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Hanno scelto le donne. Trionfo bis per Ike

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 11 novembre 1956 su L'Espresso. I voti femminili superano quelli maschili per la prima volta: Eisenhower è riuscito a proiettare il ruolo di peacemaker Stevenson ha sbagliato sfidandolo sulla politica estera.
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Pochi giorni prima del 6 novembre la moglie di un operaio della fabbriche di automobili del Michigan dichiarò ad un giornalista del “Saturday Evening Post” che la interrogava sulle sue preferenze elettorali: “Per il presidente darò il voto ad Eisenhower, che ha fatto ritornare mio figlio dalla Corea, ma come governatore voglio ancora Williams (un democratico di idee sociali molto progredite) che si batte per aumentare il sussidio ai disoccupati. Un giorno potremmo avere bisogno di lui”.

Esaminiamo bene questa frase. Esprime con precisione quello che, con minor chiarezza, tanti altri americani hanno dichiarato durante due mesi agli inviati dei grandi giornali ed alle organizzazioni per il sondaggio dell’opinione pubblica, che hanno percorso da un capo all’altro i quarantotto Stati per poter prevedere il risultato delle elezioni del 6 novembre. Quella frase contiene inoltre i tre elementi su cui si fonda la vittoria di Eisenhower e che …
Pochi giorni prima del 6 novembre la moglie di un operaio della fabbriche di automobili del Michigan dichiarò ad un giornalista del “Saturday Evening Post” che la interrogava sulle sue preferenze elettorali: “Per il presidente darò il voto ad Eisenhower, che ha fatto ritornare mio figlio dalla Corea, ma come governatore voglio ancora Williams (un democratico di idee sociali molto progredite) che si batte per aumentare il sussidio ai disoccupati. Un giorno potremmo avere bisogno di lui”.

Esaminiamo bene questa frase. Esprime con precisione quello che, con minor chiarezza, tanti altri americani hanno dichiarato durante due mesi agli inviati dei grandi giornali ed alle organizzazioni per il sondaggio dell’opinione pubblica, che hanno percorso da un capo all’altro i quarantotto Stati per poter prevedere il risultato delle elezioni del 6 novembre. Quella frase contiene inoltre i tre elementi su cui si fonda la vittoria di Eisenhower e che hanno fatto di lui un candidato probabilmente imbattibile: il “Vote –splitting”, la politica estera, e (chi parlava era una donna e rivelava un atteggiamento molto diffuso) il voto femminile.

Le persone che alle elezioni politiche dividono (“Split” significa appunto dividere) il loro voto tra i candidati dei due partiti sono sempre esistite negli Stati Uniti. Il sistema elettorale americano non costringe il cittadino ad un’unica scelta. L’elettore può votare per un presidente repubblicano ed un senatore democratico, può scegliere di nuovo un repubblicano per la Camera dei rappresentanti (il secondo ramo del Congresso americano), e, infine, volere un democratico o un indipendente come giudice. Le possibilità di dividere il “Ticket” (la lista dei candidati di un partito che dal presidente va giù giù fino al deputato del Parlamento statale), sono quindi tante quante sono le cariche per le quali è necessario trovare un nuovo titolare.

Il sistema è studiato con lo scopo di non annegare la personalità del candidato nel partito e di consentire il massimo campo alle preferenze individuali: ed in effetti gli americani hanno sempre usato largamente di questa possibilità. È anzi normale che uno Stato elegga a larga maggioranza un governatore di un partito mentre con una maggioranza altrettanto grande vota per un presidente di un partito opposto.

Questa volta, però, la divisione della lista ha raggiunto proporzioni molto superiori a quelle normali. Lo si è visto dai risultati: erano 188 anni che il partito del presidente eletto non rimaneva sconfitto tanto al Senato che alla Camera. L’ultima volta era accaduto nel 1848, con il “whig” Zachary Taylor, quando non esistevano ancora il partito democratico e quello repubblicano.
In alcuni Stati, nelle settimane immediatamente precedenti le elezioni i giornalisti hanno trovato uno strano stato d’animo: sembrava che molti cittadini considerassero quasi una vergogna votare per i candidati di un solo partito: “Non sono un tipo che vota tutto in un senso” disse un paio di settimane fa un piccolo proprietario terriero dell’Ohio all’inviato del “New York Time”.

Quale è la ragione di questo fenomeno? La risposta a questa domanda ci porta al secondo dei tre punti della nostra analisi: la politica estera: Eisenhower è giudicato da tutti come un bravo e persino geniale “Peacemaker”, compositore di vertenze internazionali. È una fama che dipende dalla fortunata conclusione della guerra in Corea, avvenuta nove mesi dopo la sua elezione a presidente, oltre che dal prestigio di capo conquistato in Europa durante la fase finale della seconda guerra mondiale. È una fama che non si discute. Dei due termini dello slogan con il quale i repubblicani sono andati alla vittoria “Pace e prosperità”, è stato senza dubbio il primo il più inattaccabile: molti americani, anche favorevoli ad Eisenhower sono pronti ad ammettere che la prosperità è in pericolo da molte parti, e specialmente che le prospettive economiche del futuro sono meno rosee di quello che si può credere; ma pochi sono disposti ad ammettere che possa esistere un uomo più adatto di Eisenhower a conservare la pace.

Contro questo mito, non è servito a nulla che un mese fa Walter Lippmann (forse il più famoso commentatore politico del mondo anglosassone), abbia dedicato un paio dei suoi articoli a spiegare che le capacità di Eisenhower come “Peacemaker” sono quelle dell’uomo di buona volontà che riesce a convincere i contendenti a smettere di litigare, ma che non sapendo analizzare i motivi profondi delle crisi, non può proporre soluzioni adatte ad evitare che esse si ripetano. Come non è servito a nulla che, specie nell’ultima settimana, molti giornalisti, politici, anche di quotidiani tradizionalmente repubblicani, abbiano riconosciuto il fallimento dell’azione del Dipartimento di Stato ed abbiano affermato che non esiste politica estera senza piani a lunga scadenza. La verità è che le critiche rivolte contro Dulles, per uno strano processo mentale del cittadino americano medio, non raggiungono Ike. Il voto del 6 novembre lo ha dimostrato.

Ancora meno raggiungono Eisenhower le critiche alla politica interna della sua amministrazione. Di questo si sono resi conto, verso la metà di ottobre, i dirigenti democratici. Fino a quel giorno la campagna del partito aveva seguito il piano che Jim Finnegan, il principale consigliere di Stevenson, aveva ideato alla fine di agosto. Dopo la vittoria alla convenzione di Chicago, Finnegan aveva convinto Stevenson e i suoi amici che c’era una via sicura per battere Eisenhower. La volta scorsa Ike aveva vinto con un margine di oltre sei milioni e mezzo di voti popolari e con 442 voti elettorali contro 89. Ma in una quantità di Stati (Stati che, per di più, debbono essere considerati “normalmente democratici” dato che nelle precedenti elezioni erano andati sempre o quasi sempre ai democratici) la differenza di voti tra i due partiti era risultata minima. Lo sforzo di Stevenson e di Kefauver si doveva quindi concentrare su loro. Bastava spostare meno di un milione di voti, lasciando ad Eisenhower la maggioranza assoluta nel paese, per portare il “Ticket” democratico alla vittoria.

Naturalmente per far questo era necessario che Stevenson impostasse la sua campagna sulle “Bread and Butter Issues”, sui problemi del pane e del burro. Doveva cercare di sfruttare a fondo le difficoltà economiche e sociali create dalla politica repubblicana e, sul piano nazionale, cercare di dimostrare che Eisenhower era il presidente dei ricchi, perché non si era saputo liberare dall’influenza degli industriali annidiatisi nel suo governo per controllarne la politica economica. Era un tipo di propaganda tradizionale per il partito democratico e, oltre tutto, aveva dalla sua parte il peso di un precedente di fondamentale importanza: era stato con questi discorsi che nel 1948 Truman, contro tutte le previsioni, aveva sconfitto Dewey.

Dopo qualche settimana però i democratici si convinsero che questa volta il sistema non funzionava. E non funzionava proprio perché contro di loro non c’era l’impopolare e snobistico governatore di New York, ma Dwight Eisenhower. La loro tattica poteva ottenere un certo successo nella zona agricola del centro del continente nordamericano dove i farmers, i piccoli proprietari terrieri, erano in rivolta contro il governo per la diminuzione del prezzo del grano e dei cereali (ed infatti non è stata del tutto abbandonata); ma se non fosse stata accompagnata da un attacco a fondo contro Eisenhower e il suo mito non avrebbe avuto altro effetto che quello di aumentare il numero dei volevano conservare Ike alla Casa Bianca per mantenere la pace e volevano un congresso democratico per bloccare la politica conservatrice dei repubblicani.

Adlai Stevenson proponendo pochi giorni dopo in maniera drammatica la sospensione delle esplosioni nucleari, ha cercato di risalire la corrente, di combattere questo stato d’animo, di attaccare Ike nell’unico punto in cui era possibile: la pace e la politica estera. Fino a che punto questo tentativo ha avuto effetto? Quanti voti ha procurato al partito democratico e al suo candidato? Nessuno potrà mai fare questo conto. È molto probabile però (ed arriviamo così al terzo punto della nostra analisi), che se Stevenson non ha guadagnato abbastanza da assicurarsi la vittoria questo è dovuto in gran parte al fatto di non essere riuscito a far breccia in quella porzione dell’elettorato nella quale, più che in ogni altra, il mito di Eisenhower come “peacemaker” aveva radici profonde: le donne.

Questo è tanto più grave per i democratici in quanto le donne hanno dominato le elezioni politiche del ’56. Innanzi tutto dal punto di vista quantitativo: per la prima volta nella storia americana i voti femminili sono stati più numerosi di quelli maschili. Le donne superiori ai 21 anni, che sono in America 53 milioni, contro 48 milioni e mezzo di uomini, hanno conservato questa superiorità anche nelle urne, andando a votare in gran massa. E se i sondaggi preelettorali (che per queste elezioni si sono rivelati abbastanza esatti) debbono essere tenuti in qualche conto, bisogna ritenere che i loro voti siano andati in grandissima parte ad Eisenhower.

Ma le donne hanno dominato le elezioni americane non soltanto dal punto di vista quantitativo. Se infatti di questa competizione politica che si è ora conclusa con un voto che ha deciso per quattro anni il destino dell’America e forse del mondo, dovessimo dare un’immagine ai nostri lettori, diremmo senz’altro che essa è stata femminile. Femminile non tanto per l’attività delle donne nei comizi, nei centri elettorali, agli angoli delle strade con i bottoni per Ike e per Dick (Nixon), ma soprattutto nello stato d’animo. Non per un caso le due parole che più spesso si sono sentite risuonare nelle discussioni politiche in queste settimane sono state “faith” e “confidence”, fede e fiducia. Non per un caso l’elemento determinante per la scelta di milioni di americani è stata la personalità dei candidati. Non per un caso, infine, gli slogans su cui Eisenhower è volato alla vittoria sono stati “mi piace Ike” e “tu piaci ad Ike”.

Di fronte a questo stato d’animo i dirigenti della campagna democratica non hanno saputo come reagire, indecisi tra la critica e il desiderio di imitazione. La seconda tendenza, l’inutile tentativo di battere Eisenhower sul suo terreno, ha più spesso prevalso. A Boston, una settimana prima del giorno delle votazioni, quando ormai a tutti gli osservatori appariva chiaro che il miracolo cui era legata la possibilità di una sconfitta repubblicana non era avvenuto, e che Ike si avviava verso una nuova vittoria, Adlai Stevenson tenne forse il più bel discorso di questa competizione politica. Con un’espressione profondamente seria, nonostante i coriandoli che gli coprivano la testa e la giacca, parlò a milioni di americani in ascolto difronte alla televisione delle difficoltà del momento attuale e della necessità di rendersi conto prima che sia troppo tardi della gravità dei problemi, reagendo alla pigrizia mentale ed al desiderio di lasciar correre. Con una voce appena più accorata concluse: “Quella del 6 novembre non è un concorso di popolarità o un concorso di bellezza: è un’elezione politica”.

Questa distinzione, però, non preoccupava certo le decine di migliaia di newyorkesi che, tre giorni prima, erano riuniti al Madison Square Garden per ascoltare Eisenhower. Il discorso del presidente americano quella sera fu mediocre, pronunciato con un’intonazione meccanica e stanca: ma il pubblico non sembrò badarvi molto. Si aveva l’impressione che qualsiasi dichiarazione politica, fatta in quel momento e in quell’atmosfera, avrebbe sollevato le stesse rumorose approvazioni. La parte più spontanea della serata cominciò invece quando Eisenhower ebbe finito di parlare e, mentre tutte le luci si accendevano Mami salì sul palcoscenico. Un coro si levò allora dalla platea. Era “I like Ike”, la canzone scritta appositamente per Eisenhower di Irving Berlin, il più famoso compositore americano di ballabili, l’autore di “Bianco Natale” e “Alexander’s Ragtime Band”: “Ancora quattro anni – ancora quattro anni – dateci quello che ci piace – quello che ci piace è Ike – ancora quattro anni – tre evviva – con Ike ancora quattro anni – (ritornello) mi piace Ike - mi piace Ike – mi piace ancora di più – di quanto mi piaceva prima – così gridate tre violenti evviva – per ancora quattro anni di Ike”. Al centro del palcoscenico Eisenhower e la moglie sorridevano tenendosi per mano. Lui salutava il pubblico, lei guardava per terra con l’aria di una bambina precocemente invecchiata. In platea tutti sembravano contenti e molto spensierati.