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Bipolarismo all’italiana

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il data su testata. L’Italia insegue gli Usa sul duello ma la replica non funziona e i partiti tornano nel limbo proporzionale.
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È vero. Siamo il Paese dei 10.000 campanili, delle 100 tasse e dei 10 partiti. Siamo il Paese che quando va al voto si ritrova una scheda elettorale lunga come un lenzuolo e inzeppata di liste. Siamo il Paese delle Larghe Intese e/o delle Grandi Ammucchiate, dei governi di coalizione e delle geometrie variabili. “L’America è lontana…”, cantava Lucio Dalla. E aveva ragione. È lontana in ogni senso, compresi gli assetti e le regole della democrazia. Lì è tutto facile, da un paio di secoli: due solide famiglie politiche (sempre le stesse e in ogni senso, dai Kennedy ai Clinton, dai Bush ai Trump). Di qua i repubblicani, di là i democratici: chi vince governa quattro anni, chi perde sta all’opposizione, e avanti così fino alla prossima sfida. Qui è tutto un fiorire di partiti e partitini, di movimenti e smottamenti, di scissioni e fondazioni, un continuo fare e disfare di governicchi fragili e di allean…
È vero. Siamo il Paese dei 10.000 campanili, delle 100 tasse e dei 10 partiti. Siamo il Paese che quando va al voto si ritrova una scheda elettorale lunga come un lenzuolo e inzeppata di liste. Siamo il Paese delle Larghe Intese e/o delle Grandi Ammucchiate, dei governi di coalizione e delle geometrie variabili. “L’America è lontana…”, cantava Lucio Dalla. E aveva ragione. È lontana in ogni senso, compresi gli assetti e le regole della democrazia. Lì è tutto facile, da un paio di secoli: due solide famiglie politiche (sempre le stesse e in ogni senso, dai Kennedy ai Clinton, dai Bush ai Trump). Di qua i repubblicani, di là i democratici: chi vince governa quattro anni, chi perde sta all’opposizione, e avanti così fino alla prossima sfida. Qui è tutto un fiorire di partiti e partitini, di movimenti e smottamenti, di scissioni e fondazioni, un continuo fare e disfare di governicchi fragili e di alleanze spurie. Ma ci abbiamo provato, a fare “gli americani”. Senza fortuna, ma ci abbiamo provato. E non solo nella Seconda Repubblica.   

In un modo tutto nostro, ci abbiamo provato anche nella Prima. Per mezzo secolo, dalla Costituzione del ’48 fino ai primi Anni Novanta, l’Italia ha vissuto in quello che un illustre politologo come Giorgio Galli definì il “bipartitismo imperfetto”. Cioè un bipolarismo senza alternanza, cristallizzato in uno schema duale e infecondo. Da una parte la Democrazia Cristiana di De Gasperi e Moro, Andreotti e Fanfani, De Mita e Forlani, Cossiga e Donat Cattin: il più largo e trasversale partito moderato di massa, che progressivamente “si fece Stato” (secondo la formula plastica di Marco Follini) fino a monopolizzarne i vertici, i gangli e gli anfratti. Dall’altra parte il Pci di Togliatti e Longo, Amendola e Berlinguer, Natta e Pajetta, Ingrao e Napolitano: il più esteso e popolare partito comunista dell’Occidente, che vanamente sognò il compromesso storico e l’alternativa democratica (secondo la formula elastica del suo leader più carismatico) fino a restare sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino.

Non funzionò. I due blocchi ressero a lungo agli urti della Storia, ma uno dei due non ebbe mai accesso alla famosa “stanza dei bottoni” di cui parlava Pietro Nenni. Non lo consentirono i fatti (quel pur formidabile 34% raggiunto alle elezioni del ‘76, che non si avvicinò mai neanche lontanamente al 51). Non lo permise il “Sistema” (qualunque cosa questa parola significhi, Gladio o la P2, la Chiesa o la Casa Bianca). Il “Fattore K”, inventato da Alberto Ronchey, segnò un perenne interdetto per Botteghe Oscure, anche nella versione “eurocomunista” che tuttavia non divenne mai compiutamente socialdemocratica. E diventò un permanente “fattore di blocco” per tutta la democrazia italiana. Costretta (o condannata) ai monocolore Dc o ai pentapartiti con Psi, Psdi, Pri e Pli.   

Con Tangentopoli, e poi col lavacro di Mani Pulite, la Storia prende un’altra piega. Il fragoroso e indecoroso crollo della “Partitocrazia” ci offre un’altra chance per cambiare tutto, semplificare il quadro, ricostruire su basi nuove le regole del gioco. Dalla democrazia consociativa alla democrazia rappresentativa: questa è la sfida per la “nuova politica”. Che ha nomi e cognomi. Il primo è Mario Segni: i suoi referendum del 1993 sull’abolizione della preferenza unica e l’elezione diretta dei sindaci gettano le basi per il rilancio di un modello tendenzialmente bipolare mai realizzato in Italia. Il secondo è Sergio Mattarella: la sua riforma elettorale introduce i collegi e restituisce ai cittadini il diritto di scegliere, riconvertendo il caotico e policentrico sistema proporzionale in un maggioritario mai sperimentato in Italia.

È stata la vera, grande occasione per allineare il Paese agli standard delle grandi democrazie occidentali. E l’abbiamo tristemente mancata. Ma le speranze allora sono tante. A dargli forma e sostanza è lui, l’Uomo di Arcore, l’Unto del Signore. La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, nel 1994, è una “rupture” che cambia radicalmente la scena. La vera svolta “all’americana”, e il nuovo bipolarismo “all’italiana”, comincia con il Cavaliere. È lui che tiene a battesimo la Seconda Repubblica. È lui che in tre mesi trasforma la piattaforma di Publitalia in Forza Italia, e lui che in pochi anni rivoluziona il “partito di plastica” in “partito personale”, è lui che sconvolge i riti stanchi dei polverosi congressi di partito con le pirotecniche kermesse lustrini-e-stelle in cui si celebra e si pratica il culto del leader, sul modello delle colossali convention americane.

Silvio è in tutto e per tutto “Amerikano”. Innamorato di Reagan e di Bush, introduce nella contesa politica nazionale gli ingredienti classici della contrapposizione bipolare. La mobilitazione totale del suo campo, la demonizzazione radicale del campo avverso. Dal 1994 al 2011, la sua è una cavalcata avventurosa e pericolosa che spacca a metà la Penisola. Oggi l’oblio che si spande sulla nazione sembra averci fatto dimenticare tutto, e quel miliardario col sole in tasca ci sembra trasfigurato in un saggio De Gaulle. Ma allora, sotto le insegne di una “nuova destra” a-costituzionale, a-repubblicana e tutt’altro che liberale, lui realizza l’operazione politica più astuta e spregiudicata di fine secolo: chiama a raccolta i sedicenti “moderati”, gli sfollati del vecchio “Caf” (orfani del “Craxi-Andreotti-Forlani”, ormai rimasti senza tetto né legge), i leghisti padani vestiti con la canottiera di Bossi e gli ex missini purificati a poco prezzo nella miracolosa acqua di Fiuggi. Miscela il tutto, e scaglia la sua Casa delle Libertà contro il nemico risorto non si sa da quale cimitero: i “comunisti”, quelli che non hanno mai smesso di mangiare bambini, depredare i ricchi, tassare la proprietà, incarcerare gli innocenti.

Maestro di narrazione e di manipolazione, il Cav suo malgrado fa evolvere il Paese verso una rissosa, rancorosa e a tratti sediziosa democrazia dell’alternanza. Nel Ventennio berlusconiano la battaglia politica si combatte davvero tra due leader e due schieramenti contrapposti. Per tre volte vince lui, per due volte vince Prodi. Le tappe simboliche di questo passaggio sono i duelli televisivi, che grazie alle indubbie qualità mediatiche di Sua Emittenza spazzano via le logore e tristanzuole tribune degli Ugo Zatterin e dei Jader Iacobelli. E le fanno diventare un’arena vibrante e scoppiettante, dove i duellanti, proprio come “campaigner” americani, se le danno di santa ragione. Il 25 marzo 1994, a “Braccio di ferro” su Canale 5, domatore Enrico Mentana, assistiamo a un evento mai visto prima: Berlusconi appena sceso in pista col suo “Polo del Buongoverno” si scontra con Occhetto che guida la “gioiosa macchina da guerra” (contro il muro, dirà il voto di due giorni dopo). Il 26 marzo 1996 tocca al neo-leader dell’Ulivo Prodi fronteggiare il Cavaliere, stavolta sugli schermi di Raiuno, con Bruno Vespa che inaugura la sua lunga carriera di gran cerimoniere del rito cannibale della politica in tv. Ne arriveranno altri, nel marzo 2006 di nuovo Berlusconi contro Prodi sempre su Raiuno, ospiti di Clemente Mimun. La formula innovativa del confronto “all’americana” diventa un format definitivo anche in Italia: è un bene che rimane, in mezzo a tante promesse mancate. La “personalizzazione” della politica precipita in tentativi e in tentazioni presidenzialiste, dal nome del candidato premier sulla scheda al mini-golpe costituzionale del 2005: è un male che ci siamo portati dietro, anche oggi.

Ma che fine ha fatto quel “disturbo bipolare”, in un Paese che manifesta una tendenza inerziale e autolesionistica verso il mucchio selvaggio? Dai ruggenti Anni Novanta la “patologia” diventa carsica. La fine del “sogno americano”, per paradosso, la decreta proprio quello che l’aveva propiziata: prima di perdere le elezioni del 2006, Berlusconi avvelena i pozzi con la “porcata”, una riforma elettorale che butta via il maggioritario e impastrocchia tutto. Vivremo ancora altre brevi parentesi: a destra quella berlusconiana che issa gli alleati sul predellino del riunificato Popolo delle Libertà, a sinistra quella veltroniana che incanta per poco il Pd con la “vocazione maggioritaria”: Ma da quel momento il bipartitismo muore, e anche il bipolarismo non si sente tanto bene. Verranno l’emergenza della crisi del debito sovrano e la supplenza del governo tecnico. Poi ancora una parentesi, infelice: l’ultimo azzardo cesarista di Renzi che, mentre in segreto si avventura nell’inciucio “nazareno” con il Cav, in pubblico si impicca a una legge elettorale iper-maggioritaria e a un referendum costituzionale che spazzerebbe via il Senato e gli consegnerebbe manu militari Parlamento e istituzioni di garanzia. Fallisce, naturalmente. E propizia così il trionfo del Movimento Cinque Stelle, che dal voto del 2018 illude un’altra volta i gonzi sulla Rivoluzione imminente. Scontenti del bipolarismo mancato, crediamo nientemeno che sia matura la svolta del “tripolarismo”. A destra e a sinistra resistono due “simulacri”, e in mezzo l’onda antipolitica la cavalca Beppe Grillo, sospinto su un canotto dall’incredibile Piazza Maggiore di Bologna gremita e mobilitata per il “Vaffa”.

Due anni dopo ci accorgiamo che era una mezza chimera pure quella. M5S, basica “infrastruttura di rete” che a Palazzo Chigi può funzionare indifferentemente con il feroce Salvini e con il pio Zingaretti, perde dieci milioni di voti alle europee e due elettori su tre alle regionali del 20 settembre. Regna, ma non governa. L’eclissi pentastellata rilancia due apparenti “forze” che nascondono due mutue debolezze: la rutilante destra sovranista salvinian-meloniana e la balbettante sinistra riformista zingarettian-bettiniana. Un italiano normale, guardando, direbbe: per quanto fiacco, torna uno schema bipolare. Manco per sogno. Nel Paese di Flaiano, dove la linea più breve tra due punti non è la retta ma l’arabesco, il sistema politico ci fa l’ultimo regalo. Due scalcagnati poli si riaffacciano sulla scena, ma invece di incentivarli con un ripristino del maggioritario, ecco l’ultimo testacoda neo-proporzionale: dopo averli provati tutti, dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum, viriamo sul Germanicum. Per i tedeschi significa Grosse Koalition. Per noi italiani è il solito casino.