veramente indipendente da Mosca è naturalmente il punto cruciale ed è purtroppo una domanda alla quale non ho autorità per rispondere. Quello che è certo è che i comunisti hanno talvolta un doppia grado di lealtà che, il più delle volte, rischia di giocare a favore dell’Urss e dei paesi dell’Est. D’altra parte non ritengo che sia bene intervenire direttamente nelle elezioni. Minacce di rappresaglie economiche o politiche sono controproducenti”.

Si potrà conciliare questo indirizzo di fondo con il processo di “distensione” avviata con l’Unione Sovietica?
“Credo di sì. Gli sforzi per stabilire relazioni culturali ed economiche con l’Unione Sovietica devono essere perseguiti. D’altra parte puro non potendo considerare le nore vendite di grano, macchinari e tecnologia come uno strumento di ricatto, dobbiamo cercare di impegnare l’Urss a mantenere i suoi impegni sui diritti umani avviandoci concordemente verso una riduzione degli armamenti nucleari e verso la pace”.

Quando negli Stati Uniti si parla di libertà si ha l’impressione che vengano usate misure diverse. Basta pensare al Cile di Pinochet. Come giudica l’azione che gli Stati Uniti hanno svolto in quel paese e l’attuale regime di Santiago?
“Credo che il nostro governo non dovrebbe più essere coinvolto nel tipo di azioni clandestine che hanno preceduto il colpo di Stato in Cile. Forse non siamo stati la causa diretta di quei tragici avvenimenti, sicuramente però le nostre intenzioni non sono state pure. Interventi di questo tipo sono sbagliati e immorali. Inoltre le testimonianze sulle torture brutali e sull’oppressione politica che ci vengono dal Cile sono troppo numerose e troppo ben documentate per non essere credute. L’attuale amministrazione è talmente ossessionata dalla sua politica di equilibrio dei poteri da aver dimenticato, in molti casi, ogni giusta preoccupazione per i diritti umani. Certo non possiamo chiedere al mondo di adeguarsi ai nostri ideali, sicuramente però possiamo usare la nostra influenza in quei paesi che per la loro sopravvivenza dipendono da noi economicamente o militarmente”.