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Effetto Donald sui partiti. La mappa della sfida

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 ottobre su La Stampa. Trump può contare sulla maggioranza silenziosa del 2016? Potrebbe non bastare: il partito democratico è più coeso per conquistare l’elettorato moderato e centrista.
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Con l’entrata sulla scena politica di Donald Trump l’anima del partito repubblicano ha subito una profonda trasformazione dopo una fase durata quaranta anni, dal 1980, quando Ronald Reagan e la sua rivoluzione conservatrice ne avevano fatto una forza liberale, liberista, garante degli interessi statunitensi nel mondo, con una vocazione di gendarme dei principi democratici e del rispetto dei diritti umani.

Dopo lo tsunami finanziario del 2008 nel Paese la percezione del rischio è cambiata, creando nell’orbita del Grand Old Party una corrente alternativa, un “melting pot” di sovranismo, nazionalismo, isolazionismo e protezionismo propedeutico alla nuova rivoluzione populista. Quella di cui Trump si è fatto condottiero in chiave anti-establishment contro quel potere dei palazzi di Washington incarnato dai Bush sulla sponda destra del Potomac e dai Clinton su quella sinistra. E costruendo una nuova base di consensi allargata ad elementi dell&rs…
Con l’entrata sulla scena politica di Donald Trump l’anima del partito repubblicano ha subito una profonda trasformazione dopo una fase durata quaranta anni, dal 1980, quando Ronald Reagan e la sua rivoluzione conservatrice ne avevano fatto una forza liberale, liberista, garante degli interessi statunitensi nel mondo, con una vocazione di gendarme dei principi democratici e del rispetto dei diritti umani.

Dopo lo tsunami finanziario del 2008 nel Paese la percezione del rischio è cambiata, creando nell’orbita del Grand Old Party una corrente alternativa, un “melting pot” di sovranismo, nazionalismo, isolazionismo e protezionismo propedeutico alla nuova rivoluzione populista. Quella di cui Trump si è fatto condottiero in chiave anti-establishment contro quel potere dei palazzi di Washington incarnato dai Bush sulla sponda destra del Potomac e dai Clinton su quella sinistra. E costruendo una nuova base di consensi allargata ad elementi dell’elettorato democratico, come le tute blu della Rust Belt, la classe operaia depressa dal declino dell’industria pesante fortemente delocalizzata, specie in Cina, e i bianchi del ceto medio e basso, rimasti ai margini della ripresa economica zoppa, avviata nell’era Obama e terrorizzati dall’immigrazione fuori controllo. Quella maggioranza silenziosa che gli ha permesso di eludere il voto popolare vincendo, con quasi tre milioni di preferenze in meno, grazie al sistema dei collegi elettorali. La stessa su cui ha puntato in Usa 2020 contrapponendo – è questa la promessa solenne di Trump – il suo sogno americano all’agenda socialista di Joe Biden.

La premessa storico-politica è d’obbligo per interpretare la demografia del voto del 3 novembre. Dal 2016 molto è cambiato e alcuni fattori sono entrati di prepotenza nella politica a stelle e strisce, pandemia e tensioni razziali più di altri. Il primo punto è chiedersi se Trump possa contare sulla solidità di quella maggioranza silenziosa che gli ha permesso di battere Hillary Clinton grazie alla distribuzione strategica dei suoi elettori negli Stati chiave (Pennsylvania, Ohio, Michigan, Florida).

Il presidente, ribadiamo, ha vinto nel 2016 perché elettori maschi, bianchi e con titolo di studio secondario lo hanno scelto in rifiuto all’ex First Lady, oltre che per i timori di una nuova crisi paventata dalle Cassandre di Wall Street. Elettori che avevano dato fiducia a Barack Obama, il primo presidente afroamericano, e pertanto immuni da pregiudizi o timori di razza. Può darsi che questi elettori rimangano fedeli a Trump perché impauriti dai disordini legati proprio alle tensioni razziali. Se ciò accadesse potrebbe però non bastare, perché rispetto al 2016 il partito democratico è coeso in chiave anti-Trump, ha imparato la lezione dei meccanismi elettorali e ha investito forze e fondi sulla conquista dell’elettorato moderato e centrista, il vero campo di battaglia. I bianchi con grado di istruzione più elevato (college e università), inoltre, sono più resilienti alla retorica di ordine e giustizia. Trump ha pertanto bisogno dei voti di ispanici (irritati perché lasciati ai margini durante la Convention), di pattuglie di afroamericani e di bianchi diversi da evangelici e conservatori dell’America rurale e delle piccole città.  

Non a caso la retorica trumpiana, fatta di parole infuocate contro la Cina e del suo “schiavo” Biden, di grazie concesse a detenuti neri e fondi federali distribuiti ad arte, punta a cooptare l’elettorato moderato. Un ceto medio urbano e soprattutto suburbano comprensivo - attenzione - delle donne, disposto a votarlo turandosi il naso perché spaventato dai disordini nelle piazze e dal timore che le riforme di Biden cedano a derive stataliste foriere di ganasce regolamentari inique. Ecco spiegata la promessa solenne con cui il 45 esimo presidente americano punta di nuovo a vincere, prima ancora di convincere.