Così Ronnie incanta i cuori
di GAETANO SCARDOCCHIAQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 25 agosto 1984 su La Repubblica.
Con un messaggio vago ma semplice spiazza tutti: sfugge alle analisi razionali, perché la fonte del suo potere sta nell’istinto che gli ha consegnato un paio di verità.
Al contrario del Partito democratico, che è una coalizione di interessi, il Partito repubblicano può essere definito una coalizione di sentimenti. Se Walter Mondale alla convention di San Francisco ha dovuto elaborare una proposta politica sufficientemente articolata per soddisfare ciascuna delle varie componenti del suo potenziale elettorato (operai sindacalizzati, neri, minoranze etniche, corporazioni professionali, femministe, intellettuali “liberal”), Ronald Reagan alla convention di Dallas si è rivolto al cuore degli americani di ogni gruppo sociale nel tentativo di sedurre con un discorso tanto emotivo nei toni quanto vago nel contenuto. I sentimenti ai quali ha fatto appello sono gli stessi che seppe eccitare con altrettanta sapienza nel 1980: la nostalgia dei valori perduti, la terribile percezione che alcune semplici verità d’ un tempo - la famiglia, la libertà individuale, il prestigio della nazione americana - possono sma…
Al contrario del Partito democratico, che è una coalizione di interessi, il Partito repubblicano può essere definito una coalizione di sentimenti. Se Walter Mondale alla convention di San Francisco ha dovuto elaborare una proposta politica sufficientemente articolata per soddisfare ciascuna delle varie componenti del suo potenziale elettorato (operai sindacalizzati, neri, minoranze etniche, corporazioni professionali, femministe, intellettuali “liberal”), Ronald Reagan alla convention di Dallas si è rivolto al cuore degli americani di ogni gruppo sociale nel tentativo di sedurre con un discorso tanto emotivo nei toni quanto vago nel contenuto. I sentimenti ai quali ha fatto appello sono gli stessi che seppe eccitare con altrettanta sapienza nel 1980: la nostalgia dei valori perduti, la terribile percezione che alcune semplici verità d’ un tempo - la famiglia, la libertà individuale, il prestigio della nazione americana - possono smarrirsi in un’epoca di confusione e di rivolgimenti. Ora le cose vanno meglio che nel 1980, perché lui, Reagan, è intento a restaurare le antiche virtù e potrà completare l’opera se gli elettori lo faranno tornare alla Casa Bianca. “Four more years” (quattro anni ancora) era il grido ritmato e possente che venerdì sera saliva dalla folla e accompagnava il suo discorso. E Reagan rispondeva che l’America “is back”, sta tornando a essere quella di una volta, il gigante paziente e generoso che protegge la prosperità dei suoi cittadini e garantisce la pace nel mondo.
Non ha detto nulla di nuovo, Reagan, a Dallas. Ma quel che ha detto lo ha recitato in modo semplice ed efficace, con un talento demagogico e pubblicitario che ha un solo grande precedente nella storia moderna americana, Franklin Delano Roosevelt. Solo che Roosevelt era un dilettante e usava la radio. Reagan si serve della televisione e possiede il mestiere di un attore professionista. Lo spettacolo della sua oratoria sempre in bilico tra l’ironia e la commozione, con la folla che ora rideva e subito dopo si inteneriva ai limiti del pianto, suscitava ieri sera molti interrogativi: esiste davvero il reaganismo? O esiste soltanto Ronald Reagan, con la sua camaleontica capacità di stabilire un rapporto viscerale di simpatia con l’opinione pubblica? Cosa sarebbe il Partito repubblicano senza di lui? E che senso ha pesare col bilancino l’influenza degli estremisti (i cosiddetti “giovani turchi”) nella piattaforma programmatica del partito visto che Reagan ne ha ignorato completamente l’esistenza? Per Reagan, destra e sinistra sono concetti antiquati e comunque pericolosi: “Ad accettarli fino in fondo si arriva da una parte a Stalin e dall’altra a Hitler”.
Il Grande Semplificatore ha spiegato che la vera scelta di novembre è di tipo verticale, tra “down” (sotto) e “up” (sopra), ovvero tra la china che porta alla società burocratico-assistenziale e la salita che conduce alla riscoperta delle libertà individuali. Reagan si è sbarazzato di tutte le etichette, perché sa bene che i voti di destra non gli bastano per rientrare alla Casa Bianca e deve cercare i consensi aggiuntivi nella corrente di centro, tra coloro che si dichiarano indipendenti e tra i democratici che diffidano di Walter Mondale. Ed è per questo che accusa i democratici di aver abbandonato il centro. Benché a San Francisco abbiano fatto ammenda dei propri peccati, ha detto che il loro passato li spinge irrefrenabilmente a espandere le funzioni dello Stato e aumentare le tasse: “Potrei dire che spendono i soldi del popolo come marinai ubriachi se non temessi di offendere i marinai, i quali almeno pagano di tasca propria”. Come già nel 1980 Reagan continua a ripetere che i rinnovatori, i “rivoluzionari”, sono coloro che lottano contro l’Idra dello Stato. Spendaccioni in politica economica, avari nei programmi militari, imbelli in politica internazionale: ecco come sono i democratici nella visione di Reagan.
Da buon propagandista, il presidente è manicheo nei suoi giudizi. Al tempo di Carter, l’Urss invadeva interi paesi mentre da quando c’ è lui alla Casa Bianca “neppure un centimetro di territorio è caduto sotto il giogo comunista”. E in caso di necessità, come a Grenada, l’America si mostra risoluta a difendere i suoi interessi. Quanto al futuro, la superpotenza occidentale resterà militarmente forte, ma nel contempo farà del tutto per ridurre il rischio di una guerra nucleare che - è l’ennesima volta che Reagan lo ripete - “non può essere vinta e non deve essere combattuta”.
E’ interessante segnalare che, salvo un fugace accenno alla “preghiere nelle scuole”, il presidente non ha toccato nessuno dei temi più controversi in materia di diritti civili, come per esempio l’aborto. Sapeva di rivolgersi a decine di milioni di telespettatori, la maggioranza dei quali non condivide le crociate dei “predicatori televisivi” e degli oltranzisti religiosi che sono attivissimi nelle file dei repubblicani. Però poche ore prima, in un discorso a un gruppo di leader religiosi, aveva teorizzato l’inevitabilità dell’intreccio tra politica e morale e quindi tra politica e religione, “perché il fondamento della morale è la religione”. Chi era venuto a Dallas per capire in che modo Reagan intende risolvere i problemi del paese, è rimasto deluso. Il presidente ha promesso una “semplificazione” del sistema fiscale, ma senza entrare nei dettagli. Non ha spiegato come ridurrà il deficit federale. Né ha lasciato intravvedere nuove iniziative per riportare l’Urss al tavolo dei negoziati per il disarmo. Reagan insomma non ha difeso la piattaforma programmatica del suo partito (che è troppo a destra) ma neppure ne ha presentata un’altra. Il fatto è che l’uomo non vuole e non può essere giudicato con i parametri tradizionali: secondo il numero delle leggi che ha approvato o dei trattati internazionali che ha firmato o dei provvedimenti economici che intende varare.
Reagan sfugge alle analisi troppo razionali, perché la fonte del suo potere sta tutta nell’istinto politico che gli ha consentito di capire un paio di verità fondamentali (che i contribuenti si sentivano troppo falcidiati dallo Stato, che l’America stava perdendo la sua supremazia strategico-militare nel mondo) e su questi due motivi egli ha stabilito una perfetta sintonia con una larga fascia della società americana. E i suoi elettori lo accettano così com’è. Il mondo è relativamente calmo, la ripresa economica è vigorosa. Come dice uno dei suoi collaboratori, “C’è un allineamento a lui favorevole della terra, della luna, del sole e dei pianeti”. Durerà? E’ probabile, ma non del tutto sicuro. Di qui a novembre può sempre scoppiare una crisi internazionale in qualche angolo del mondo oppure un virus può rammentare agli elettori che il presidente ha 73 anni. Nella politica americana può esserci sempre qualche imponderabile.
Non ha detto nulla di nuovo, Reagan, a Dallas. Ma quel che ha detto lo ha recitato in modo semplice ed efficace, con un talento demagogico e pubblicitario che ha un solo grande precedente nella storia moderna americana, Franklin Delano Roosevelt. Solo che Roosevelt era un dilettante e usava la radio. Reagan si serve della televisione e possiede il mestiere di un attore professionista. Lo spettacolo della sua oratoria sempre in bilico tra l’ironia e la commozione, con la folla che ora rideva e subito dopo si inteneriva ai limiti del pianto, suscitava ieri sera molti interrogativi: esiste davvero il reaganismo? O esiste soltanto Ronald Reagan, con la sua camaleontica capacità di stabilire un rapporto viscerale di simpatia con l’opinione pubblica? Cosa sarebbe il Partito repubblicano senza di lui? E che senso ha pesare col bilancino l’influenza degli estremisti (i cosiddetti “giovani turchi”) nella piattaforma programmatica del partito visto che Reagan ne ha ignorato completamente l’esistenza? Per Reagan, destra e sinistra sono concetti antiquati e comunque pericolosi: “Ad accettarli fino in fondo si arriva da una parte a Stalin e dall’altra a Hitler”.
Il Grande Semplificatore ha spiegato che la vera scelta di novembre è di tipo verticale, tra “down” (sotto) e “up” (sopra), ovvero tra la china che porta alla società burocratico-assistenziale e la salita che conduce alla riscoperta delle libertà individuali. Reagan si è sbarazzato di tutte le etichette, perché sa bene che i voti di destra non gli bastano per rientrare alla Casa Bianca e deve cercare i consensi aggiuntivi nella corrente di centro, tra coloro che si dichiarano indipendenti e tra i democratici che diffidano di Walter Mondale. Ed è per questo che accusa i democratici di aver abbandonato il centro. Benché a San Francisco abbiano fatto ammenda dei propri peccati, ha detto che il loro passato li spinge irrefrenabilmente a espandere le funzioni dello Stato e aumentare le tasse: “Potrei dire che spendono i soldi del popolo come marinai ubriachi se non temessi di offendere i marinai, i quali almeno pagano di tasca propria”. Come già nel 1980 Reagan continua a ripetere che i rinnovatori, i “rivoluzionari”, sono coloro che lottano contro l’Idra dello Stato. Spendaccioni in politica economica, avari nei programmi militari, imbelli in politica internazionale: ecco come sono i democratici nella visione di Reagan.
Da buon propagandista, il presidente è manicheo nei suoi giudizi. Al tempo di Carter, l’Urss invadeva interi paesi mentre da quando c’ è lui alla Casa Bianca “neppure un centimetro di territorio è caduto sotto il giogo comunista”. E in caso di necessità, come a Grenada, l’America si mostra risoluta a difendere i suoi interessi. Quanto al futuro, la superpotenza occidentale resterà militarmente forte, ma nel contempo farà del tutto per ridurre il rischio di una guerra nucleare che - è l’ennesima volta che Reagan lo ripete - “non può essere vinta e non deve essere combattuta”.
E’ interessante segnalare che, salvo un fugace accenno alla “preghiere nelle scuole”, il presidente non ha toccato nessuno dei temi più controversi in materia di diritti civili, come per esempio l’aborto. Sapeva di rivolgersi a decine di milioni di telespettatori, la maggioranza dei quali non condivide le crociate dei “predicatori televisivi” e degli oltranzisti religiosi che sono attivissimi nelle file dei repubblicani. Però poche ore prima, in un discorso a un gruppo di leader religiosi, aveva teorizzato l’inevitabilità dell’intreccio tra politica e morale e quindi tra politica e religione, “perché il fondamento della morale è la religione”. Chi era venuto a Dallas per capire in che modo Reagan intende risolvere i problemi del paese, è rimasto deluso. Il presidente ha promesso una “semplificazione” del sistema fiscale, ma senza entrare nei dettagli. Non ha spiegato come ridurrà il deficit federale. Né ha lasciato intravvedere nuove iniziative per riportare l’Urss al tavolo dei negoziati per il disarmo. Reagan insomma non ha difeso la piattaforma programmatica del suo partito (che è troppo a destra) ma neppure ne ha presentata un’altra. Il fatto è che l’uomo non vuole e non può essere giudicato con i parametri tradizionali: secondo il numero delle leggi che ha approvato o dei trattati internazionali che ha firmato o dei provvedimenti economici che intende varare.
Reagan sfugge alle analisi troppo razionali, perché la fonte del suo potere sta tutta nell’istinto politico che gli ha consentito di capire un paio di verità fondamentali (che i contribuenti si sentivano troppo falcidiati dallo Stato, che l’America stava perdendo la sua supremazia strategico-militare nel mondo) e su questi due motivi egli ha stabilito una perfetta sintonia con una larga fascia della società americana. E i suoi elettori lo accettano così com’è. Il mondo è relativamente calmo, la ripresa economica è vigorosa. Come dice uno dei suoi collaboratori, “C’è un allineamento a lui favorevole della terra, della luna, del sole e dei pianeti”. Durerà? E’ probabile, ma non del tutto sicuro. Di qui a novembre può sempre scoppiare una crisi internazionale in qualche angolo del mondo oppure un virus può rammentare agli elettori che il presidente ha 73 anni. Nella politica americana può esserci sempre qualche imponderabile.