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Clinton trionfa in tv per Bush notte fonda

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 17 ottobre 1992 su La Repubblica. Il presidente è apparso stanco e scioccato dal tradimento di una nazione che diceva di adorarlo. Sembra incapace di fronteggiare il più giovane avversario democratico.
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Non era solo il freddo dell’aria condizionata che soffiava furiosamente nell’aula magna dell’Università a fare rabbrividire. Era il vento di un cambiamento storico per la politica americana e per il resto del mondo. Giovedì sera davanti alle telecamere, nella più grigia, mesta, indifferente esibizione di impotenza che George Bush avesse mai dato è finita forse più che la corsa di un uomo politico verso la rielezione: nel freddo dei condizionatori a tutta forza sono finiti i 12 anni della “Rivoluzione Reaganiana”. Un altro dibattito è passato e il giorno della sconfitta per George Bush si è fatto di un giorno più vicino.

Nell’Università di Richmond, l’antica capitale della Confederazione Sudista, ho assistito al secondo dei tre “tornei” fra il presidente Bush, il sempre più favorito Bill Clinton e il “jolly” Ross Perot. Ho aspettato per i 90 minuti de…
Non era solo il freddo dell’aria condizionata che soffiava furiosamente nell’aula magna dell’Università a fare rabbrividire. Era il vento di un cambiamento storico per la politica americana e per il resto del mondo. Giovedì sera davanti alle telecamere, nella più grigia, mesta, indifferente esibizione di impotenza che George Bush avesse mai dato è finita forse più che la corsa di un uomo politico verso la rielezione: nel freddo dei condizionatori a tutta forza sono finiti i 12 anni della “Rivoluzione Reaganiana”. Un altro dibattito è passato e il giorno della sconfitta per George Bush si è fatto di un giorno più vicino.

Nell’Università di Richmond, l’antica capitale della Confederazione Sudista, ho assistito al secondo dei tre “tornei” fra il presidente Bush, il sempre più favorito Bill Clinton e il “jolly” Ross Perot. Ho aspettato per i 90 minuti del dibattito, come gli altri 250 spettatori in sala e come i 70 milioni di telespettatori, prima con curiosità, poi con incredulità, che il Presidente si scuotesse dalla sua rassegnazione e dal suo torpore, e che tentasse una rimonta, un “cazzotto della domenica” come dicono i pugili in netto svantaggio come è lui, ben 15 punti percentuali dietro a Clinton nel sondaggio di ieri Cnn-UsaToday. E tutto quello che ho visto è stato un uomo stanco, depresso, quasi scioccato dal tradimento di una nazione che 18 mesi or sono diceva di adorarlo e oggi lo vuole licenziare.

Per due volte George Bush ha guardato la moglie Barbara che sedeva nelle prime file e poi ha consultato nervosamente il suo orologio da polso, con l’aria di chi non ne può più, di chi non vede l’ora di tornare a casa, in quella Casa Bianca che sarà sua ancora per poche settimane. Mentre Perot faceva i suoi ‘numeri’ da grande piazzista, mentre Bill Clinton dimenticava anche la raucedine cronica per snocciolare le sue proposte e i suoi progetti, Bush guardava l’orologio e la moglie-mamma, smarrito. Barbara, please, portami a casa. Se la sconfitta avesse un odore, l’aria dell’aula magna a Richmond sarebbe stata giovedì sera irrespirabile. I sondaggi del giorno dopo dicono che Bill Clinton, il 46enne ‘Kennedy del Sud’ che guida il partito democratico, ha vinto il secondo round con largo margine sui due avversari. Le cifre dei sondaggi storicamente possono cambiare all’ultimo istante. Ma nell’America che vive nel culto del “winner”, Bush ha ormai assunto il volto fatale del “loser”, dello sconfitto.

Ciascuno dei tre ha recitato il proprio copione e questo è il problema di Bush: la sua, è la parte del perdente. Ross Perot, l’uomo che possiede quattromila miliardi di lire, ha dimostrato ancora una volta perché ha saputo diventare ricco fondando società che poi mollava ad altri e perché è riuscito a strappare alla General Motors, di cui divenne disastrosamente il boss, la più forte liquidazione mai ottenuta da un Presidente di azienda licenziato. Ross è un fantastico piazzista, saprebbe vendere frigoriferi agli esquimesi e parapioggia ai nomadi del Sahara. Poiché non rappresenta altri che sé stesso può dire qualunque cosa. Poiché è pieno di soldi, può comprarsi intere mezz’ore di pubblicità televisiva. Ha promesso demagogicamente di “rifiutare lo stipendio da Presidente”, quei 300 milioni l’anno che per un uomo da quattromila miliardi in banca sono spiccioli. Ha giurato di servire un solo mandato, quattro anni secchi, e poi tornarsene nel suo Texas come Cincinnato, dopo aver quadrato i bilanci dell’America. Ha accusato i partiti tradizionali, il Democratico e il Repubblicano, di essere solo capaci di “azzuffarsi”. “Vedete questi due? - ha detto riferendosi a Clinton e Bush - sono come galletti da combattimento allevati per beccarsi”.

Lui è l’unico capace di ascoltare i buoni consigli. “Sono tutt’orecchie” ripete, scherzando sulle sue leggendarie orecchie a sventola. Divertente, brillante, ma superficiale, l’esatto opposto di Bush che tentava di sorridere, come gli avevano consigliato i suoi “secondi”, ma appariva smarrito e distante, come un uomo che si muove già nel proprio passato. Quando una giovane donna di colore gli ha chiesto come la crisi economica lo avesse toccato personalmente ha balbettato sulla difficoltà di essere presidente, ha protestato, con cattivo gusto, che “non c’ è bisogno di avere il cancro per capire le sofferenze di chi ne è colpito”. C’è un solo, estremo pulsante che può premere per fermare il sole che tramonta sulla ‘rivoluzione reaganiana’, ed è la paura.

L’unico momento efficace della sua malinconica esibizione è stata la domanda finale rivolta al pubblico: “Tutti sappiamo che un giorno, in qualche luogo dell’America o del Mondo scoppierà una crisi grave, gravissima. E chi volete che sieda nello Studio Ovale per affrontare quella crisi? Vi fidate abbastanza di Bill Clinton?”. Tutta qui, la strategia di un presidente che è, come sono gli sconfitti, sfortunato oltre che incerto. Non aveva quasi finito di parlare e di vantare i successi delle esportazioni Usa nel mondo, che il suo stesso ministero del Commercio doveva pubblicare le ultime cifre. Un disastro le cifre del disavanzo. Dopo un effimero miglioramento in luglio, il disavanzo commerciale, la differenza fra i soldi incassati vendendo all’estero e i soldi spesi per importare, era tornato al record di 9 miliardi di dollari al mese, e a un totale di 78 miliardi per il 1992, il 24 per cento più dello scorso anno. Tutto, dagli aerei ai semi di soia, dalla tecnologia alla chimica, è andato peggio, nelle esportazioni americane.

Questi sono i fatti ‘duri’ che stanno spingendo Bill Clinton verso la soglia della Casa Bianca. Tutto quel che il democratico deve fare è non inciampare e difendersi da una Casa Bianca che, dopo le storie di donne, di manifestazioni pacifiste, di ‘sospette’ visite a Mosca aveva frugato anche nei suoi vecchi passaporti, alla maniera del Nixon di Watergate, per trovare scheletri e ieri ha dovuto pubblicamente scusarsi con lui. Finora Clinton non è inciampato. La sua voce sarà roca, e alla fine dei 90 minuti riusciva a malapena a farsi sentire, ma il cervello è agile, fin troppo dicono gli avversari. Danza fra le cifre e le statistiche con grande disinvoltura. E’ chiaramente a suo agio nel contatto diretto con la gente. Tutto quel che deve fare, è lasciarsi sospingere dal vento verso il traguardo, ripetendo la parola magica: ‘ Cambiamento’ . “Tocca a voi, amici americani, decidere se volete cambiare o se volete andare avanti sulla strada di una dottrina e di una pratica economiche disastrose. Non ci possiamo permettere il lusso di altri quattro anni di Bush”. C’è ancora un appuntamento, l’ultimo, fra i tre uomini. Sarà lunedì sera alle porte di quella Detroit che ha perduto negli anni del reaganismo 240 mila posti di lavoro solo nell’industria automobilistica. “Aspettate lunedì e vedrete” ci dicevano le disperate balie politiche di Bush. Ma il tempo passa e George guarda l’orologio. Riportami alla Casa Bianca, Barbara, magari per l’ultima volta.