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I grandi consiglieri

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 ottobre 2020 su La Repubblica. Il bravo advisor vola sulla strategia ma scende poi nel fango della politica. Sempre più decisivi alla Casa Bianca.
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Chi vuol diventare top consigliere del presidente alla Casa Bianca cominci studiando il musical Hamilton, dell’artista Lin-Manuel Miranda, 11 Tony Awards, un Grammy e un Pulitzer, record di incassi a Broadway, la storia, al ritmo di hip hop e rap, di Alexander Hamilton, statista il cui ritratto adorna la banconota da 10 dollari. Nato illegittimo nei Caraibi da madre ugonotta, forse di origine africana, e padre scozzese, l’adolescente Hamilton prega “per una Guerra” che gli faccia far carriera e coltissimo, impetuoso, energico la trova nell’Indipendenza dal Re Giorgio. Il generale Washington, poi presidente, ha 44 anni e riconosce a prima vista il talento di Hamilton, 22 anni, non diverranno amici, il subordinato si rivolgerà al padre della patria come “Vostra Eccellenza”, ma sul campo di battaglia prima, poi di fatto come Ministro del Tesoro, Hamilton inventa il ruolo di advisor, il consigliere del presidente.

John Kennedy definir&agra…
Chi vuol diventare top consigliere del presidente alla Casa Bianca cominci studiando il musical Hamilton, dell’artista Lin-Manuel Miranda, 11 Tony Awards, un Grammy e un Pulitzer, record di incassi a Broadway, la storia, al ritmo di hip hop e rap, di Alexander Hamilton, statista il cui ritratto adorna la banconota da 10 dollari. Nato illegittimo nei Caraibi da madre ugonotta, forse di origine africana, e padre scozzese, l’adolescente Hamilton prega “per una Guerra” che gli faccia far carriera e coltissimo, impetuoso, energico la trova nell’Indipendenza dal Re Giorgio. Il generale Washington, poi presidente, ha 44 anni e riconosce a prima vista il talento di Hamilton, 22 anni, non diverranno amici, il subordinato si rivolgerà al padre della patria come “Vostra Eccellenza”, ma sul campo di battaglia prima, poi di fatto come Ministro del Tesoro, Hamilton inventa il ruolo di advisor, il consigliere del presidente.

John Kennedy definirà la presidenza “il lavoro più solitario”, basta confrontare le foto di G.W. Bush e Obama prima e dopo la Casa Bianca, rughe e canizie da stress. L’advisor è uomo di governo, Hamilton crea la politica economica della nuova repubblica e le sue prime, due, banche centrali, ma anche dirigente politico tenendo insieme partito e base elettorale. Il bravo advisor vola nel cielo della strategia e finge che il presidente sia statista preoccupato dei libri di storia, ma scende poi nel fango della lotta e della propaganda, lavoro sporco. Hamilton finì nel primo scandalo sessuale Usa, l’austero Washington lo sostenne mandandogli vino francese, per poi esser ucciso in duello, non prima di aver guidato la redazione dei saggi “Federalist Papers” con lo pseudonimo di Publius: chi non li ha letti stenta a orientarsi nella battaglia Trump-Biden 2020.

Non tutti gli advisors han vite da musical, ma William Seward, braccio destro del presidente Lincoln dal 1861 al 1865, offre un bel copione. Il commando terrorista che uccise Lincoln per vendicare la sconfitta della Confederazione schiavista, aveva nel mirino anche Seward, Segretario di Stato. Il ministro giaceva malato in casa e il sicario Lewis Powell, fingendosi farmacista, attaccò i suoi figli, ferì una guardia del corpo, pugnalando quindi Seward al volto e al collo. Sopravvisse, compì quella che la stampa giudicò “Follia Seward”, ma che fu un colpo di genio, comprare per 7 milioni di dollari dalla Russia l’Alaska, ma rimpianse sempre Lincoln: erano stati rivali per la nomination repubblicana 1860, Seward, senatore di New York, imprecava contro “quell’avvocaticchio dell’Illinois”. Superarono l’astio e portarono gli Usa alla vittoria con il generale e futuro presidente Ulysses Grant, che arruolando nell’esercito neri ed ex schiavi cementò l’agenda del partito.

Il Novecento presenta agli advisors una sfida nuova, i mass media. Non basta più far politica e governare, ora si deve comunicare, radio, giornali, tv, infine il web. E il patrizio Franklin Delano Roosevelt, quattro volte eletto, per lanciare il New Deal chiama a sé un cronistaccio dai modi spicci e dalle giacchette sdrucite, il volto sfigurato dalle cicatrici di un incidente, tosse asmatica: Louis Howe aveva imparato, di articolo in articolo, a conoscere i poveri e le camarille dei politici nei loro quartieri. Il New Deal di Roosevelt salva il paese dalla crisi 1929 ma è Howe, temperando i modi aristocratici del capo, a rappacificarlo con i corrotti assessori di Tammany Hall, macchina cattura-voti di emigrati in cambio di un secchio di carbone.
Nel XX secolo le debolezze del presidente devono essere note solo ai consiglieri intimi, aggirando la stampa. Quando la poliomielite paralizza Roosevelt, Howe gli fa da infermiere, cambiandolo a letto, notte e giorno. Con lui, Marguerite LeHand, detta “Missy”, prima segretaria di un presidente, amante di F.D.R per le malelingue, in realtà straordinaria amministratrice di tempo ed energie, che sceglie interlocutori e temi, umanizzando il leader: a lei Roosevelt lascia in eredità metà della sua fortuna. Non è più stagione da “Vostra Eccellenza” in parrucca incipriata, i presidenti hanno amori e guai, son fragili e nevrotici, l’advisor deve consolare e sostenere.

John Kennedy ha accanto, come Ministro della Giustizia, il fratello Bob, che nei giorni della crisi dei missili a Cuba, 1962, sull’orlo della guerra atomica con l’Urss, porta avanti in segreto la trattativa con l’astuto ambasciatore sovietico Dobrinin. Con lui un nome dimenticato, fino al film Thirteen Days del regista Donaldson: l’attore Kevin Costner interpreta il leggendario consigliere Kenny O’Donnell, vero braccio destro di Kennedy, cattolico pragmatico che gli intellettuali, lo storico Schlesinger, il redattore dei discorsi Sorensen, odiano, ma che trasforma “la Nuova Frontiera” in voti. Il 22 novembre 1963, quando Kennedy cade a Dallas, O’Donnell è nell’auto che lo segue, il rimorso per non aver provveduto alla sua sicurezza lo fa morire roso dall’alcol.

Il ruvido Nixon si fida, insultando nei nastri segreti cittadini ebrei, neri e italiani, solo dell’ex avvocato Ehrlichman che lo guida nei segreti di una Washington che lo snobba come provinciale, lasciando la pace in Vietnam e l’apertura alla Cina all’ambizioso Kissinger. A lui la Storia, la Cronaca a Ehrlichman, che cadrà nello scandalo Watergate, 1972-1974, finendo per un anno e mezzo in galera.
Ronald Reagan solare quanto Nixon era paranoico, prende come consigliere il raffinato Jim Baker, che servirà poi anche Bush padre. La Casa Bianca di Ronald e Nancy Reagan ha intrighi e scandali, l’ammiraglio Poindexter, il colonnello North, l’ex marine McFarlane finiscono indagati, Donald Regan litiga con la First Lady che si affida agli astrologi, la saggia Peggy Noonan scrive discorsi indimenticabili, Michael Deaver sussurra tra le quinte, il generale Haig pretende di succedere al presidente ferito in un attentato, ma alla fine la grazia di “Ronnie”, ex bagnino del college Eureka, rimette tutto a posto.

Bush padre lascia la propaganda volgare a Lee Atwater, come Clinton a Jim Carville, son loro a insultare gli avversari, e c’è nel 1992 un momento romantico da Romeo e Giulietta quando Carville guida la campagna democratica, mentre la moglie, Mary Matalin, capeggia i repubblicani, Amore&Politica. Bush figlio, che era stato general manager, bravissimo, del padre, elimina dalla Casa Bianca, Edipo freudiano, i colleghi del padre con il generale Scowcroft, e si affida alla cabala dei neoconservatori, intellettuali incapaci di contrastare le trame sottili del vicepresidente Cheney e del ministro Rumsfeld nella débâcle Iraq, bruciando il generale Colin Powell. Karl Rove, detto “boy genius”, evita nel 2004 la rimonta del senatore Kerry, appellandosi, fuori dalla portata dei sondaggi a milioni di evangelici e rielegge Bush figlio.

Barack Obama lancia la generazione dei dati e della politica digitale, David Axelrod, Susan Rice, Ben Rhodes, Alec Ross, con Emmanuel Rahm nel ruolo di duro alla Carville. Con Trump la famiglia domina, solo il genero Kushner e la figlia Ivanka contano, la base si affida al focoso figlio Donald jr, il populista Steve Bannon segue Ehrlichman in galera, in attesa di giudizio, e il suadente Stephen Miller tira la volata fino al 3 novembre 2020. Da Hamilton ai dati, dal duello agli algoritmi, tutto sembra cambiato ma non è così, il presidente resta un uomo, presto una donna, solo, e i consiglieri sono, e resteranno, chiave che apre Successo o Tragedia.