Fine di un sogno americano
di ANTONIO GAMBINOQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 23 luglio 1972 su L’Espresso.
La sfida che culminerà nelle presidenziali non coinvolge soltanto candidati e partiti, sono due modi di concepire il mondo: ma la promessa a stelle e strisce è in crisi.
La posizione di Richard Nixon, mi dice un amico della new left con cui cerco di esaminare il quadro politico in vista delle votazioni del 7 novembre, “si presenta oggi, è inutile nasconderselo, molto forte. Specie dopo che gli è il colpo maestro di arruolare contemporaneamente Mao e Breznev come suoi agenti elettorali”.
Al di là della sua amarezza e della sua evidenza polemica, la battuta contiene un giudizio preciso. Con i suoi viaggi a Pechino e a Mosca, l’attuale presidente ha infatti ottenuto, anche sul piano interno, alcuni vantaggi sicuri. Oltre a dimostrare di essere un giocatore di poker vincente, capace di assumersi con successo grossi rischi, è riuscito, proprio con l’aiuto cinese e sovietico, a ridurre la guerra del Vietnam ad un fenomeno marginale. In tal modo, la partecipazione degli Stati Uniti al conflitto asiatico, che già aveva perduto gran parte della sua rilevanza come fattore di politica interna grazie al p…
Al di là della sua amarezza e della sua evidenza polemica, la battuta contiene un giudizio preciso. Con i suoi viaggi a Pechino e a Mosca, l’attuale presidente ha infatti ottenuto, anche sul piano interno, alcuni vantaggi sicuri. Oltre a dimostrare di essere un giocatore di poker vincente, capace di assumersi con successo grossi rischi, è riuscito, proprio con l’aiuto cinese e sovietico, a ridurre la guerra del Vietnam ad un fenomeno marginale. In tal modo, la partecipazione degli Stati Uniti al conflitto asiatico, che già aveva perduto gran parte della sua rilevanza come fattore di politica interna grazie al p…
La posizione di Richard Nixon, mi dice un amico della new left con cui cerco di esaminare il quadro politico in vista delle votazioni del 7 novembre, “si presenta oggi, è inutile nasconderselo, molto forte. Specie dopo che gli è il colpo maestro di arruolare contemporaneamente Mao e Breznev come suoi agenti elettorali”.
Al di là della sua amarezza e della sua evidenza polemica, la battuta contiene un giudizio preciso. Con i suoi viaggi a Pechino e a Mosca, l’attuale presidente ha infatti ottenuto, anche sul piano interno, alcuni vantaggi sicuri. Oltre a dimostrare di essere un giocatore di poker vincente, capace di assumersi con successo grossi rischi, è riuscito, proprio con l’aiuto cinese e sovietico, a ridurre la guerra del Vietnam ad un fenomeno marginale. In tal modo, la partecipazione degli Stati Uniti al conflitto asiatico, che già aveva perduto gran parte della sua rilevanza come fattore di politica interna grazie al progressivo ritiro del corpo di spedizione americano, è stata ulteriormente ridotta.
Inoltre, per quanto le previsioni siano sempre difficili, c’è da pensare che Nixon si sia messo anche al riparo da improvvisi voltafaccia della Cina e dell’Urss. Tutti i due i giganti comunisti hanno infatti ormai un interesse evidente alla sua rielezione, sia per conservare un interlocutore sperimentato, sia perche, mentre sono sicuri che un’opposizione democratica non ostacolerà un progresso di distensione in Europa e in Asia, non hanno nessuna garanzia che i repubblicani, se allontanati dal governo, non cercherebbero in qualche modo di rinnegare la loro stessa politica e di tornare alle impostazioni della guerra fredda.
La fondatezza di queste valutazioni, mentre giustifica l’attuale ottimismo dei repubblicani, non basta però a concludere che Nixon abbia ormai la vittoria assicurata. ‘E questo essenzialmente per un motivo: e cioè che il 1972 si presenta elettoralmente come un anno particolare. Come un anno cioè in cui, ad alcune ben definite caratteristiche che indicano in una direzione (quella a punto favorevole a Nixon) se ne contrappongono altre molto più indeterminate e imprecisabili che tendono quanto meno a turbare la linearità del quadro globale. Politicamente fortissimo, l’attuale presidente vede quindi la sua rielezione messa in dubbio dal fenomeno metapolitico costruito da uno stato d’animo di oscuro e indefinito malessere, diffuso in settori sempre più larghi dell’opinione americana.
Al di là del Vietnam
‘E evidentemente impossibile esaminare attentamente le origini di un tal fenomeno. Non è tuttavia al di fuori dello schema dell’inchiesta indicarne alcune delle componenti.
Nixon è senza dubbio riuscito a “marginalizzare” il Vietnam. La guerra indocinese rimane però ancora nel panorama politico americano un dato di notevole importanza sotto due aspetti. Concretamente, perché molti elettori, anche tendenzialmente repubblicani, temono che attuali governanti, se confermati e quindi sicuri di avere la mano libera per altri quattro anni, non manterranno l’impegno di districare il loro paese dal Sud Est asiatico; anzi potranno procedere a nuove forme, più coperte, di intervento. E moralmente, perché la guerra è diventata meno “visibile”, pur continuando a fare ogni mese decine di migliaia di vittime, solo per il fatto che a morire non sono più i giovani di New York o di Los Angeles ma sono i vietnamiti, donne e bambini compresi, del Nord e del Sud. Uno stato che quindi tende a stimolare in larghi strati dell’opinione pubblica, anche tra coloro che personalmente si sanno al riparo da ogni pericolo diretto, un sordo ma acuto senso di colpa, e quindi il desiderio di una politica totalmente diversa.
La seconda componente dell’oscuro malessere degli Stati Uniti 1972 è il crollo, per quanto riguarda i suoi aspetti etnici, economico-sociali e morali, dell’american dream, del sogno americano. Esaminiamo questi aspetti separatamente.
Quattro facce d’una crisi
Etnicamente, L’America era stata vista per oltre un secolo dai suoi abitanti, e da coloro che vi arrivavano dalle regioni depresse di tutto il mondo, come un melting pot, una pentola in cui tutti i gruppi si amalgamavano e si fondevano. Questa visione (basta pensare ai negri, o ai portoricani) ha corrisposto solo in parte alla realtà, tuttavia è sempre sopravvissuta come ideale e come principio direttivo. Ora sta invece andando a pezzi, per essere sostituita dalla concezione opposta, di un melting pot. Ogni gruppo, cioè, mano a mano che col progredire dell’educazione collettiva acquista consapevolezza di quanto superficiali siano state certe forme di integrazione, risponde rivendicando non più l’assimilazione ma la parità accompagnata dal mantenimento della propria distinta identità etnico-culturale, o addirittura il diritto d’imporre con tutti i mezzi le proprie pretese. Un atteggiamento in cui è anche possibile vedere un passo avanti rispetto a un ideale troppo generico per non essere poi anche ipocrita, ma che ha tuttavia come risultato immediato un acuirsi della tensione razziale, sia attraverso lo scontro tra i vari gruppi, sia, più spesso, attraverso il diffondersi di un senso di totale separazione e alienazione.
Il secondo aspetto di crisi dell’american dream è quello morale. Anche qui l’immagine che gli Stati Uniti hanno avuto di se stessi, come il paese che rifiutava la logica dei rapporti di potere e che, se interveniva al di fuori dei suoi confini, lo faceva unicamente per difendere gli aggrediti e gli oppressi, ha rispecchiato in maniera molto approssimativa la realtà. Ma sia pure guardando con la dovuta cautela al passato, è difficile negare che in questi ultimi anni la situazione é ulteriormente mutata. “Con le nostre scelte politiche “, mi dice un giornale di Washington che per altri versi non si rivela particolarmente riliberale o illuminato, “è come se noi avessimo voluto a tutti i costi realizzare davvero l’immagine dell’“ugly american”, dell’americano brutto. Anche a volersi dimenticare dei bombardamenti sul Vietnam, basta fare la lista di quelli che oggi sono gli amici e gli alleati con cui andiamo più d’accordo: Franco in Spagna, Caetano in Portogallo, i colonelli in Grecia, i gruppi più violenti ed arretrati nell’America Latina, Thieu a Saigon. I russi, è vero, non stanno molto meglio. Ma questo non cambia il fatto che tutti noi americani finiamo per sentirci in qualche modo com promessi e coperti di vergogna”.
Il terzo aspetto della crisi dell’american dream è quello sociale. Incastonata tra un secolo di caotica ma ininterrotta espansione ed il fantastico boom della guerra e del dopoguerra, neppure la grande depressione del 1929-33 era riuscita a incrinare l’immagine ottimistica del “nuovo mondo”, paese non solo della libertà e dell’eguaglianza razziale, ma delle “opportunities”, delle infinite possibilità, dove ogni uomo e donna era sicuro di trovare lavoro, dove l’emigrato diventava milionario, e lo strillone di giornali presidente di banca. Questa immagine, che non era solo quantitativa (cioè di maggiore ricchezza) ma qualitativa (cioè di una diversa civiltà) sta ora cominciando a sgretolarsi. Nessuno crede più, come ancora pochi anni fa, di poter lasciare oggi il proprio posto per ritrovarne uno eguale o migliore tra sei mesi, quando, finiti i risparmi, sarà nuovamente il necessario lavorare. Gli Stati Uniti stanno cioè diventando un paese affaticato ed inquieto come tutti gli altri.
Strettamente collegata al problema ora accennato è la terza componente del malessere americano: cioè la crisi delle città. Delinquenza, sporcizia, inquinamento, corruzione municipale, disorganizzazione nelle scuole, confusione nelle comunicazioni (anche quelli telefoniche) caratterizzano ormai la vita dei grandi centri urbani americani. Ed anche qui, se si esclude la delinquenza, si tratta di fenomeni non dissimili da quelli di altre città occidentali; ma che acquistano un particolare e sottile impatto sociale proprio perché paragonati ad ideali molto più ambiziosi. In questo come in altri campi, è l’intera “qualità della vita” di un paese che, perché nuovo, aveva pensato di poter essere differente e migliore, a corrompersi e andare in frantumi.
L’ultima componete riguarda particolarmente i giovani. Una serata passata a Cambridge, in casa di due amici insegnanti al Massachusetts Istitute of Tecnology, i quali, proprio per farmi aveva un primo contatto diretto con le ultime generazioni americane, hanno invitato una mezza dozzina di loro studenti, mi mostra che il tema sentito con maggior forza da questi intellettuali adolescenti non è il Vietnam ma lo stato di alienazione e di sopraffazione in cui si svolge la loro esistenza.
La realtà tanto politica che economica e sociale appare loro dominata da entità che li superano e che li ignorano, e contro le quali ogni forma di protesta è assolutamente inefficace (ed è qui il punto più evidente di differenza con i progressisti generazioni). Stanno così le cose, l’unico atteggiamento “razionale”, per chi non voglia ritirarsi completamente in se stesso, è la concentrazione del propri sforzi su situazioni chiaramente limitate, una community action, un’azione al livello della comunità. Eliminare un amministratore comunale corrotto o anche semplicemente ripulire un pezzo di spiaggia dai sacchetti di plastica e dalle bottiglie di Coca-Cola, mi viene detto, è molto più importante che fare una marcia di protesta per un problema sul quale non si ha possibilità di influire.
Questa sensazione di importanza non si limita d’altra parte ai soli giovani. Anche esponenti di una generazione che in passato si è direttamente impegnata in grandi battaglie politiche constatano l’inutilità di atteggiamenti del genere. Mai come oggi, ammettono, tanto potere è stato concentrato nelle mani di cosi pochi. Specie per quanto riguarda la politica estera, tutto si decide all’interno di un circolo di uomini ristrettissimo, e spesso della sola diarchia Nixon-Kissinger. Il cittadino medio si trova quindi di fronte ad un governo che, se è il più efficiente che l’America ha conosciuto da anni, è certo anche quello che più si allontana dai suoi ideali.
Gli europei? Peggio per loro
Completato sommariamente questo quadro, la domanda che bisogna porsi è: un simile stato d’animo, non appariscente ma diffuso, di risentimento e di frustrazione potrebbe portare, tra quattro mesi, ad un rovesciamento di tutte le previsioni e alla sconfitta di Nixon? E se questo fosse il risultato sorprendente delle elezioni le spinte al ritiro dalla scena mondiale e al ripiegamento verso l’interno, di cui abbiamo appena esaminato le espressioni, e che si rispecchia anche nei programma politico di George McGovern, finirebbe col prevalere?
Sono domande alle quali è quasi assurdo cercare di dare una risposta categorica. Quello che si può fare è solo ripetere che ci si trova di fronte ad un fenomeno ampio e profondo, di cui è possibile, tra l’altro, valutare le dimensioni constatando fino a che punto riesca a condizionare gli atteggiamenti anche di uomini politici altamente rappresentativi. William Fulbright, presidente della commissione senatoriale per la politica estera, mi dice ad esempio che a suo giudizio non è solo della guerra in Vietnam che gli Stati Uniti si devono sbarazzare, ma di una serie di altri atteggiamenti sbagliati, quali quello di disseminare basi aereo e navali in tutto il mondo, o anche di fare la corsa con la Russia per la conquista della Luna. E per quanto riguarda l’Europa, si dichiara senz’altro favorevole alla protesta del suo collega Mansfield, di ridurre immediatamente, e del 50 per cento, il numero delle truppe americane, sostenendo che se 250 milioni di europei, nel momento in cui fossero provati della protezione americana, dimostrassero di non essere capaci di difendersi da 220 milioni di russi, in fondo sarebbe peggio innanzi tutto per loro. Un concetto di cui conferma la portata quando, poco dopo, parlando della Jugoslavia, alla mia obiezione sulle conseguenze che un ritiro militare degli Stati Uniti dal continente potrebbe avere sul futuro de questo paese, risponde che non vede in che modo questo possa interessare l’Occidente. La Jugoslavia, in fondo, non ha fatto sempre parte delle zone d’influenza sovietica?
Poiché i colloqui con esponenti meno autorevoli, ma politicamente non meno impegnati, della comunità intellettuale mettono di fronte molto spesso a posizioni simili, la conclusione a cui sembra lecito arrivare è che l’America sta vivendo una crisi profonda del proprio atteggiamento nei confronti del mondo esterno. Il vecchio internazionalismo, sviluppatosi faticosamente dall’ inizio della prima guerra mondiale ed impastato, in maniera abbastanza indiscriminata, di generoso idealismo e di imperialismo, di sincero altruismo e di una spregiudicata politica di intervento, si è negli ultimi anni progressivamente dissolto. E ha lasciato il posto da un lato ad un internazionalismo freddamente calcolato, indirizzato senza più retorica alla difesa degli interessi americani, e dall’altro ad una spinta neoisolazionista di cui nessuno può ignorare l’origine essenzialmente morale, cioè il richiamo alla vecchia tradizione puritana.
In un momento di indubbia stanchezza, nato dalla guerra del Vietnam e dall’accumularsi di enormi problemi interni, è insomma la necessità per gli Stati Uniti di rinunciare a recitare l’ambiguo ruolo di grande potenza e a imporre, con un idealismo non disinteressato, al mondo intero l’“American way of life” che questi intellettuali ed esponenti politici, spesso con una genuina carica di tensione morale, sostengono. E se per il momento è la prima alternativa (quella dell’internazionalismo calcolato, abilmente gestito da Nixon e da Kissinger) che tende nettamente a prevalere, domani, sia attraverso un’eventuale vittoria di McGovern, sia attraverso strade di cui è impossibile perfino immaginare il tracciato, potrebbe essere l’impostazione opposta cioè il riflusso politico-psicologico degli Stati Uniti entro i loro confini) a prendere il sopravvento.
L’indicazione da trarne, specie da parte degli Stati europei, dovrebbe essere quella di dar vita a un diverso equilibrio, fondato non più sulla dipendenza ma sull’autonomia.
Al di là della sua amarezza e della sua evidenza polemica, la battuta contiene un giudizio preciso. Con i suoi viaggi a Pechino e a Mosca, l’attuale presidente ha infatti ottenuto, anche sul piano interno, alcuni vantaggi sicuri. Oltre a dimostrare di essere un giocatore di poker vincente, capace di assumersi con successo grossi rischi, è riuscito, proprio con l’aiuto cinese e sovietico, a ridurre la guerra del Vietnam ad un fenomeno marginale. In tal modo, la partecipazione degli Stati Uniti al conflitto asiatico, che già aveva perduto gran parte della sua rilevanza come fattore di politica interna grazie al progressivo ritiro del corpo di spedizione americano, è stata ulteriormente ridotta.
Inoltre, per quanto le previsioni siano sempre difficili, c’è da pensare che Nixon si sia messo anche al riparo da improvvisi voltafaccia della Cina e dell’Urss. Tutti i due i giganti comunisti hanno infatti ormai un interesse evidente alla sua rielezione, sia per conservare un interlocutore sperimentato, sia perche, mentre sono sicuri che un’opposizione democratica non ostacolerà un progresso di distensione in Europa e in Asia, non hanno nessuna garanzia che i repubblicani, se allontanati dal governo, non cercherebbero in qualche modo di rinnegare la loro stessa politica e di tornare alle impostazioni della guerra fredda.
La fondatezza di queste valutazioni, mentre giustifica l’attuale ottimismo dei repubblicani, non basta però a concludere che Nixon abbia ormai la vittoria assicurata. ‘E questo essenzialmente per un motivo: e cioè che il 1972 si presenta elettoralmente come un anno particolare. Come un anno cioè in cui, ad alcune ben definite caratteristiche che indicano in una direzione (quella a punto favorevole a Nixon) se ne contrappongono altre molto più indeterminate e imprecisabili che tendono quanto meno a turbare la linearità del quadro globale. Politicamente fortissimo, l’attuale presidente vede quindi la sua rielezione messa in dubbio dal fenomeno metapolitico costruito da uno stato d’animo di oscuro e indefinito malessere, diffuso in settori sempre più larghi dell’opinione americana.
Al di là del Vietnam
‘E evidentemente impossibile esaminare attentamente le origini di un tal fenomeno. Non è tuttavia al di fuori dello schema dell’inchiesta indicarne alcune delle componenti.
Nixon è senza dubbio riuscito a “marginalizzare” il Vietnam. La guerra indocinese rimane però ancora nel panorama politico americano un dato di notevole importanza sotto due aspetti. Concretamente, perché molti elettori, anche tendenzialmente repubblicani, temono che attuali governanti, se confermati e quindi sicuri di avere la mano libera per altri quattro anni, non manterranno l’impegno di districare il loro paese dal Sud Est asiatico; anzi potranno procedere a nuove forme, più coperte, di intervento. E moralmente, perché la guerra è diventata meno “visibile”, pur continuando a fare ogni mese decine di migliaia di vittime, solo per il fatto che a morire non sono più i giovani di New York o di Los Angeles ma sono i vietnamiti, donne e bambini compresi, del Nord e del Sud. Uno stato che quindi tende a stimolare in larghi strati dell’opinione pubblica, anche tra coloro che personalmente si sanno al riparo da ogni pericolo diretto, un sordo ma acuto senso di colpa, e quindi il desiderio di una politica totalmente diversa.
La seconda componente dell’oscuro malessere degli Stati Uniti 1972 è il crollo, per quanto riguarda i suoi aspetti etnici, economico-sociali e morali, dell’american dream, del sogno americano. Esaminiamo questi aspetti separatamente.
Quattro facce d’una crisi
Etnicamente, L’America era stata vista per oltre un secolo dai suoi abitanti, e da coloro che vi arrivavano dalle regioni depresse di tutto il mondo, come un melting pot, una pentola in cui tutti i gruppi si amalgamavano e si fondevano. Questa visione (basta pensare ai negri, o ai portoricani) ha corrisposto solo in parte alla realtà, tuttavia è sempre sopravvissuta come ideale e come principio direttivo. Ora sta invece andando a pezzi, per essere sostituita dalla concezione opposta, di un melting pot. Ogni gruppo, cioè, mano a mano che col progredire dell’educazione collettiva acquista consapevolezza di quanto superficiali siano state certe forme di integrazione, risponde rivendicando non più l’assimilazione ma la parità accompagnata dal mantenimento della propria distinta identità etnico-culturale, o addirittura il diritto d’imporre con tutti i mezzi le proprie pretese. Un atteggiamento in cui è anche possibile vedere un passo avanti rispetto a un ideale troppo generico per non essere poi anche ipocrita, ma che ha tuttavia come risultato immediato un acuirsi della tensione razziale, sia attraverso lo scontro tra i vari gruppi, sia, più spesso, attraverso il diffondersi di un senso di totale separazione e alienazione.
Il secondo aspetto di crisi dell’american dream è quello morale. Anche qui l’immagine che gli Stati Uniti hanno avuto di se stessi, come il paese che rifiutava la logica dei rapporti di potere e che, se interveniva al di fuori dei suoi confini, lo faceva unicamente per difendere gli aggrediti e gli oppressi, ha rispecchiato in maniera molto approssimativa la realtà. Ma sia pure guardando con la dovuta cautela al passato, è difficile negare che in questi ultimi anni la situazione é ulteriormente mutata. “Con le nostre scelte politiche “, mi dice un giornale di Washington che per altri versi non si rivela particolarmente riliberale o illuminato, “è come se noi avessimo voluto a tutti i costi realizzare davvero l’immagine dell’“ugly american”, dell’americano brutto. Anche a volersi dimenticare dei bombardamenti sul Vietnam, basta fare la lista di quelli che oggi sono gli amici e gli alleati con cui andiamo più d’accordo: Franco in Spagna, Caetano in Portogallo, i colonelli in Grecia, i gruppi più violenti ed arretrati nell’America Latina, Thieu a Saigon. I russi, è vero, non stanno molto meglio. Ma questo non cambia il fatto che tutti noi americani finiamo per sentirci in qualche modo com promessi e coperti di vergogna”.
Il terzo aspetto della crisi dell’american dream è quello sociale. Incastonata tra un secolo di caotica ma ininterrotta espansione ed il fantastico boom della guerra e del dopoguerra, neppure la grande depressione del 1929-33 era riuscita a incrinare l’immagine ottimistica del “nuovo mondo”, paese non solo della libertà e dell’eguaglianza razziale, ma delle “opportunities”, delle infinite possibilità, dove ogni uomo e donna era sicuro di trovare lavoro, dove l’emigrato diventava milionario, e lo strillone di giornali presidente di banca. Questa immagine, che non era solo quantitativa (cioè di maggiore ricchezza) ma qualitativa (cioè di una diversa civiltà) sta ora cominciando a sgretolarsi. Nessuno crede più, come ancora pochi anni fa, di poter lasciare oggi il proprio posto per ritrovarne uno eguale o migliore tra sei mesi, quando, finiti i risparmi, sarà nuovamente il necessario lavorare. Gli Stati Uniti stanno cioè diventando un paese affaticato ed inquieto come tutti gli altri.
Strettamente collegata al problema ora accennato è la terza componente del malessere americano: cioè la crisi delle città. Delinquenza, sporcizia, inquinamento, corruzione municipale, disorganizzazione nelle scuole, confusione nelle comunicazioni (anche quelli telefoniche) caratterizzano ormai la vita dei grandi centri urbani americani. Ed anche qui, se si esclude la delinquenza, si tratta di fenomeni non dissimili da quelli di altre città occidentali; ma che acquistano un particolare e sottile impatto sociale proprio perché paragonati ad ideali molto più ambiziosi. In questo come in altri campi, è l’intera “qualità della vita” di un paese che, perché nuovo, aveva pensato di poter essere differente e migliore, a corrompersi e andare in frantumi.
L’ultima componete riguarda particolarmente i giovani. Una serata passata a Cambridge, in casa di due amici insegnanti al Massachusetts Istitute of Tecnology, i quali, proprio per farmi aveva un primo contatto diretto con le ultime generazioni americane, hanno invitato una mezza dozzina di loro studenti, mi mostra che il tema sentito con maggior forza da questi intellettuali adolescenti non è il Vietnam ma lo stato di alienazione e di sopraffazione in cui si svolge la loro esistenza.
La realtà tanto politica che economica e sociale appare loro dominata da entità che li superano e che li ignorano, e contro le quali ogni forma di protesta è assolutamente inefficace (ed è qui il punto più evidente di differenza con i progressisti generazioni). Stanno così le cose, l’unico atteggiamento “razionale”, per chi non voglia ritirarsi completamente in se stesso, è la concentrazione del propri sforzi su situazioni chiaramente limitate, una community action, un’azione al livello della comunità. Eliminare un amministratore comunale corrotto o anche semplicemente ripulire un pezzo di spiaggia dai sacchetti di plastica e dalle bottiglie di Coca-Cola, mi viene detto, è molto più importante che fare una marcia di protesta per un problema sul quale non si ha possibilità di influire.
Questa sensazione di importanza non si limita d’altra parte ai soli giovani. Anche esponenti di una generazione che in passato si è direttamente impegnata in grandi battaglie politiche constatano l’inutilità di atteggiamenti del genere. Mai come oggi, ammettono, tanto potere è stato concentrato nelle mani di cosi pochi. Specie per quanto riguarda la politica estera, tutto si decide all’interno di un circolo di uomini ristrettissimo, e spesso della sola diarchia Nixon-Kissinger. Il cittadino medio si trova quindi di fronte ad un governo che, se è il più efficiente che l’America ha conosciuto da anni, è certo anche quello che più si allontana dai suoi ideali.
Gli europei? Peggio per loro
Completato sommariamente questo quadro, la domanda che bisogna porsi è: un simile stato d’animo, non appariscente ma diffuso, di risentimento e di frustrazione potrebbe portare, tra quattro mesi, ad un rovesciamento di tutte le previsioni e alla sconfitta di Nixon? E se questo fosse il risultato sorprendente delle elezioni le spinte al ritiro dalla scena mondiale e al ripiegamento verso l’interno, di cui abbiamo appena esaminato le espressioni, e che si rispecchia anche nei programma politico di George McGovern, finirebbe col prevalere?
Sono domande alle quali è quasi assurdo cercare di dare una risposta categorica. Quello che si può fare è solo ripetere che ci si trova di fronte ad un fenomeno ampio e profondo, di cui è possibile, tra l’altro, valutare le dimensioni constatando fino a che punto riesca a condizionare gli atteggiamenti anche di uomini politici altamente rappresentativi. William Fulbright, presidente della commissione senatoriale per la politica estera, mi dice ad esempio che a suo giudizio non è solo della guerra in Vietnam che gli Stati Uniti si devono sbarazzare, ma di una serie di altri atteggiamenti sbagliati, quali quello di disseminare basi aereo e navali in tutto il mondo, o anche di fare la corsa con la Russia per la conquista della Luna. E per quanto riguarda l’Europa, si dichiara senz’altro favorevole alla protesta del suo collega Mansfield, di ridurre immediatamente, e del 50 per cento, il numero delle truppe americane, sostenendo che se 250 milioni di europei, nel momento in cui fossero provati della protezione americana, dimostrassero di non essere capaci di difendersi da 220 milioni di russi, in fondo sarebbe peggio innanzi tutto per loro. Un concetto di cui conferma la portata quando, poco dopo, parlando della Jugoslavia, alla mia obiezione sulle conseguenze che un ritiro militare degli Stati Uniti dal continente potrebbe avere sul futuro de questo paese, risponde che non vede in che modo questo possa interessare l’Occidente. La Jugoslavia, in fondo, non ha fatto sempre parte delle zone d’influenza sovietica?
Poiché i colloqui con esponenti meno autorevoli, ma politicamente non meno impegnati, della comunità intellettuale mettono di fronte molto spesso a posizioni simili, la conclusione a cui sembra lecito arrivare è che l’America sta vivendo una crisi profonda del proprio atteggiamento nei confronti del mondo esterno. Il vecchio internazionalismo, sviluppatosi faticosamente dall’ inizio della prima guerra mondiale ed impastato, in maniera abbastanza indiscriminata, di generoso idealismo e di imperialismo, di sincero altruismo e di una spregiudicata politica di intervento, si è negli ultimi anni progressivamente dissolto. E ha lasciato il posto da un lato ad un internazionalismo freddamente calcolato, indirizzato senza più retorica alla difesa degli interessi americani, e dall’altro ad una spinta neoisolazionista di cui nessuno può ignorare l’origine essenzialmente morale, cioè il richiamo alla vecchia tradizione puritana.
In un momento di indubbia stanchezza, nato dalla guerra del Vietnam e dall’accumularsi di enormi problemi interni, è insomma la necessità per gli Stati Uniti di rinunciare a recitare l’ambiguo ruolo di grande potenza e a imporre, con un idealismo non disinteressato, al mondo intero l’“American way of life” che questi intellettuali ed esponenti politici, spesso con una genuina carica di tensione morale, sostengono. E se per il momento è la prima alternativa (quella dell’internazionalismo calcolato, abilmente gestito da Nixon e da Kissinger) che tende nettamente a prevalere, domani, sia attraverso un’eventuale vittoria di McGovern, sia attraverso strade di cui è impossibile perfino immaginare il tracciato, potrebbe essere l’impostazione opposta cioè il riflusso politico-psicologico degli Stati Uniti entro i loro confini) a prendere il sopravvento.
L’indicazione da trarne, specie da parte degli Stati europei, dovrebbe essere quella di dar vita a un diverso equilibrio, fondato non più sulla dipendenza ma sull’autonomia.