Il campo della diplomazia
di LUCIO CARACCIOLOQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 02 ottobre 2020 su La Repubblica.
Gli italiani d’America e il peso della Casa Bianca nelle scelte sul ruolo di Roma nel mondo.
Ogni elezione di un presidente della Repubblica degli Stati Uniti è seguita in Italia con passione quasi pari a quella eccitata dal voto nostrano. Durante gli ultimi mesi della campagna, notizie e previsioni rimbalzano nelle nostre case in dosi incomparabili a qualsiasi altro appuntamento politico straniero. La lunga notte elettorale, con i risultati che spuntano con il sole della mattina successiva, è evento mediatico di prima grandezza. Con una qualche enfasi, al presidente neo-eletto si attribuiscono spesso talenti taumaturgici, da pioniere di una nuova èra, salvo dover poi constatare quanto limitati siano, nei fatti, i poteri del titolare della Casa Bianca nel sistema a stelle e strisce. Resta però il riflesso, non solo italiano, di considerarlo “presidente del mondo”. E qualcuno azzarda, scherzando ma non troppo, che per questo dovremmo partecipare anche noi alla sua elezione.
Da tre quarti di secolo siamo nella sfera d’influen…
Da tre quarti di secolo siamo nella sfera d’influen…
Ogni elezione di un presidente della Repubblica degli Stati Uniti è seguita in Italia con passione quasi pari a quella eccitata dal voto nostrano. Durante gli ultimi mesi della campagna, notizie e previsioni rimbalzano nelle nostre case in dosi incomparabili a qualsiasi altro appuntamento politico straniero. La lunga notte elettorale, con i risultati che spuntano con il sole della mattina successiva, è evento mediatico di prima grandezza. Con una qualche enfasi, al presidente neo-eletto si attribuiscono spesso talenti taumaturgici, da pioniere di una nuova èra, salvo dover poi constatare quanto limitati siano, nei fatti, i poteri del titolare della Casa Bianca nel sistema a stelle e strisce. Resta però il riflesso, non solo italiano, di considerarlo “presidente del mondo”. E qualcuno azzarda, scherzando ma non troppo, che per questo dovremmo partecipare anche noi alla sua elezione.
Da tre quarti di secolo siamo nella sfera d’influenza americana. Esito fortunoso della catastrofica guerra persa. Per definizione, la nostra capacità di incidere nelle scelte del paese di riferimento strategico è prossima allo zero. Alta, all’opposto, la possibilità americana di influire sul nostro.
C’erano però tempi nei quali l’Italia qualcosa credeva di poter contare nell’elezione del presidente degli Stati Uniti. Almeno nei rari casi in cui a sostegno del nostro paese si mobilitava, anche senza impulso diretto da Roma, parte della corposa comunità italiana d’America. Rilevante nella miscela etnica americana, anche se non esattamente omologa al canone bianco protestante anglosassone. Percepita dalle élite del Nord-Est, fino almeno agli Sessanta del Novecento più che dominanti nelle stanze del potere a stelle e strisce, come grado intermedio fra neri e bianchi di ceppo britannico o germanico. Macchiata dall’attivismo di frange sovversive – anarchici, comunisti, socialisti – culminate nel celeberrimo caso Sacco e Vanzetti, ingiustamente finiti sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927.
Dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, la neonata Repubblica pensò di sfruttare il peso elettorale degli italo-americani per ottenerne vantaggi geopolitici ed economici. Si contavano allora circa 5 milioni di Italian-Americans, provenienti dalle regioni più povere del paese, di cui oltre tre milioni nati americani. Nel voto del 2 novembre 1948 per la Casa Bianca si giocava una partita di speciale rilievo per il nostro paese. Uscita stremata dalla guerra, l’Italia era dipendente dalla benevolenza americana per la protezione strategica e per il sostegno alla ripresa economica.
Il voto italiano del 18 aprile 1948, passato alla storia per la sconfitta del cartello delle sinistre formato da socialisti e comunisti, con parallela affermazione della Democrazia cristiana, al cui fianco si schieravano satelliti centristi di sicura fede atlantica, aveva definitivamente stabilito il Belpaese al di qua della cortina di ferro. Grazie anche al sostegno economico e alla campagna di influenza organizzata dall’intelligence a stelle e strisce in favore di Dc e affini – brillante esempio di covert operation nemmeno troppo coperta – la temuta vittoria dei referenti italiani di Stalin era stata scongiurata.
Nella campagna elettorale statunitense del successivo autunno, il governo italiano non poteva essere indifferente all’esito del voto. De Gasperi si attendeva che Washington puntasse a consolidare questa scelta di campo nella contesa Est-Ovest, ormai non più dissimulata. Per esempio mitigando o aggirando le clausole del devastante Trattato di pace del 1947, con cui l’Italia era stata retrocessa fra i reietti, dopo aver assimilato per qualche decennio l’aria rarefatta della grande potenza. Per questo il governo italiano cercava di guadagnarsi la benevolenza del vincitore.
Certo Roma non era in grado di intervenire direttamente nella partita fra il presidente uscente, il democratico del Missouri Harry Truman, e il suo principale sfidante, Thomas Dewey, governatore repubblicano di New York. In quella singolare tornata elettorale il grande favorito era Dewey. Dopo 16 anni di presidenza democratica, prima con Roosevelt poi con Truman, ci si aspettava il cambio della guardia. I sondaggi, in quella sfida giocata ancora alla radio e sui giornali oltre che nei classici comizi, davano Dewey vincitore con margine tale da consigliare al candidato repubblicano di non sprecare troppe energie nella fase finale della campagna.
Il governo italiano era quindi sicuro che il suo prossimo, decisivo interlocutore sarebbe stato Dewey. E a quanto pare – almeno queste erano le informazioni delle agenzie federali finite sulla scrivania di Truman – attraverso i canali disponibili Roma invitava i “nostri” elettori americani a convergere sul leader repubblicano. Nella sorpresa generale, Truman vinse. E se la legò al dito.
Quando nel febbraio-marzo dell’anno successivo a Washington si discuteva se ammettere o meno l’Italia nel Patto Atlantico, al vertice dell’amministrazione Truman i pareri erano divisi. Molti inclinavano verso la linea britannica – sostenuta da paesi minori, in testa l’Olanda, nemesi storica della nostra diplomazia – per cui gli infidi italiani sconfitti dovevano essere tenuti fuori della porta. In un laborioso incontro con il segretario di Stato Dean Acheson, che spingeva per l’ingresso italiano nella Nato, Truman mostrò tutto il suo rancore verso il nostro paese, che aveva osato scommettere sul suo avversario. Alla fine, anche per le pressioni francesi – che minacciavano di far saltare il banco se l’Italia non fosse stata accolta subito nella famiglia atlantica (non per i nostri begli occhi, ma quale ponte strategico fra Esagono e suo impero africano) – Truman cedette. Dopo essersi concesso qualche battuta sul solito eccesso di furbizia nostrano, come spesso frustrato.
Non risulta che nelle successive campagne presidenziali statunitensi l’Italia abbia giocato direttamente o indirettamente un ruolo, anche perché con l’adesione alla Nato il nostro rango di semiprotettorato americano al tempo della guerra fredda inibiva iniziative di qualche spessore. Con il tempo, poi, gli italo-americani avevano rinunciato a considerare la patria degli avi un riferimento geopolitico, serbando un vincolo schiettamente sentimentale. E Roma si era – è – dimenticata di loro. Oppure se li ricorda troppo bene per contare su di loro.
Rarissime le eccezioni: quando nella seconda metà degli anni Novanta il nostro rappresentante permanente all’Onu, Francesco Paolo Fulci, condusse una battaglia quasi isolata per impedire che la Germania entrasse nel Consiglio di Sicurezza, fece leva anche sulle organizzazioni italo-americane – lobby d’affari, non strumenti d’influenza italiana, semmai confermanti i più vieti stereotipi sul nostro paese – onde premere sul Congresso e sull’amministrazione americana.
Il caso di Mike Pompeo, già direttore della Cia, oggi segretario di Stato – l’uomo più potente nella burocrazia strategica americana – illustra il genere di rapporto che gli italiani d’America vivono oggi verso il Belpaese. Quando nell’ottobre del 2019 Pompeo ha trovato il tempo di visitare la casa di famiglia a Pacentro, in Abruzzo, si è dichiarato “molto orgoglioso” delle origini italiane. Soffermandosi sulla cucina abruzzese, di cui ha ricordato l’”ottima ricetta di mio padre per le polpette”. Punto e a capo.
Da tre quarti di secolo siamo nella sfera d’influenza americana. Esito fortunoso della catastrofica guerra persa. Per definizione, la nostra capacità di incidere nelle scelte del paese di riferimento strategico è prossima allo zero. Alta, all’opposto, la possibilità americana di influire sul nostro.
C’erano però tempi nei quali l’Italia qualcosa credeva di poter contare nell’elezione del presidente degli Stati Uniti. Almeno nei rari casi in cui a sostegno del nostro paese si mobilitava, anche senza impulso diretto da Roma, parte della corposa comunità italiana d’America. Rilevante nella miscela etnica americana, anche se non esattamente omologa al canone bianco protestante anglosassone. Percepita dalle élite del Nord-Est, fino almeno agli Sessanta del Novecento più che dominanti nelle stanze del potere a stelle e strisce, come grado intermedio fra neri e bianchi di ceppo britannico o germanico. Macchiata dall’attivismo di frange sovversive – anarchici, comunisti, socialisti – culminate nel celeberrimo caso Sacco e Vanzetti, ingiustamente finiti sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927.
Dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, la neonata Repubblica pensò di sfruttare il peso elettorale degli italo-americani per ottenerne vantaggi geopolitici ed economici. Si contavano allora circa 5 milioni di Italian-Americans, provenienti dalle regioni più povere del paese, di cui oltre tre milioni nati americani. Nel voto del 2 novembre 1948 per la Casa Bianca si giocava una partita di speciale rilievo per il nostro paese. Uscita stremata dalla guerra, l’Italia era dipendente dalla benevolenza americana per la protezione strategica e per il sostegno alla ripresa economica.
Il voto italiano del 18 aprile 1948, passato alla storia per la sconfitta del cartello delle sinistre formato da socialisti e comunisti, con parallela affermazione della Democrazia cristiana, al cui fianco si schieravano satelliti centristi di sicura fede atlantica, aveva definitivamente stabilito il Belpaese al di qua della cortina di ferro. Grazie anche al sostegno economico e alla campagna di influenza organizzata dall’intelligence a stelle e strisce in favore di Dc e affini – brillante esempio di covert operation nemmeno troppo coperta – la temuta vittoria dei referenti italiani di Stalin era stata scongiurata.
Nella campagna elettorale statunitense del successivo autunno, il governo italiano non poteva essere indifferente all’esito del voto. De Gasperi si attendeva che Washington puntasse a consolidare questa scelta di campo nella contesa Est-Ovest, ormai non più dissimulata. Per esempio mitigando o aggirando le clausole del devastante Trattato di pace del 1947, con cui l’Italia era stata retrocessa fra i reietti, dopo aver assimilato per qualche decennio l’aria rarefatta della grande potenza. Per questo il governo italiano cercava di guadagnarsi la benevolenza del vincitore.
Certo Roma non era in grado di intervenire direttamente nella partita fra il presidente uscente, il democratico del Missouri Harry Truman, e il suo principale sfidante, Thomas Dewey, governatore repubblicano di New York. In quella singolare tornata elettorale il grande favorito era Dewey. Dopo 16 anni di presidenza democratica, prima con Roosevelt poi con Truman, ci si aspettava il cambio della guardia. I sondaggi, in quella sfida giocata ancora alla radio e sui giornali oltre che nei classici comizi, davano Dewey vincitore con margine tale da consigliare al candidato repubblicano di non sprecare troppe energie nella fase finale della campagna.
Il governo italiano era quindi sicuro che il suo prossimo, decisivo interlocutore sarebbe stato Dewey. E a quanto pare – almeno queste erano le informazioni delle agenzie federali finite sulla scrivania di Truman – attraverso i canali disponibili Roma invitava i “nostri” elettori americani a convergere sul leader repubblicano. Nella sorpresa generale, Truman vinse. E se la legò al dito.
Quando nel febbraio-marzo dell’anno successivo a Washington si discuteva se ammettere o meno l’Italia nel Patto Atlantico, al vertice dell’amministrazione Truman i pareri erano divisi. Molti inclinavano verso la linea britannica – sostenuta da paesi minori, in testa l’Olanda, nemesi storica della nostra diplomazia – per cui gli infidi italiani sconfitti dovevano essere tenuti fuori della porta. In un laborioso incontro con il segretario di Stato Dean Acheson, che spingeva per l’ingresso italiano nella Nato, Truman mostrò tutto il suo rancore verso il nostro paese, che aveva osato scommettere sul suo avversario. Alla fine, anche per le pressioni francesi – che minacciavano di far saltare il banco se l’Italia non fosse stata accolta subito nella famiglia atlantica (non per i nostri begli occhi, ma quale ponte strategico fra Esagono e suo impero africano) – Truman cedette. Dopo essersi concesso qualche battuta sul solito eccesso di furbizia nostrano, come spesso frustrato.
Non risulta che nelle successive campagne presidenziali statunitensi l’Italia abbia giocato direttamente o indirettamente un ruolo, anche perché con l’adesione alla Nato il nostro rango di semiprotettorato americano al tempo della guerra fredda inibiva iniziative di qualche spessore. Con il tempo, poi, gli italo-americani avevano rinunciato a considerare la patria degli avi un riferimento geopolitico, serbando un vincolo schiettamente sentimentale. E Roma si era – è – dimenticata di loro. Oppure se li ricorda troppo bene per contare su di loro.
Rarissime le eccezioni: quando nella seconda metà degli anni Novanta il nostro rappresentante permanente all’Onu, Francesco Paolo Fulci, condusse una battaglia quasi isolata per impedire che la Germania entrasse nel Consiglio di Sicurezza, fece leva anche sulle organizzazioni italo-americane – lobby d’affari, non strumenti d’influenza italiana, semmai confermanti i più vieti stereotipi sul nostro paese – onde premere sul Congresso e sull’amministrazione americana.
Il caso di Mike Pompeo, già direttore della Cia, oggi segretario di Stato – l’uomo più potente nella burocrazia strategica americana – illustra il genere di rapporto che gli italiani d’America vivono oggi verso il Belpaese. Quando nell’ottobre del 2019 Pompeo ha trovato il tempo di visitare la casa di famiglia a Pacentro, in Abruzzo, si è dichiarato “molto orgoglioso” delle origini italiane. Soffermandosi sulla cucina abruzzese, di cui ha ricordato l’”ottima ricetta di mio padre per le polpette”. Punto e a capo.