Passerà alla storia come la guerra delle e-mail. La battaglia più cruenta si è svolta poche settimane fa, mercoledì 17 maggio. Dal quartiere generale di George W. Bush, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, sono partite una dopo l’altra quattordici e-mail. Dal centro strategico del candidato democratico nonché attuale vicepresidente Usa, Al Gore, hanno risposto con una raffica di nove cybermessaggi. Diretti ai giornalisti della carta stampata e della tv che seguono la campagna presidenziale. E, subito dopo, a centinaia di migliaia di elettori. “You got mail”, c’è posta per te. È questo il richiamo giornaliero di una campagna elettorale che si combatte quasi esclusivamente sul tema di come il candidato che diventerà presidente degli Stati Uniti cercherà di utilizzare il supermiliardario surplus di bilancio.
Gli strateghi dei due candidati principali hanno aggiunto al loro arsenale storico di comizi, strette di mano e spot televisivi, l’arma della posta elettronica. “Le e-mail sono uno strumento che consente una comunicazione costante e immediata”, spiega Phil Noble, l’inventore di Politics Online, una società specializzata nella consulenza alle organizzazioni politiche e alle fondazioni sul modo di comunicare in rete. Noble conta tra i suoi clienti il Partito democratico in America, il Labour in Inghilterra, l’Internazionale socialista in Europa. E spiega così la strategia del cyberspazio: “Il primo obiettivo sono gli uomini dei media. Ma le e-mail finiscono per creare anche una specie di Gore-tv o Bush-tv che consente di trasmettere direttamente a tutto il mondo, aggirando gli strumenti e i rappresentanti tradizionali della comunicazione”.
L’efficacia è fuori dubbio, soprattutto quando le e-mail vengono utilizzate per sottolineare manchevolezze, reticenze, bugie dell’avversario. “Giorno numero 52: giornalisti ancora ostaggi”, gridava una e-mail spedita dal Republican National Committee in aprile. Segnalava che Gore non si presentava davanti ai giornalisti da 52 giorni. Il tormentone è andato avanti fino al messaggio: “Giorno numero 60”. A quel punto Gore si è affrettato a organizzare un incontro con i rappresentanti dei media.
Lo sforzo degli strateghi del cyberspazio è di trovare argomenti di immediata comprensione e appetibilità. Così, tutto ciò che spazia tra il pettegolezzo e lo sfottò per le gaffe dell’avversario è il terreno ideale. “Non può che essere un’idea di Naomi Wolf a favore del suo “maschio di serie A” è stato lo strillo di un messaggio ideato e firmato da Jim Nicholson, il segretario del Partito repubblicano, in risposta a un articolo benevolo del settimanale People su Gore, centrato sulla lacca per capelli usata dal vicepresidente.
Quell’affondo è stato un modo per far finire la notizia su tutti i giornali, e soprattutto in televisione negli spazi dedicati alla satira politica, colpendo con una sola e-mail il vicepresidente e la scrittrice femminista Naomi Wolf, che ha inventato una strategia per “trasformare Gore da maschio di serie B a maschio di serie A”, intervenendo anche su dettagli come i colori dei vestiti o il taglio di capelli.
Dal fronte di Gore hanno risposto con attacchi altrettanto velenosi. Quello della e-mail dal titolo “La manipolazione di milioni di mamme da parte di Bush” è solo un esempio, per consegnare alla stampa un quadro del candidato repubblicano dedicato a sottrarre denaro destinato all’assistenza sanitaria e a colpire le donne. Oppure, come è avvenuto il 26 maggio, l’e-mail è stata categorica: “Ci risiamo. Bush accusa senza citare fatti. Ancora una volta il governatore George W. Bush ha lanciato false accuse”. Che Gore era iscritto alla National RIfle Association (la lobby dei costruttori di armi da fuoco) e che ha investito i suoi risparmi in Borsa.
Ma dove gli strateghi della campagna democratica del messaggio in tempo reale hanno picchiato duro è stato in occasione di ogni sortita di Bush sulla cosiddetta privatizzazione della social security, il sistema previdenziale che George junior vorrebbe trasformare in un investimento presso istituzioni finanziarie private attraverso conti personali di ogni cittadino. Il batti e ribatti ha inciso profondamente nella costruzione degli articoli di cronaca politica. Fino a ieri, quando un candidato presidenziale presentava un suo progetto, la cronaca del giorno dopo conteneva per l’80 per cento il racconto della novità e per il 20 le reazioni dell’altro candidato.
Oggi il rapporto è 60 a 40, consentendo di fatto un maggiore equilibrio, ma riducendo l’effetto sorpresa. Un esempio? Il giorno in cui Bush aveva fissato la conferenza stampa per rivelare il piano di riduzione delle tasse, alle prime indiscrezioni, è seguito un’alluvione di commenti da parte di Gore. Così, quando il candidato repubblicano è arrivato davanti ai giornalisti, l’effetto sorpresa era già svanito e il dibattito tra i due schieramenti era in pieno svolgimento.
Il numero elevato di e-mail ha sortito pure un effetto boomerang: alcuni giornalisti hanno dichiarato di premere il tasto “elimina” appena vedono comparire l’icona di un messaggio politico. Ma non c’è dubbio che Internet, usato appieno per la prima volta nella storia delle campagne presidenziali, abbia dimostrato di essere uno strumento efficiente. Il salto in avanti dall’ultima campagna elettorale è stato enorme. Nel 1996, al tempo della rielezione di Bill Clinton per il secondo mandato, la politica si era già impadronita di Internet: sia i candidati presidenziali che quelli che correvano per un seggio alla Camera o al Senato avevano inaugurato i loro siti web. Ma erano fisse e immobili cybericone di un potere politico che si affacciava nelle case americane senza comunicare nulla di nuovo se non la propria esistenza e per mostrare le foto dei candidati e raccontare la loro carriera.
Nel giro di pochi anni tutto è cambiato. Gore è stato il primo a inaugurare un colloquio diretto con gli elettori. Chi voleva poteva chiedere di ricevere tutti i messaggi on line irradiati dal quartier generale del vicepresidente. E in pochi mesi sono stati oltre 120 mila ad avanzare la richiesta. Anche nel campo repubblicano, l’arma Internet è stata tenuta in gran considerazione. In 150, oltre il 15 per cento degli attivisti impegnati nel Republican Committee, sono stati messi a lavorare per la propaganda in rete. I consiglieri di Bush hanno convinto il candidato ad acquistare (e rendere così inoffensivi) una serie di siti che giocando sul suo nome mandavano in realtà non messaggi di propaganda favorevole, ma pettegolezzi e attacchi più o meno velenosi.
Poi è cominciata la sperimentazione della raccolta di fondi via internet. In febbraio, nel momento di maggiore intensità delle primarie, Gore ha racconto oltre un milione e mezzo di dollari (tre miliardi di lire) e George W. Bush 350 mila. Spiccioli in confronto alla quantità di denaro entrato nelle tasche dei candidati e dei partiti attraverso lo strumento tradizionale dei breakfast e delle cene politiche, ma sicuramente una tendenza che nel futuro prossimo si svilupperà sempre di più. Infine è arrivata la guerra delle e-mail dando vita a uno scontro politico serrato e senza pause.
Resta da vedere quanto lo strumento delle e-mail, definita dal politologo Dick Morris “la nuova frontiera dei politici”, sarà utilizzato nella fase finale della campagna presidenziale. Cosa accadrà negli ultimi giorni nel caso uno dei due candidati dovesse improvvisamente andare in vantaggio? Facile prevedere che gli ultimi giorni saranno segnati da una vera e propria alluvione di cyberinviti a votare. “Un tempo, con i comizi, occorrevano mesi perché il messaggio arrivasse” è l’opinione di Morris.“Poi , con la tv i tempi si sono accorciati. Adesso, con le e-mail ci vuole un secondo attraverso un semplice clic”.
Gli strateghi dei due candidati principali hanno aggiunto al loro arsenale storico di comizi, strette di mano e spot televisivi, l’arma della posta elettronica. “Le e-mail sono uno strumento che consente una comunicazione costante e immediata”, spiega Phil Noble, l’inventore di Politics Online, una società specializzata nella consulenza alle organizzazioni politiche e alle fondazioni sul modo di comunicare in rete. Noble conta tra i suoi clienti il Partito democratico in America, il Labour in Inghilterra, l’Internazionale socialista in Europa. E spiega così la strategia del cyberspazio: “Il primo obiettivo sono gli uomini dei media. Ma le e-mail finiscono per creare anche una specie di Gore-tv o Bush-tv che consente di trasmettere direttamente a tutto il mondo, aggirando gli strumenti e i rappresentanti tradizionali della comunicazione”.
L’efficacia è fuori dubbio, soprattutto quando le e-mail vengono utilizzate per sottolineare manchevolezze, reticenze, bugie dell’avversario. “Giorno numero 52: giornalisti ancora ostaggi”, gridava una e-mail spedita dal Republican National Committee in aprile. Segnalava che Gore non si presentava davanti ai giornalisti da 52 giorni. Il tormentone è andato avanti fino al messaggio: “Giorno numero 60”. A quel punto Gore si è affrettato a organizzare un incontro con i rappresentanti dei media.
Lo sforzo degli strateghi del cyberspazio è di trovare argomenti di immediata comprensione e appetibilità. Così, tutto ciò che spazia tra il pettegolezzo e lo sfottò per le gaffe dell’avversario è il terreno ideale. “Non può che essere un’idea di Naomi Wolf a favore del suo “maschio di serie A” è stato lo strillo di un messaggio ideato e firmato da Jim Nicholson, il segretario del Partito repubblicano, in risposta a un articolo benevolo del settimanale People su Gore, centrato sulla lacca per capelli usata dal vicepresidente.
Quell’affondo è stato un modo per far finire la notizia su tutti i giornali, e soprattutto in televisione negli spazi dedicati alla satira politica, colpendo con una sola e-mail il vicepresidente e la scrittrice femminista Naomi Wolf, che ha inventato una strategia per “trasformare Gore da maschio di serie B a maschio di serie A”, intervenendo anche su dettagli come i colori dei vestiti o il taglio di capelli.
Dal fronte di Gore hanno risposto con attacchi altrettanto velenosi. Quello della e-mail dal titolo “La manipolazione di milioni di mamme da parte di Bush” è solo un esempio, per consegnare alla stampa un quadro del candidato repubblicano dedicato a sottrarre denaro destinato all’assistenza sanitaria e a colpire le donne. Oppure, come è avvenuto il 26 maggio, l’e-mail è stata categorica: “Ci risiamo. Bush accusa senza citare fatti. Ancora una volta il governatore George W. Bush ha lanciato false accuse”. Che Gore era iscritto alla National RIfle Association (la lobby dei costruttori di armi da fuoco) e che ha investito i suoi risparmi in Borsa.
Ma dove gli strateghi della campagna democratica del messaggio in tempo reale hanno picchiato duro è stato in occasione di ogni sortita di Bush sulla cosiddetta privatizzazione della social security, il sistema previdenziale che George junior vorrebbe trasformare in un investimento presso istituzioni finanziarie private attraverso conti personali di ogni cittadino. Il batti e ribatti ha inciso profondamente nella costruzione degli articoli di cronaca politica. Fino a ieri, quando un candidato presidenziale presentava un suo progetto, la cronaca del giorno dopo conteneva per l’80 per cento il racconto della novità e per il 20 le reazioni dell’altro candidato.
Oggi il rapporto è 60 a 40, consentendo di fatto un maggiore equilibrio, ma riducendo l’effetto sorpresa. Un esempio? Il giorno in cui Bush aveva fissato la conferenza stampa per rivelare il piano di riduzione delle tasse, alle prime indiscrezioni, è seguito un’alluvione di commenti da parte di Gore. Così, quando il candidato repubblicano è arrivato davanti ai giornalisti, l’effetto sorpresa era già svanito e il dibattito tra i due schieramenti era in pieno svolgimento.
Il numero elevato di e-mail ha sortito pure un effetto boomerang: alcuni giornalisti hanno dichiarato di premere il tasto “elimina” appena vedono comparire l’icona di un messaggio politico. Ma non c’è dubbio che Internet, usato appieno per la prima volta nella storia delle campagne presidenziali, abbia dimostrato di essere uno strumento efficiente. Il salto in avanti dall’ultima campagna elettorale è stato enorme. Nel 1996, al tempo della rielezione di Bill Clinton per il secondo mandato, la politica si era già impadronita di Internet: sia i candidati presidenziali che quelli che correvano per un seggio alla Camera o al Senato avevano inaugurato i loro siti web. Ma erano fisse e immobili cybericone di un potere politico che si affacciava nelle case americane senza comunicare nulla di nuovo se non la propria esistenza e per mostrare le foto dei candidati e raccontare la loro carriera.
Nel giro di pochi anni tutto è cambiato. Gore è stato il primo a inaugurare un colloquio diretto con gli elettori. Chi voleva poteva chiedere di ricevere tutti i messaggi on line irradiati dal quartier generale del vicepresidente. E in pochi mesi sono stati oltre 120 mila ad avanzare la richiesta. Anche nel campo repubblicano, l’arma Internet è stata tenuta in gran considerazione. In 150, oltre il 15 per cento degli attivisti impegnati nel Republican Committee, sono stati messi a lavorare per la propaganda in rete. I consiglieri di Bush hanno convinto il candidato ad acquistare (e rendere così inoffensivi) una serie di siti che giocando sul suo nome mandavano in realtà non messaggi di propaganda favorevole, ma pettegolezzi e attacchi più o meno velenosi.
Poi è cominciata la sperimentazione della raccolta di fondi via internet. In febbraio, nel momento di maggiore intensità delle primarie, Gore ha racconto oltre un milione e mezzo di dollari (tre miliardi di lire) e George W. Bush 350 mila. Spiccioli in confronto alla quantità di denaro entrato nelle tasche dei candidati e dei partiti attraverso lo strumento tradizionale dei breakfast e delle cene politiche, ma sicuramente una tendenza che nel futuro prossimo si svilupperà sempre di più. Infine è arrivata la guerra delle e-mail dando vita a uno scontro politico serrato e senza pause.
Resta da vedere quanto lo strumento delle e-mail, definita dal politologo Dick Morris “la nuova frontiera dei politici”, sarà utilizzato nella fase finale della campagna presidenziale. Cosa accadrà negli ultimi giorni nel caso uno dei due candidati dovesse improvvisamente andare in vantaggio? Facile prevedere che gli ultimi giorni saranno segnati da una vera e propria alluvione di cyberinviti a votare. “Un tempo, con i comizi, occorrevano mesi perché il messaggio arrivasse” è l’opinione di Morris.“Poi , con la tv i tempi si sono accorciati. Adesso, con le e-mail ci vuole un secondo attraverso un semplice clic”.