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Il candidato Ike non si può ammalare

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 17 giugno 1956 su L'Espresso. Eisenhower è stato operato e la sua corsa è in forse: gli elettori americani premierebbero un uomo appena uscito dal letto d’ospedale? Nel partito sperano di sì.
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Anche dopo che il successo dell’intervento chirurgico d’emergenza  nella notte tra l’8 e il 9 giugno, ed il tono ottimistico dei bollettini medici dei giorni seguenti, hanno rassicurato il paese, dichiarando Eisenhower fuori pericolo e in via di guarigione, il problema politico creato dalla seconda malattia del presidente nel giro di otto mesi rimane aperto: la notte dell’8 giugno ha di colpo riportato la situazione elettorale americana nello stato di incertezza dello scorso settembre, riponendo tutti gli interrogativi sorti al momento della cristi cardiaca.

La domanda “Will Ike run?”, “Deciderà Eisenhower di correre” alle elezioni di novembre, che per cinque mesi, da ottobre a febbraio aveva dominato la vita politica americana, paralizzando le decisioni sia del suo partito, che, indirettamente, dei democratici, è tornata in primo piano. Ancora una volta l’episodio ci conferma che la personalità di Eisenh…
Anche dopo che il successo dell’intervento chirurgico d’emergenza  nella notte tra l’8 e il 9 giugno, ed il tono ottimistico dei bollettini medici dei giorni seguenti, hanno rassicurato il paese, dichiarando Eisenhower fuori pericolo e in via di guarigione, il problema politico creato dalla seconda malattia del presidente nel giro di otto mesi rimane aperto: la notte dell’8 giugno ha di colpo riportato la situazione elettorale americana nello stato di incertezza dello scorso settembre, riponendo tutti gli interrogativi sorti al momento della cristi cardiaca.

La domanda “Will Ike run?”, “Deciderà Eisenhower di correre” alle elezioni di novembre, che per cinque mesi, da ottobre a febbraio aveva dominato la vita politica americana, paralizzando le decisioni sia del suo partito, che, indirettamente, dei democratici, è tornata in primo piano. Ancora una volta l’episodio ci conferma che la personalità di Eisenhower è sulla scacchiera elettorale il pezzo centrale dalla cui posizione dipende l’esito della partita; e fino a che tale posizione non viene determinata in modo preciso non è possibile calcolare la configurazione che assumeranno i repubblicani e i democratici nello schieramento per la battaglia di novembre.

La differenza principale fra l’incertezza del settembre scorso e quella di oggi è fornita dal fattore tempo che riduce considerevolmente l’ampiezza del periodo di dubbio che precederà la seconda decisione di Eisenhower. Le convenzioni nazionali dei due partiti sono ormai a due mesi di distanza. Eisenhower dovrà annunciare la sua decisione entro la fine di giugno.

Ma, se a questo interrogativo centrale è difficile oggi dare risposta poiché nella valutazione finale del presidente giocheranno, accanto ai fattori politici, anche elementi psicologici impossibili a determinare adesso, mentre egli giace nel suo letto di ospedale, l’episodio di questa seconda malattia serve a mettere in prospettiva gli aspetti principali con cui si presenta il quadro elettorale del 1956.

Il primo punto importante è chiarire i termini della crisi in cui viene messo il partito repubblicano. I suoi dirigenti non hanno seguito il consiglio che diede loro Eisenhower in un discorso profetico, poco prima dell’attacco cardiaco di settembre: “Non fate l’errore di mettere tutte le vostra uova in un paniere”. Il dramma del GOP (il Grand Old Party, secondo la definizione tradizionale) è che esso non soltanto corre il rischio di vedersi di colpo privo del candidato considerato imbattibile, ma si trova a soli due dalle convenzioni a non avere in riserva un’alternativa a non avere una riserva un’alternativa su cui ripiegare. Questo atteggiamento d’imprudenza, che pare contrastare singolarmente i calcoli metodici ed accorti che caratterizzano i politici negli Stati Uniti ha una spiegazione abbastanza semplice. Ancora adesso, su una base di distinzione di partito, i repubblicani sono in minoranza sui democratici, come si è visto alle ultime elezioni del 1954.

La vittoria alle elezioni presidenziali è quindi basata sulla presentazione di un candidato che sia capace di attrarre a sé un settore di indipendenti e di democratici dissidenti che normalmente non andrebbe ai repubblicani. E questa è la prima funzione che ha avuto Eisenhower.

Ma vi è un secondo aspetto importante. Il candidato repubblicano oltre ad essere, per così dire al di sopra del partito, deve poi funzionare contemporaneamente da elemento di unione tra le due ali divergenti di esso, la vecchia destra taftiana, che include i cripto-isolazionisti del Middle West e gli asiatici e ultranazionalisti della corrente Knowland, con la sinistra illuminata dei repubblicani della costa atlantica. Ed è questa la seconda funzione che Eisenhower ha avuto in questi quattro anni. Ma, a differenza di Roosevelt, egli non è a dare all’unificazione programmata delle correnti diverse del partito una struttura politica, come in definitiva era avvenuto nella prima fase del New Deal. La sua personalità rimane quindi l’elemento essenziale della sintesi. Senza di lui il partito si trova di fronte al dilemma della scelta tra il candidato popolare presso gli indipendenti, ma inviso ad una delle correnti interne del partito, e il candidato che possa tenere insieme la coalizione repubblicana, ma con poca presa sul settore indipendente dell’elettorato.

C’è un’eccezione: il presidente della Corte Suprema, Karl Warren. Ma egli appare riluttante a lasciare la sua alta carica per rituffarsi nel rischio delle elezioni. Questo chiarisce perché lo stato maggiore repubblicano, che è guidato adesso dal triumvirato composto dallo speciale assistente alla Casa Bianca, Sherman Adams, dal ministro della Giustizia, Herbert Brownell, e dal segretario del partito Leonard Hall, abbia deciso di esercitare la massima pressione psicologica sia sul presidente che sull’opinione pubblica per minimizzare le conseguenze della malattia di Eisenhower e tenere intatta la candidatura di questi.

I democratici, che accusano apertamente i loro avversari di essere disposti cinicamente a sacrificare la salute del presidente pur di conquistare per altri quattro anni la Casa Bianca, rievocano adesso un episodio dello scorso marzo che destò allora un interesse solo fuggevole, ma che acquista adesso una maggiore importanza.
Poco dopo l’annuncio che Eisenhower aveva deciso di ripresentarsi candidato, il decano dei corrispondenti della Casa Bianca, Merriman Smith, inviò un’agenzia, United Press, un pezzo sensazionale: egli citava la frase seguente di Eisenhower ad alcuni suoi collaboratori sul problema della sua candidatura: “Ho dovuto dire di sì per forza. I capi del partito mi hanno detto che ormai non vi era più tempo di lanciare un nuovo candidato”.

L’United Press diramò la notizia ai suoi abbonati. Qualche ora dopo però il direttore dell’agenzia inviava agli abbonati sulle telescriventi una correzione: “La notizia va soppressa”. E spiegava la decisione col fatto che non era possibile accertare le circostanze in cui la frase era stata pronunciata, se cioè fosse detta seriamente o ironicamente. La cosa fece rumore negli ambienti giornalistici poiché Merriman Smith è un corrispondente rispettato da tutti per la sua esattezza e competenza. Quando più tardi, durante la conferenza stampa, Eisenhower venne interrogato al riguardo, egli disse di non ricordare quella frase: “Anche se l’avessi pronunciata” aggiunse “essa aveva certo un significato scherzoso poiché nessuno ha esercitato pressione su di me e la decisione di ripresentarmi candidato è stata unicamente mia”. Comunque non c’è più dubbio che i leaders repubblicani intendano premere a fondo su Ike proprio con questo argomento: “Non vi è più tempo di presentare alcun nuovo candidato”.

Ove questo non riuscisse i repubblicani hanno due possibili scelte; o, come dicevamo, la candidatura Warren, che ha una sua certa forza politica, ed è liberale assai vicino alla formula Eisenhower, o la candidatura ad un repubblicano della generazione più giovane che si presenti apertamente come il delfino di Eisenhower, con garanzia esplicita del Presidente uscente ch’egli rappresenta la continuità del suo programma. Tuttavia, nessuna della personalità che aspirano a tale posizione di delfino, Nixon, Stassen, il governatore del Massachusetts Herter, sembra soddisfare alle esigenze contrastanti d’attuare la convenzione sia tra le due ali del partito, sia tra gli indipendenti e il partito.

Per questo, l’opinione prevalente in questa settimana a Washington è che, se la malattia non abbia prodotto in Eisenhower una reazione psicologica estremamente negativa, gli sarà assai difficile respingere l’appello del leader del partito a favore della candidatura.

In campo democratico, l’incertezza tra i repubblicani ha per effetto da un lato ridare molte speranze per il prossimo novembre e dall’altro rafforzare indirettamente la posizione di Adlal Stevenson nella battaglia per la candidatura alla convenzione di Chicago in agosto. Con la vittoria nelle primarie in California, Stevenson praticamente ha eleminato la minaccia di Kefauver. Suo principale rivale appare adesso il governatore di New York, Averell Harriman, che intende contrapporre alla formula di liberismo moderato di Stevenson una posizione radicale di sinistra (ed egli potrebbe allearsi a Kefauver a Chicago, offrendogli la candidatura vice presidenziale).

La decisione di Eisenhower può influenzare in modo decisivo non solo la posizione repubblicana, ma anche quella democratica alla convenzione. Se Eisenhower si ripresenta, è possibile che i democratici del nord accettino un candidato radicale anche a costo di produrre la defezione dei sudisti, ritenendo che senza molte speranze di vincere a novembre sia importante per essi assicurarsi il controllo sui grandi stati industriali con un candidato di sinistra che abbia l’appoggio dei sindacati operai e concentri per esempio attorno al partito il voto negro. Ma se Eisenhower si ritira, i democratici si muoveranno decisamente verso la formula di centro di Stevenson che mantenendo l’unità fra le due ali del partito, la sinistra nordista e i conservatori sudisti, permetterebbero loro la vittoria contro un repubblicano meno popolare di Ike.