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Bush, fede e impresa. Dallas archivia JFK

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 14 novembre 2004 su La Repubblica. Il Texas è uno stato della mente, il Texas è un’ossessione, soprattutto il Texas è una nazione in tutti i sensi. Qui gli immigrati sperano ancora nel loro sogno americano.
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Ci sono soltanto cento miglia di distanza fra ieri e oggi, fra destra e sinistra, fra i sogni opposti di una stessa nazione, una distanza che nel Texas grande come tre Italia e mezza è appena una passeggiata. Un paio d’ore di macchina per andare dal luogo dove morì John F. Jennedy a Dallas alla terra dove vive George W. Bush, il politico che ha riseppellito per sempre, l’ultima, pallida reincarnazione di quel mito soffocante, l’ultimo JFK, John F. Kerry. Della lunga cintura delle Bibbia e dei repubblicani dominanti in questo anno del Signore 2004, il Texas è la fibbia che unisce l’Est e l’Ovest, l’àncora della rivoluzione “neo-fon”, del neo fondamentalismo d’Occidente e la ragione per la quale il partito scelse proprio George W. Bush per lanciare dal sud l’assalto impossibile alla Casa Bianca del 2000.

Da quando, nel 1995, “W” aveva strappato la poltrona di governatore a una anziana si…
Ci sono soltanto cento miglia di distanza fra ieri e oggi, fra destra e sinistra, fra i sogni opposti di una stessa nazione, una distanza che nel Texas grande come tre Italia e mezza è appena una passeggiata. Un paio d’ore di macchina per andare dal luogo dove morì John F. Jennedy a Dallas alla terra dove vive George W. Bush, il politico che ha riseppellito per sempre, l’ultima, pallida reincarnazione di quel mito soffocante, l’ultimo JFK, John F. Kerry. Della lunga cintura delle Bibbia e dei repubblicani dominanti in questo anno del Signore 2004, il Texas è la fibbia che unisce l’Est e l’Ovest, l’àncora della rivoluzione “neo-fon”, del neo fondamentalismo d’Occidente e la ragione per la quale il partito scelse proprio George W. Bush per lanciare dal sud l’assalto impossibile alla Casa Bianca del 2000.

Da quando, nel 1995, “W” aveva strappato la poltrona di governatore a una anziana signora che sembrava imbattibile, spargendo la voce che lei, nonna plurima, fosse lesbica, nello Stato della stella solitaria, come lo chiamano ricordando che il Texas è l’unico Stato che si riservi il diritto di secessione, la campana a morto ha cominciato a suonare da qui per la sinistra. Questa era riserva di caccia, per il partito che fu di Kennedy. Dal 1870 al 1995 tutti i governatori texani, senza eccezione, erano stati democratici. Dal 1995, dunque molto prima che si parlasse di Iraq, di Osama o di guerra al terrore, il Texas è passato in forza ai repubblicani.

La campana del Texas rintoccava lontana già quando era presidente Kennedy, costretto, controvoglia, a quella visita fatale a Dallas per calmare i democratici locali, furiosi per il suo progressismo sociale. Dalla sua morte, sembrano essersi sprigionati uno stato di colpa permanente, una inquietudine della morte immanente che hanno facilitato il lavoro dei predicatori, dei venditori di Dio, Patria e fucili. E delle pompe funebri. Nella sola Dallas, ben 148 aziende private si contendono il privilegio di seppellirti, offrendo “comode rate pagabili in anticipo”, e pratiche “bare in affitto”, come annuncia l’insegna della più antica funeral home, la Chism & Smith, fondata nel 1925.

In Texas anche un’impresa di pompe funebri suona come una marca di rivoltelle. Con la Bibbia in una mano e il censimento nell’ altra, la destra repubblicana ha ridisegnato negli ultimi anni tutti i collegi elettorali del Texas, in modo da garantire il successo dei propri candidati. Predicatori radiotelevisivi, come John Ryder possono tranquillamente spiegare ai fedeli che «nessun articolo della Costituzione parla di tenere separati Stato e chiesa». Per scardinare quelle porte della separazione laica, da quest’anno saranno distaccati in tutte le assemblee legislative degli Stati «cristianizzati», pastori d’assalto per «sorvegliare e denunciare» i comportamenti anti-cristiani dei legislatori. E garantirne la trombatura.

Se non siamo ai “microfoni di Dio” dell’Italia post bellica, è soltanto perché il fisco proibisce la propaganda politica nei luoghi di culto, sotto pena della perdita della esenzione fiscale e i pastori tengono all’esentasse quasi quanto al Secondo Avvento. Ma ci sono mille modi per aggirare la legge, in attesa che Bush ridisegni il fisco. Nel “Tempio del Calvario”, per esempio, che svetta con la sua guglia altissima sul caotico profilo suburbano di Dallas ed è persino più alta della cupola dello stadio coperto dove giocano i “Cowboys” il venerato club locale di football sulla superstrada numero 30, vado ad ascoltare il reverendo ministro David Hawking.

Da quando crollarono le Due Torri ed è cominciata quella piccola Armageddon che gli apocalittici pensano possa annunciare “il secondo Avvento”, il pastore ha trovato la metafora biblica perfetta. Batte e ribatte sulla tragica fine di Tiro, la superba città fenicia sulle coste del Libano moderno, ricca, dissoluta, ingorda, atea, spiega il pastore a fedeli rapiti, che il sovrano di Babilionia Nabuccodonosor, re di quello che oggi è l’Iraq, devastò. Nel caso l’allegoria non fosse chiara, il reverendo Hawinkg, che predica a quattro Stati americani sulla lunghezza d’onda media 1260, ha fatto erigere sull’ autostrada 183 un enorme billboard con la faccia dello zio Sam che intima agli automobilisti: «Non credete alla stampa di sinistra!».

La sua nemesi è un contro cartellone che pubblicizza di fronte, il «Teatro Lidò per Adulti», aperto a «coppie» o piccoli gruppi, purché molto affiatati. Da anni, il pastore di anime e il gestore di corpi si battono nei tribunali. La grande abilità della destra che ha saputo coniugare l’11 settembre con la ricristianizzazione dell’America, la Bibbia con il fisco, la risposta della violenza militare con la risposta della devozione è stata quella di lasciare ai “neo fon” abbastanza margini di ambiguità per credere quello che vogliono credere.
E di questo rinascimento biblico, George W. sarebbe l’interprete? «Dubya - come lo chiamano qui in Texas - è un buon cristiano, un uomo rinato in Cristo» risponde senza cadere in trappole politiche «è semplicemente uno dei nostri». Non è stato il solo voto dei “cristiani rinati” a far vincere Bush ma il contrario è sicuro: senza la loro mobilitazione, più forte che nel 2000, Bush non avrebbe vinto, come infatti non vinse suo padre, George H., che aveva nei confronti della fede l’educato scetticismo del patrizio. C’è un altro dio minore che li seduce. È il culto del negocio, del business, della piccola impresa privata, che attira gli immigrati dal sud che hanno attraversato il Rio Grande non per vivere di sussidi statali, ma per realizzare il loro sueno americano.

Chi è fuggito da Stati e governi infami non avrà mai molta fiducia nella mano pubblica. Spesso sono soltanto microimprese, mini ristoranti, il primo gradino. Fra tutti i pollo rico, pollo primo, pollo super, pollo fiesta, pollo loco (c’è persino un pollo feliz, non sappiamo quanto davvero felice) l’immigrazione latina ha provocato sicuramente una strage di volatili. Ma la sfortuna delle galline è stata la fortuna dei repubblicani, perché ogni signora che rosola galline nell’afa della Prateria, trema al pensiero dell’agente delle tasse. Nel Texas ispanizzato, sta scattando quel riflesso da padroncini che Bush ha saputo invocare. E tra polli allo spiedo e democratici lessati, la cintura della Bibbia si stringe attorno all’America.
Mentre, nel vuoto ancora intatto e spopolato dall’ottobre del 1963, quasi che Dallas nella sua furia cantieristica avesse il terrore superstizioso di toccare quell’angolo di centro cittadino, ormai soltanto rari turisti europei e asiatici salgono i cinque piani per guardare dalla finestra alla quale si affacciò Oswald. Sono appena 100 miglia, quelle che separano Bush da Kennedy, l’America delle speranze morte nel 1963 da quella delle paure esplose nel 2001 ma sembrano, nel Texas immenso, cent’anni.