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Bush è pronto alla grande disfida

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 19 agosto 1988 su La Repubblica. Nel “Super Duomo” di New Orleans, il vicepresidente pronuncia il suo discorso d’investitura, ma le polemiche sulla scelta del compagno di gara continuano a dividere.
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Seduta a gambe incrociate su una poltrona del salotto di casa, Peggy Noonan, l’ex speech writer preferita di Reagan, ha scritto un appassionato discorso per George Bush, ma ieri sera delegati, giornalisti e spettatori della Convention temevano di non sentirne neanche una parola. Cinquanta tonnellate di amplificatori non sono finora riuscite a fornire un audio decente al Superdome, l’immenso stadio al coperto di football prescelto dai repubblicani per il loro Congresso. In certi punti di questa arena da 9O.000 posti non si sente niente; in altri il volume è troppo forte, bisogna tapparsi le orecchie per non diventare sordi. Dal mio posto, non ho capito un cavolo del discorso di Reagan ha detto arrabbiato nero l’ex senatore Barry Goldwater, grande vecchio del partito repubblicano.

Gli amplificatori non funzionano Giorno dopo giorno, i tecnici del suono hanno spostato amplificatori, cambiato i microfoni, sperimentato nuovi sistemi, nella speranza di trovare l&rs…
Seduta a gambe incrociate su una poltrona del salotto di casa, Peggy Noonan, l’ex speech writer preferita di Reagan, ha scritto un appassionato discorso per George Bush, ma ieri sera delegati, giornalisti e spettatori della Convention temevano di non sentirne neanche una parola. Cinquanta tonnellate di amplificatori non sono finora riuscite a fornire un audio decente al Superdome, l’immenso stadio al coperto di football prescelto dai repubblicani per il loro Congresso. In certi punti di questa arena da 9O.000 posti non si sente niente; in altri il volume è troppo forte, bisogna tapparsi le orecchie per non diventare sordi. Dal mio posto, non ho capito un cavolo del discorso di Reagan ha detto arrabbiato nero l’ex senatore Barry Goldwater, grande vecchio del partito repubblicano.

Gli amplificatori non funzionano Giorno dopo giorno, i tecnici del suono hanno spostato amplificatori, cambiato i microfoni, sperimentato nuovi sistemi, nella speranza di trovare l’audio ideale in tempo per il clou della manifestazione, il discorso di Bush che chiudeva la convention (alle 21,30 di ieri, le 4,30 di stamattina in Italia) accettando formalmente la nomination alla Casa Bianca, e cercando di dare finalmente di sé un’immagine da leader vincente. Un discorso così importante che Bush lo ha affidato a Peggy Noonan, autrice trentaseienne dei migliori interventi pubblici di Reagan, da quello sulla tragedia del Challenger alla commemorazione del 40esimo anniversario dello sbarco alleato in Normandia (è lei che ha anche inventato il termine combattenti della libertà riferito ai Contras). Un discorso che ha definito Dukakis un liberal travestito da tecnocrate, e che ha indicato in George Bush il degno e unico erede di Ronald Reagan.

La platea che conta, in questo caso, è quella televisiva, e le reti tivù sono collegate via cavo ai microfoni, per cui dal video si sentiva tutto benissimo. Ma se la platea dal vivo non capisce bene, la sua reazione è meno entusiastica, più passiva, cosicché l’effetto negativo si coglie anche in televisione. Può sembrare un dettaglio minore in un grande congresso politico, ma per i repubblicani è stato un grave smacco: proprio loro, maestri degli effetti speciali negli anni dell’era Reagan, abilissimi a sfruttare tutti i trucchi di Hollywood per vendere la politica come se fosse la pubblicità di un dentifricio, hanno organizzato una Convention non all’altezza di quella democratica di Atlanta del mese scorso. Il Palazzo dello sport di Atlanta sembrava uno studio televisivo, il super duomo di New Orleans, sette volte più grande, si è letteralmente mangiato oratori, cori e applausi. Ma non solo l’audio non ha rispettato il copione prestabilito. Una grana ben più grossa è scoppiata con la nomina alla vicepresidenza di Dan Quayle, giovane senatore con la faccia da divo del cinema, annunciata a sorpresa martedì da Bush, dopo una gita in battello sul Mississippi.

Dan Quayle rappresenta il futuro, ha detto Bush. Ma il senatore se l’è cavata così male a rispondere alle domande dei giornalisti, che ieri Bush gli ha proibito di dare altre interviste, e da domani lo sottoporrà a un corso intensivo con i suoi migliori strateghi elettorali. Ma dargli un’educazione da vicepresidente non sembra facile, e un paio di consiglieri di Bush, spaventatissimi, avevano addirittura proposto di ritirare la sua candidatura, nel corso di una riunione protrattasi fino alle tre del mattino, mercoledì notte. La questione di una sua presunta avventura sentimentale, durante una vacanza con una lobbista del Congresso, sembra la più facile da risolvere. Anni fa, un’indagine parlamentare provò che Quayle non aveva concesso favori in cambio di sesso, e sua moglie ora si dice tranquilla, perché Danny era andato in vacanza solo per andare a giocare a golf, e quando vede un campo da golf posso assicurare che non pensa più a nient’altro.

E’ un po’ come dire che le è stato fedele grazie alle mazze e alle buche del golf, più che per scelta morale, ma almeno la faccenda sta diventando più buffa che grave. Più preoccupante, invece, è la scoperta che Quayle evitò di prestare servizio militare in Vietnam grazie all’arruolamento nella Guardia Nazionale ottenuto dietro pressioni dei suoi influenti familiari. In America è notorio che negli anni del Vietnam la Guardia Nazionale, corpo di polizia impegnato soprattutto sul territorio nazionale, pullulava di raccomandati, al punto da avere un eccesso di personale (oggi non si trova più gente disposta ad andarci). Ieri l’ex generale della Guardia Nazionale, Wendell Philippi, ha dichiarato che Quayle gli telefonò personalmente per essere aiutato ad entrare nel corpo. Jim Baker, l’ex ministro del Tesoro passato da qualche giorno a dirigere la campagna elettorale di Bush, spera di tirare fuori una giustificazione documentata dell’imboscamento di Quayle entro un giorno o due; ma intanto le associazioni dei veterani del Vietnam lanciano già le prime proteste: Se Dan Quayle tiene tanto a un’America militarmente forte, perché non è andato a difenderla anche lui in Indocina?

Il risultato è che si sprecano le ironie sull’accoppiata repubblicana, ironie facilitate dal significato che il cognome dei due candidati ha in inglese. Bush, infatti, vuol dire cespuglio, mentre Quayle si pronuncia come quaglia, e in sala stampa, così come nei bar della città, si sprecano le rime sulla quaglia nel cespuglio. Ah, sì voi dite che sembra il nome di una rivista di caccia, ebbene saremo proprio noi a impallinare i democratici ha replicato Bush. Quayle per ora ha evitato battutine, ma si dice che abbia già ordinato di far togliere al più presto dalla porta di casa sua, dal cancello, e dalla cassetta della posta, la quaglia di ottone che aveva installato tempo fa come stemma di famiglia. Le polemiche su Dan Quayle hanno spostato improvvisamente l’attenzione della Convention da Michael Dukakis, che doveva essere il bersaglio preferito del Congresso repubblicano. Aveva cominciato Reagan, appena sceso all’aeroporto di New Orleans: io e Dukakis abbiamo una sola cosa in comune, saremo entrambi senza un impiego federale a partire dal gennaio prossimo. Poi, nel discorso di lunedì sera alla Convention, il settantasettenne presidente ha cantato le lodi di Bush e ha accusato il suo avversario democratico di essere in realtà un nuovo Jimmy Carter, portatore di inflazione, debolezza in politica estera, pessimismo. Doveva essere il commovente addio di Reagan alla politica, ma i commentatori gli hanno dato un 7 più.

Città ospitante del popolo repubblicano, ma a grande maggioranza democratica quando va alle urne, New Orleans ha seguito queste polemiche senza scomporsi, in perfetta indifferenza. Sindaco, governatore, autorità locali, erano solo preoccupati di fare buona impressione. Per attirare altri congressi, politici e no, in futuro. Così hanno travolto il rigido, impettito, perbenista partito repubblicano, in un carnevale di feste in maschera e banchetti, a base di zuppa di Gumbo e Jambalaya, jazz in stile Dixieland e ubriacature di Planter punch, un cocktail di rum e spremute di frutta. Un carnevale irriverente, in cui si incontrano clown con la faccia di Reagan e grandi poster dal titolo “La creazione di un repubblicano”, con la foto di due elefanti (l’animale simbolo del partito) ripresi nell’atto della riproduzione sessuale. Con qualche eccezione, i repubblicani mormoni dello stato dello Utah, e i sostenitori dell’evangelista Pat Robertson, e dopo qualche iniziale timidezza, i delegati repubblicani si sono lasciati contagiare: come tanti ragazzi perbene coinvolti per la prima volta in una rissa con monelli di strada, hanno scoperto la gioia di danzare ubriachi passando da un jazz club a un topless bar all’altro, perdendo ogni ritegno.

Alle feste si vedono anche strane apparizioni. Coretta Scott King, la vedova del leader dei diritti civili, e Muhammed Ali (il leggendario Cassius Clay), l’ex campione dei pesi massimi: hanno entrambi accettato l’invito alla Convention, anche se non molti capiscono cosa ci facciano qui due eroi dell’America nera, alla Convention di un partito così poco composto di minoranze etniche, a meno che non siano anche loro impostori con la maschera sul volto. Alle feste, non potevano mancare gli italiani, la senatrice Susanna Agnelli era l’ospite d’onore di un party della nostra comunità di emigranti. Di italiani se ne incontrano di continuo, a New Orleans, una vera invasione di turisti, forse partiti prima che il dollaro cominciasse a salire. Hanno l’aria di divertirsi un mondo. All’inizio pensavamo che fossero colleghi giornalisti: Siete qui anche voi per la Convention? abbiamo chiesto a due giovani donne nella hall del nostro albergo. Quale Convention? Ha risposto perplessa una. Poi è stato meglio non fare altre domande.