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“Farò rivivere il sogno kennedyano”

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 3 novembre 1992 su La Repubblica. Alla vigilia delle elezioni Bill Clinton scrive su Repubblica e illustra con le sue stesse parole alcune delle idee sui temi di politica interna, internazionale ed economica.
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So benissimo che nessun Presidente può illudersi di strappare da solo una nazione al disastro nel quale essa si è cacciata. Se noi americani dobbiamo farlo, dobbiamo riuscirci insieme. Non sarà facile. Ma quand’ero ancora un adolescente ricordo di avere ascoltato il presidente Kennedy lanciare il suo appello a tutti gli americani perché si assumeressero la responsabilità del loro essere cittadini di questa nazione. Io chiedo a ogni americano e a ogni americana di ritrovare la fede e la solidarietà degli anni di Kennedy per muovere verso la ‘Nuova Alleanza’ che rifarà grande la nostra nazione. La politica della divisione fra le razze, i gruppi sociali, i ricchi e i poveri è stata una catastrofe. È tempo di muovere dalla divisione alla riunificazione dell’America. Le cifre non lasciano dubbi ed è su queste cifre che l’amministrazione Bush si sta avviando alla sconfitta. Dieci anni or sono…
So benissimo che nessun Presidente può illudersi di strappare da solo una nazione al disastro nel quale essa si è cacciata. Se noi americani dobbiamo farlo, dobbiamo riuscirci insieme. Non sarà facile. Ma quand’ero ancora un adolescente ricordo di avere ascoltato il presidente Kennedy lanciare il suo appello a tutti gli americani perché si assumeressero la responsabilità del loro essere cittadini di questa nazione. Io chiedo a ogni americano e a ogni americana di ritrovare la fede e la solidarietà degli anni di Kennedy per muovere verso la ‘Nuova Alleanza’ che rifarà grande la nostra nazione. La politica della divisione fra le razze, i gruppi sociali, i ricchi e i poveri è stata una catastrofe. È tempo di muovere dalla divisione alla riunificazione dell’America. Le cifre non lasciano dubbi ed è su queste cifre che l’amministrazione Bush si sta avviando alla sconfitta. Dieci anni or sono, la nostra nazione aveva i più alti salari della Terra.

Oggi siamo al tredicesimo posto. C’è stato uno sbalorditivo incremento, pari al 50 per cento, nel numero delle persone che, pur avendo un lavoro, cadono nella miseria. Un americano su 10 sopravvive grazie ai “food stamps”, ai buoni alimentari dello Stato. In compenso siamo la prima potenza al mondo nella percentuale di gente dietro le sbarre. L’America, e con essa il resto dell’economia internazionale, non si può permettere il lusso di altri quattro anni di Bush. La chiave per riportare l’America al suo primato è nell’investimento. Il mio progetto economico parte dalla necessità assoluta e urgente di creare incentivi fiscali per dirottare il danaro dalla speculazione verso l’investimento soprattutto nell’industria. L’America ha rinunciato a produrre. Solo il 16 per cento degli impieghi qui sono nell’industria, la metà delle percentuali giapponesi o tedesche. La mia amministrazione interverrà direttamente con investimenti pubblici per ricostruire le infrastrutture e, soprattutto, offrirà alle aziende grandi stimoli fiscali per investire. Il mio programma economico sarà finanziato dai risparmi nel bilancio militare, di 60 miliardi di dollari, dalla tassazione dei profitti delle aziende straniere che lavorano sul territorio americano, e infine da un aumento delle imposte sui redditi alti, oltre i 200 mila dollari (250 milioni) l’anno.

Per la classe media, che ha pagato il conto dei 12 anni di Reagan e Bush, io propongo un lieve alleggerimento fiscale. Voglio dire subito che non sono un protezionista, ma non sarò neppure lo scendiletto dei concorrenti dell’America. Il libero scambio è stata la pietra angolare delle nostre fortune economiche. Io intendo promuovere, non proteggere, l’industria americana. Sono convinto che quando la partita commerciale si gioca secondo regole giuste ed eque, l’industria americana prospera e vince. Userò fino in fondo tutti i poteri della presidenza per aprire i mercati asiatici ed europei ai prodotti made in Usa e mi aspetto dalle altre nazioni lo stesso trattamento che io offrirò loro. Quello che ora ci manca, e che Bush non ha mai fatto, è dare all’America una strategia commerciale coerente, come hanno altre nazioni, Giappone in testa. Sono talmente convinto che il futuro e la sicurezza dell’America dipendano più dalla sua economia che non dalla sua forza militare che intendo formare subito un Consiglio per la Sicurezza Economica da affiancare al Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

La vittoria nella guerra fredda, che Bush attribuisce solo a se stesso e ai repubblicani dimenticando che è stata una vittoria di tutta l’America, impone una riduzione delle nostre forze armate. Ma attenzione: il mondo non è divenuto improvvisamente il paradiso terrestre. Colpi di coda del passato sono possibili ogni giorno. Le Forze armate devono restare potenti, ma devono trasformarsi in un corpo più flessibile e mobile, una vera forza di pronto intervento. Intendo lasciare una significativa presenza militare americana in Europa, nella Nato, se i nostri alleati lo vorranno, e concordare con loro ogni eventuale ritiro. Ma è necessario coniugare la sicurezza nazionale con il risparmio. Sono pronto a usare forze americane, insieme con quelle di altre nazioni, nelle aree di conflitto come la Bosnia, la Somalia, la Cambogia, per riportare la pace. Ma il momento è arrivato perché i nostri alleati dividano con noi le spese della sicurezza globale.

Nessuna politica estera americana può avere successo se essa non riflette i valori profondi del popolo e dell’esperienza americana. Il lavoro della libertà, che ha avuto tanto successo nell’Europa dell’Est grazie, prima di tutto, al sacrificio e alla battaglia di quei popoli, è fatto solo a metà, come dimostra la Cina, dove il presidente Bush preferì mandare i suoi emissari a brindare con gli oppressori della Piazza Tienanmen anziché stare dalla parte degli studenti.
C’è chi crede che la risposta sia l’isolazionismo, ed è un grave errore. La risposta giusta è un presidente che sia in grado di condurre una politica estera fondata sui valori della democrazia americana e una politica interna che si prenda cura dell’economia e delle necessità sociali di questo Paese. Molti si chiedono se l’elettorato americano non si sta rivelando ingrato nei confronti di Bush che ha condotto tanto brillantemente la guerra nel Golfo. Io sono qui ad applaudire Bush per quella campagna, che a suo tempo appoggiai. L’errore fu commesso prima, quando egli contribuì a rafforzare quel Saddam Hussein che un giorno avrebbe dovuto combattere. È un classico esempio di politica estera senza visione morale.