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Geraldine Ferraro, la prima “numero 2”

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 13 luglio 1984 su La Repubblica. Per dare scacco a Reagan, Mondale sceglie una donna. La mossa del candidato democratico è coraggiosa ma anche disperata: i sondaggi lo danno perdente.
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Candidando per la prima volta una donna alla vice-presidenza degli Stati Uniti, Walter Mondale ha compiuto un atto di coraggio e insieme un gesto di disperazione. L’ inesorabile circostanza che tutti i sondaggi lo danno per battuto (con 19 punti percentuali di distacco da un Gallup del giugno scorso e con 7 punti da un sondaggio del Washington Post-Abc reso pubblico ieri) ha indotto il leader democratico a giocare una carta a sorpresa, una carta nuova nella politica americana. E ora gli strateghi della campagna elettorale democratica sperano che il grigiore di Mondale, l’opacità della sua immagine pubblica, la sciattezza delle sue apparizioni televisive verranno riscattate dalla sicura e scintillante personalità di Geraldine Ferraro, primo esponente politico italo-americano ad affacciarsi sulla soglia della Casa Bianca.

L’annunzio della designazione è stato dato all’una di ieri mattina nel Campidoglio di Saint Paul, capitale del Minnesota,…
Candidando per la prima volta una donna alla vice-presidenza degli Stati Uniti, Walter Mondale ha compiuto un atto di coraggio e insieme un gesto di disperazione. L’ inesorabile circostanza che tutti i sondaggi lo danno per battuto (con 19 punti percentuali di distacco da un Gallup del giugno scorso e con 7 punti da un sondaggio del Washington Post-Abc reso pubblico ieri) ha indotto il leader democratico a giocare una carta a sorpresa, una carta nuova nella politica americana. E ora gli strateghi della campagna elettorale democratica sperano che il grigiore di Mondale, l’opacità della sua immagine pubblica, la sciattezza delle sue apparizioni televisive verranno riscattate dalla sicura e scintillante personalità di Geraldine Ferraro, primo esponente politico italo-americano ad affacciarsi sulla soglia della Casa Bianca.

L’annunzio della designazione è stato dato all’una di ieri mattina nel Campidoglio di Saint Paul, capitale del Minnesota, lo stato natale e la roccaforte di Mondale. E’ stata una cerimonia suggestiva. Che la figlia di un emigrante italiano (e sia pure di un emigrante che era ingegnere e proprietario terriero) possa aspirare a essere eletta vice-presidente degli Stati Uniti è la prova che “il sogno americano” è ancora vivo, come ha rilevato Mondale: “Tutto è possibile per chi lavora duro e porta un contributo a questo nostro paese benedetto da Dio”. E a sua volta la Ferraro, che controllava mirabilmente le sue emozioni, ha ricordato la sua vicenda familiare (“Sono figlia di un emigrante italiano, la mia è una famiglia forte e unita”) e ha esaltato la propria carriera politica come allegoria di un’America “che mantiene le porte aperte” ai suoi cittadini più operosi e solerti. “Tutto è ancora possibile”, e dunque anche la conquista della Casa Bianca.

Un uomo accusato di essere troppo prudente ha preso dunque una decisione abile ma anche arrischiata. C’erano vie più agevoli. Gli schemi classici della contesa presidenziale suggerivano di selezionare come compagno di cordata un uomo politico del sud, moderato-conservatore. Questa collaudata miscela geografica appariva tanto più opportuna per Mondale, che viene dal Minnesota, ossia dalla Svezia d’ America: uno stato freddo, luterano, segnato da una certa tradizione politica socialisteggiante. L’altra soluzione parimenti allettante sembrava essere l’accoppiata Mondale-Hart, i due rivali riconciliati. Il senatore del Colorado è un uomo del West, controlla il secondo maggior blocco di delegati alla “convention” di San Francisco e si è visto che attrae un elettorato giovane e suburbano che non ama Mondale.

Ma sarà per l’Incompatibilità di carattere o per il veleno che si era accumulato durante le elezioni “primarie”, certo è che Mondale dopo aver ignorato gli uomini del Sud, ha accantonato anche l’uomo del West, territorio nel quale comunque si prevede che Reagan galopperà a briglia sciolta. Restava l’ipotesi della candidatura femminile. Sembrava dapprima una trovata pubblicitaria, ma poi si è rivelata sempre più come la sola arma nuova ed audace che Mondale avrebbe potuto brandire contro l’invulnerabile Reagan. C’erano in lizza due candidate con pari credenziali: il sindaco di San Francisco, Dianne Feinstein, un’ebrea energica e sofisticata, e Geraldine Ferraro, rappresentante al congresso di un quartiere di New York, il Queens, nel quale vive un microcosmo di recente immigrazione, dagli ebrei russi ai rifugiati vietnamiti. Con l’inserimento della Ferraro nel “ticket” presidenziale, Mondale ha adottato una strategia politica che mira a due obiettivi.

Primo: trarre il massimo vantaggio da quello che viene chiamato il “gender gap”, ossia la minor quota di consensi che Reagan riscuote nell’ elettorato femminile. Secondo: puntare tutti gli sforzi sulla conquista degli stati popolosi e industrializzati della costa atlantica e del Midwest, sulle grandi città e gli agglomerati urbani, dove maggiore è la presenza dei ceti etnici emergenti (italiani, ispano-americani) e degli elettori cattolici. Ricordiamo che Mondale è protestante, figlio di un pastore metodista. La Ferraro dunque promette di riequilibrare il “ticket” anche dal punto di vista religioso. Il “gender gap” è un fattore difficile da quantificare, ma esiste. Già nel 1980 gli esperti elettorali stabilirono che Reagan aveva raccolto più voti tra gli uomini che tra le donne: 56 per cento contro il 47 per cento. Quel divario, secondo molte ricerche demoscopiche, si è nel frattempo accentuato: la presidenza di Reagan, con la propensione a esaltare gli aspetti militari della potenza americana e la politica della durezza nei rapporti con l’Urss, piacerebbe di più agli elettori maschi. Mentre le elettrici sarebbero maggiormente sensibili agli appelli del partito democratico per il disarmo e per il negoziato internazionale.

Il fatto che la Ferraro sia candidata alla vice-presidenza esalta ancor più il “gap” e potrebbe sconvolgere tutti i giochi di Reagan, mobilitando le ambizioni e l’entusiasmo di milioni e milioni di donne che svolgono un ruolo attivo nella società americana ma che non sono ancora approdate ai vertici del potere politico. Cinquanta milioni di donne lavorano fuori casa negli Stati Uniti, in sei milioni di famiglie la moglie guadagna più del marito, le donne sono presenti in massa nelle professioni liberali, nella burocrazia e anche nella gestione aziendale: esisterebbe insomma un vasto e diffuso desiderio di primeggiare anche in politica. Gli studi e le ricerche degli esperti (i soliti confezionatori di sondaggi) non confermano l’ottimismo dei dirigenti democratici. L’esito delle loro esplorazioni è contraddittorio e comunque presenta spesso una doppia faccia: se da una parte la candidatura di una donna alla vice-presidenza galvanizza gli strati femminili più politicizzati, essa nel contempo tende ad allontanare dal partito democratico gli elettori più conservatori o maschilisti, soprattutto negli stati del Sud. Se i due effetti si annullassero a vicenda, Mondale sarebbe sicuramente destinato alla sconfitta. Ma, come è stato detto a Saint Paul (Minnesota), “tutto è ancora possibile” e Ferraro, che era fino a qualche mese fa una sconosciuta politica di Queens, ora è diventata la santa dei miracoli per Mondale e per il partito democratico.