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Il futuro dell’America nelle mani dei giudici

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 4 gennaio 2001 su La Repubblica. La Corte è sempre divisa tra conservatori e progressisti ma la divisione non corrisponde a divisioni partitiche. La decisione storica chiude un dilemma insolubile.
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L’elezione del 43° presidente degli stati uniti è stata la più lunga e lenta del secolo. Il che è ironico, visto che viviamo nell’era dell’istantaneo, del “tempo reale”. Quel che fa ancora più ridere, o sorridere, è che questa elezione è stata dalla tecnologia inquinata assai più che dai giudici. Perché tutto nasce, nella fatale notte del 7-8 novembre, dall’ansia di fare presto, di anticipare, di prevedere anzitempo. Senza exit polls, senza computer, e senza la “sofisticazione” statistica di un’età di alta tecnologia, non sarebbe successo che nella stessa notte venissero annunziati due vincitori dati e presi da tutti per certi. E il punto è che lo straordinario accanimento sia di Al Gore come di George W. Bush nei seguenti 35 giorni di guerra dei voti nasce, psicologicamente, da questo infortunio di fretta elettronica. La corsa elettorale è, in America…
L’elezione del 43° presidente degli stati uniti è stata la più lunga e lenta del secolo. Il che è ironico, visto che viviamo nell’era dell’istantaneo, del “tempo reale”. Quel che fa ancora più ridere, o sorridere, è che questa elezione è stata dalla tecnologia inquinata assai più che dai giudici. Perché tutto nasce, nella fatale notte del 7-8 novembre, dall’ansia di fare presto, di anticipare, di prevedere anzitempo. Senza exit polls, senza computer, e senza la “sofisticazione” statistica di un’età di alta tecnologia, non sarebbe successo che nella stessa notte venissero annunziati due vincitori dati e presi da tutti per certi. E il punto è che lo straordinario accanimento sia di Al Gore come di George W. Bush nei seguenti 35 giorni di guerra dei voti nasce, psicologicamente, da questo infortunio di fretta elettronica. La corsa elettorale è, in America, sfibrante. Al momento della verità, e dopo un anno e passa di corsa, chi perde è anche lui lieto che sia finita. Ma in chi si è sentito vincitore e poi viene dichiarato sconfitto, e poi magari no, è inevitabile che la frustrazione e la ribellione divampino. Nelle scarpe di Gore, chicchessia si sarebbe incattivito.

Il secondo colpevole tecnologico della vicenda è la macchina che registra i voti. Senza macchina –e anzi senza macchine diverse e diversamente fallose- lo spoglio delle schede si fa a mano. Il che impone in premessa un controllo davvero imparziale e, in esito, un eventuale riconteggio omogeneo, e cioè rifatto allo stesso modo. Ma se il primo conteggio è meccanico, per il secondo, per la mano, occorrono istruzioni precise e uniformi. Certo, “ogni volta conta”. Ma come contarlo? Questo era e resta il nodo. Un nodo che ha indotto la Suprema corte a bloccare ulteriori conteggi e quindi, implicitamente, lasciare Bush in testa. È stato un “golpe giudiziario”? Così si è detto.

Intanto non è esatto che la Suprema Corte abbia deciso 5 a 4. La Corte si è espressa con due maggioranze diverse sui due maggioranze diverse sui due punti della sua decisione. La maggioranza è stata esilissima, di un solo voto, nella valutazione “prudenziale”, ossia di opportunità; ma è stata di 7 a 2, quindi robusta, nella valutazione giuridica. Che era inoppugnabile; tantovero che i due giudici, dissenzienti non hanno contestato agli altri sette il punto giuridico ma la valutazione prudenziale. In diritto la Corte costituzionale di Washington ha fondato la sua sentenza sulla “equal protection”, sul principio che il riconteggio dei voti fosse eguale e imparziale per tutti. E questa garanzia, questa eguale protezione non c’era. Nelle varie contee della Florida i criteri di riammissione dei voti contestati erano incerti e diversi. Peggio ancora, era consentita la ricostruzione della intenzione di voto: se il nome del presidente non era perforato, l’intenzione poteva essere desunta da come l’elettore aveva votato nelle altre votazioni.

Queste “ineguaglianze” potevano essere rimediate? In tempo utile no. I criteri di eguale protezione non potevano essere stabiliti a livello federale ma a livello statale. Inoltre dovevano essere stabiliti dal legislativo e non dal giudiziario. Pertanto rinviare la patata bollente alla Suprema corte della Florida lasciava la patate come era. Dunque la via di uscita era in realtà senza uscita. Restava solo, allora, da bloccare il riconteggio. Che è quanto la Suprema corte federale ha fatto.
A questo modo la Corte ha forse regalato una vittoria fasulla a Bush. È altresì probabile che se avesse consentito un riconteggio “senza regole” dei voti, il vincitore del voto elettorale della Florida sarebbe stato Gore. Ma in questo caso anche la presidenza Gore sarebbe stata percepita come frutto di una vittoria fasulla. Il dilemma era insolubile.

Una diversa lettura della vicenda è che la Corte Costituzionale di Washington è una corte “partigiana” che ha sentenziato secondo linee di partito. A parte il fatto che questa è a sua volta una valutazione partigiana, è anche una valutazione semplicistica. Per verificarla si dovrebbe ipotizzare che Gore fosse in testa in Florida, e che il ricorrente fosse Bush. In tal caso la Corte avrebbe egualmente invocato il principio di “equal protection” e così insediato, in pratica, Gore? Forse no: ma forse sì.
Perché se è vero che la Corte è sempre divisa tra conservatori e progressisti, non è poi vero che questa divisione corrisponda a una divisione di partito. In realtà la Corte si divide secondo filosofie o concezioni ideali della buona società, come è bene che sia. E sta di fatto che in questa vicenda chi ha più danneggiato Gore è stata la democratica Nikki Clark.

In conclusione, un paragone con l’Italia, Ennio Carretto ha osservato che “la politica italiana può essere inquinata dal “partito dei giudici” ma quella americana lo è dai “giudici di partito””.  Sì, perché la elezione o nomina politica dei giudici viola la separazione dei poteri e promuove la politicizzazione della magistratura. Ma anche no, perché l’Italia è inquinata tanto dal partito dei giudici tanto dai giudici di partito. Anche se i nostri giudici sono di carriera, la loro politicizzazione gareggia con quella dei magistrati americani. Che al confronto non escono male dal pasticcio elettorale che li ha coinvolti. La verità è che in questo pasticcio la legalità ha funzionato, e che la tanto strombazzata crisi costituzionale non c’è stata. Grazie anche a una Corte costituzionale che sente assai più della nostra le urgenze, e che si è assunta la responsabilità di tagliare un nodo di Gordio. Io avrei preferito una presidenza Gore. Ma non mi sento di accusare i giudici di Washington di avermela negata.