Genio o instabile? Il referendum su Donald
di ANNA LOMBARDIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 ottobre 2020 su La Repubblica.
La sua forza sta nel suo essere così politicamente scorretto Trump trascina la folla attaccando immigrazione e Cina teorizzando l’isolazionismo economico e il diritto alle armi.
«Genio degli affari», «quoziente d’intelligenza altissimo», «fenomenale con le donne» e perfino «la persona più di successo mai approdata alla presidenza»: come si autodefinisce Donald J. Trump («J come Jenius», ha detto a una reporter di Vanity Fair negando che il secondo nome sia John). Oppure «il narciso mentalmente instabile» (la nipote Mary Trump, nel libro di memorie Too Much and Never Enough) con la «mentalità di un padrino mafioso del Queens» (il giornalista d’inchiesta David Cay Johnston nella biografia The Making of Donald Trump) «bisognoso di uno psicoanalista» (l’ex rivale alle primarie democratiche del 2016 Jeb Bush). Raccontare chi è davvero il presidente degli Stati Uniti è talmente complesso che la sua pagina Wikipedia americana, una delle più visitate al mondo – consultata nel solo 2019, 156 milioni di volte &…
«Genio degli affari», «quoziente d’intelligenza altissimo», «fenomenale con le donne» e perfino «la persona più di successo mai approdata alla presidenza»: come si autodefinisce Donald J. Trump («J come Jenius», ha detto a una reporter di Vanity Fair negando che il secondo nome sia John). Oppure «il narciso mentalmente instabile» (la nipote Mary Trump, nel libro di memorie Too Much and Never Enough) con la «mentalità di un padrino mafioso del Queens» (il giornalista d’inchiesta David Cay Johnston nella biografia The Making of Donald Trump) «bisognoso di uno psicoanalista» (l’ex rivale alle primarie democratiche del 2016 Jeb Bush). Raccontare chi è davvero il presidente degli Stati Uniti è talmente complesso che la sua pagina Wikipedia americana, una delle più visitate al mondo – consultata nel solo 2019, 156 milioni di volte – è ormai un campo di battaglia. Già scritta e riscritta, lo dice la rivista Slate, almeno 30mila volte.
«Ho imparato tutto da mio padre. Mi ha insegnato ad essere un duro in un business di duri». Nato nel Queens, New York, il 14 giugno 1946, quarto di cinque figli, è così che Trump si descrive nell’autobiografia The Art of Deal, l’arte di fare affari. Primo dei 30 libri a sua firma, pubblicato nel 1987 con Tony Schwartz come co-autore, dove fin da subito lega il suo mito alla figura del padre palazzinaro Frederick Christ Trump, dal 1923 alla guida della Elizabeth Trump & Son, l’impresa edile avviata con la madre, che fa la sua fortuna costruendo alloggi popolari nel Queens. Un impero di periferia, inizialmente destinato al fratello maggiore di Donald, il primogenito Fred Jr., che però non ne vuol sapere. Quando abbandona gli affari per inseguire il sogno di fare il pilota, (morirà alcolizzato a 42 anni) il padre lo disereda: puntando sul piccolo Don, di cui plasma il carattere ripetendogli per tutta l’infanzia: «Sei un killer, sei un re» come narra Harry Hurt III in Lost Tycoon, the Many Lives of Donald J. Trump.
A 13 anni Donald è però un ragazzino così indisciplinato da convincere il padre a spedirlo all’Accademia militare di New York. Dove non se la cava benissimo: nel 2011, mentre attacca Barack Obama chiedendo di conoscere i suoi voti, ordina infatti al suo avvocato Michael Cohen di far “sparire le pagelle” di allora. Nel 1964 entra comunque alla prestigiosa Wharton School of Economics e si laurea nel 1968: nel pieno della rivolta giovanile da cui, però, si tiene lontano. Schiva pure la chiamata al Vietnam, grazie a un difetto al tallone. E nei primi anni 70 inizia a collaborare col padre, nel frattempo finito nei guai per una causa intentata da un’associazione per i diritti civili, che lo accusa di non affittare agli afroamericani.
Donald mira a conquistare Manhattan, ed è proprio qui che ottiene il suo primo successo: acquistando, con un prestito garantito dall’ormai anziano genitore, il vecchio hotel Commodore che trasforma nel Grand Hyatt. Fred lo aiuta sempre: garantendo pure il prestito da 35 milioni per erigere (fra 1979 e 1983) la Trump Tower: 58 piani di appartamenti di lusso, nel cuore della Fifth Avenue. E pazienza, se Donald ancora racconta di aver ricevuto dal padre “solo” un milione di dollari, fatti «fruttare col suo talento». Un’inchiesta del New York Times del 2018 lo smentisce. Dalla famiglia riceve parecchi soldi. Lo conferma pure Harry Hurt III: «Il padre gli fa ottenere prestiti, lo mette in contatto con imprenditori legati alla mafia, e quando nel 1989 il Trump Castle rischia la bancarotta, lo aiuta comprandogli 3 milioni di fiches».
Sì, perché nel frattempo Donald ha investito in tre casinò ad Atlantic City. Un business che lo porta a raccogliere in borsa 140 milioni di dollari: «Ma non li reinveste. Gli servono a pagare prestiti per decine di milioni» nota il Washington Post. Nel frattempo è diventato il simbolo dell’America yuppie, così ammirato dai giovani rampanti di Wall Street da apparire perfino in American Psycho, il romanzo generazionale di Bret Easton Ellis, e pure nel film Celebrity di Woody Allen. Occupa le copertine dei magazine mentre le rubriche di gossip si concentrano sui suoi matrimoni: quello con Ivana (1977 – 1992) da cui ha tre figli Don Jr., Ivanka ed Eric. E poi quello con Marla Maples (1993-99), madre di Tiffany.
Presto, però, la fortuna degli anni 80 svanisce. Ha acquistato campi da golf e perfino un’università privata e per salvare la compagnia, dichiara bancarotta sei volte, quanto basta, maligna il New York Times, «ad evitare di pagare le tasse per decenni». Motivo per cui, si vocifera oggi, ancora non vuol mostrare le sue dichiarazioni dei redditi. Nel 1996, eccolo che investe ancora: sull’acquisto dei concorsi di bellezza Miss Usa e Miss Universo. Iniziando pure quella collaborazione con la rete Nbc che, nel 2004 - alla vigilia del terzo matrimonio con la modella Melania Knauss, da cui nascerà Barron – gli offre la conduzione di The Apprentice. È proprio il reality dove giudica le qualità imprenditoriali dei concorrenti, a rilanciarne il mito: la sua frase «You are fired», trasformata in tormentone.
Nel frattempo cambia più volte affiliazioni politiche. Se nel 1987 è registrato come repubblicano, nel 2000 partecipa alle primarie presidenziali del Partito riformista. Nel 2001 si iscrive ai democratici – ottimi, allora, i rapporti coi Clinton – salvo tornare ai repubblicani nel 2009, quando attacca Barack Obama, accusandolo falsamente di non essere nato in America. È dalla Trump Tower che il 16 Giugno 2015 lancia la candidatura alla Casa Bianca, insieme allo slogan che ancora lo caratterizza: «Make America Great Again». Fra l’incredulità di media e partito, alle primarie sbaraglia gli avversari. La campagna, però, decolla davvero solo il mese prima dal voto, quando a guidarla arriva il guru della destra, Steve Bannon. Lo salva dallo scandalo del nastro dove Trump dice«afferro le donne dai genitali». È proprio Bannon a intuire che la sua forza sta nel suo essere così politicamente scorretto.
Donald trascina la folla attaccando immigrazione e avanzata cinese, teorizzando l’isolazionismo economico e il diritto alle armi e promettendo il muro al confine col Messico. L’8 novembre 2016 sconfigge infatti la rivale Hillary Clinton – da lui chiamata «crooked Hillary», la disonesta – attaccandola sull’uso di account privati e non protetti quando era segretario di Stato. Perde il voto popolare, ma ottiene quello dei collegi elettorali, vincendo tutti gli stati in bilico. Ecco che quattro anni dopo, l’America arriva al voto più divisa che mai. Le elezioni 2020 trasformate in un referendum: Trump il genio degli affari, o il narciso mentalmente instabile?
«Ho imparato tutto da mio padre. Mi ha insegnato ad essere un duro in un business di duri». Nato nel Queens, New York, il 14 giugno 1946, quarto di cinque figli, è così che Trump si descrive nell’autobiografia The Art of Deal, l’arte di fare affari. Primo dei 30 libri a sua firma, pubblicato nel 1987 con Tony Schwartz come co-autore, dove fin da subito lega il suo mito alla figura del padre palazzinaro Frederick Christ Trump, dal 1923 alla guida della Elizabeth Trump & Son, l’impresa edile avviata con la madre, che fa la sua fortuna costruendo alloggi popolari nel Queens. Un impero di periferia, inizialmente destinato al fratello maggiore di Donald, il primogenito Fred Jr., che però non ne vuol sapere. Quando abbandona gli affari per inseguire il sogno di fare il pilota, (morirà alcolizzato a 42 anni) il padre lo disereda: puntando sul piccolo Don, di cui plasma il carattere ripetendogli per tutta l’infanzia: «Sei un killer, sei un re» come narra Harry Hurt III in Lost Tycoon, the Many Lives of Donald J. Trump.
A 13 anni Donald è però un ragazzino così indisciplinato da convincere il padre a spedirlo all’Accademia militare di New York. Dove non se la cava benissimo: nel 2011, mentre attacca Barack Obama chiedendo di conoscere i suoi voti, ordina infatti al suo avvocato Michael Cohen di far “sparire le pagelle” di allora. Nel 1964 entra comunque alla prestigiosa Wharton School of Economics e si laurea nel 1968: nel pieno della rivolta giovanile da cui, però, si tiene lontano. Schiva pure la chiamata al Vietnam, grazie a un difetto al tallone. E nei primi anni 70 inizia a collaborare col padre, nel frattempo finito nei guai per una causa intentata da un’associazione per i diritti civili, che lo accusa di non affittare agli afroamericani.
Donald mira a conquistare Manhattan, ed è proprio qui che ottiene il suo primo successo: acquistando, con un prestito garantito dall’ormai anziano genitore, il vecchio hotel Commodore che trasforma nel Grand Hyatt. Fred lo aiuta sempre: garantendo pure il prestito da 35 milioni per erigere (fra 1979 e 1983) la Trump Tower: 58 piani di appartamenti di lusso, nel cuore della Fifth Avenue. E pazienza, se Donald ancora racconta di aver ricevuto dal padre “solo” un milione di dollari, fatti «fruttare col suo talento». Un’inchiesta del New York Times del 2018 lo smentisce. Dalla famiglia riceve parecchi soldi. Lo conferma pure Harry Hurt III: «Il padre gli fa ottenere prestiti, lo mette in contatto con imprenditori legati alla mafia, e quando nel 1989 il Trump Castle rischia la bancarotta, lo aiuta comprandogli 3 milioni di fiches».
Sì, perché nel frattempo Donald ha investito in tre casinò ad Atlantic City. Un business che lo porta a raccogliere in borsa 140 milioni di dollari: «Ma non li reinveste. Gli servono a pagare prestiti per decine di milioni» nota il Washington Post. Nel frattempo è diventato il simbolo dell’America yuppie, così ammirato dai giovani rampanti di Wall Street da apparire perfino in American Psycho, il romanzo generazionale di Bret Easton Ellis, e pure nel film Celebrity di Woody Allen. Occupa le copertine dei magazine mentre le rubriche di gossip si concentrano sui suoi matrimoni: quello con Ivana (1977 – 1992) da cui ha tre figli Don Jr., Ivanka ed Eric. E poi quello con Marla Maples (1993-99), madre di Tiffany.
Presto, però, la fortuna degli anni 80 svanisce. Ha acquistato campi da golf e perfino un’università privata e per salvare la compagnia, dichiara bancarotta sei volte, quanto basta, maligna il New York Times, «ad evitare di pagare le tasse per decenni». Motivo per cui, si vocifera oggi, ancora non vuol mostrare le sue dichiarazioni dei redditi. Nel 1996, eccolo che investe ancora: sull’acquisto dei concorsi di bellezza Miss Usa e Miss Universo. Iniziando pure quella collaborazione con la rete Nbc che, nel 2004 - alla vigilia del terzo matrimonio con la modella Melania Knauss, da cui nascerà Barron – gli offre la conduzione di The Apprentice. È proprio il reality dove giudica le qualità imprenditoriali dei concorrenti, a rilanciarne il mito: la sua frase «You are fired», trasformata in tormentone.
Nel frattempo cambia più volte affiliazioni politiche. Se nel 1987 è registrato come repubblicano, nel 2000 partecipa alle primarie presidenziali del Partito riformista. Nel 2001 si iscrive ai democratici – ottimi, allora, i rapporti coi Clinton – salvo tornare ai repubblicani nel 2009, quando attacca Barack Obama, accusandolo falsamente di non essere nato in America. È dalla Trump Tower che il 16 Giugno 2015 lancia la candidatura alla Casa Bianca, insieme allo slogan che ancora lo caratterizza: «Make America Great Again». Fra l’incredulità di media e partito, alle primarie sbaraglia gli avversari. La campagna, però, decolla davvero solo il mese prima dal voto, quando a guidarla arriva il guru della destra, Steve Bannon. Lo salva dallo scandalo del nastro dove Trump dice«afferro le donne dai genitali». È proprio Bannon a intuire che la sua forza sta nel suo essere così politicamente scorretto.
Donald trascina la folla attaccando immigrazione e avanzata cinese, teorizzando l’isolazionismo economico e il diritto alle armi e promettendo il muro al confine col Messico. L’8 novembre 2016 sconfigge infatti la rivale Hillary Clinton – da lui chiamata «crooked Hillary», la disonesta – attaccandola sull’uso di account privati e non protetti quando era segretario di Stato. Perde il voto popolare, ma ottiene quello dei collegi elettorali, vincendo tutti gli stati in bilico. Ecco che quattro anni dopo, l’America arriva al voto più divisa che mai. Le elezioni 2020 trasformate in un referendum: Trump il genio degli affari, o il narciso mentalmente instabile?