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Il generale timido: così Ike può vincere

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 novembre 1952 su La Stampa. “Sembra un pulcino”, dice una signora. Ma quando parla alla folla sulle sorti della patria e agita lo spettro comunista si scioglie, si anima. Allarga le braccia, le alza, tocca il cuore.  
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Un giornalista che si trovava accanto al generale Eisenhower il giorno che questi parlò ai negri di Harlem si accorse che il generale, poco prima di salire sul palco e presentarsi alla folla, si leccò le dita di una mano e si passò le dita così inumidite su un ciuffetto di quei suoi radi capellucci biondi per rimetterli a posto. Questo gesto, scrisse il giornalista, riempì di commozione alcune donne che se ne erano accorte, per quanto non se possa dedurre che il generale sia l’uomo più adatto ad essere il Presidente degli Stati Uniti. Certo non si immagina che il compitissimo Stevenson faccia qualcosa di simile.

Dei personaggi che ho seguito da vicino in questi giorni, con curiosità di cronista e di straniero, Truman Stevenson ed Eisenhower, il più patetico è certamente il generale. Spesso quel suo viso di nonnino, affettuoso e timido, prende una espressione di bambino spaurito “Sembra un pulcino” ho sen…
Un giornalista che si trovava accanto al generale Eisenhower il giorno che questi parlò ai negri di Harlem si accorse che il generale, poco prima di salire sul palco e presentarsi alla folla, si leccò le dita di una mano e si passò le dita così inumidite su un ciuffetto di quei suoi radi capellucci biondi per rimetterli a posto. Questo gesto, scrisse il giornalista, riempì di commozione alcune donne che se ne erano accorte, per quanto non se possa dedurre che il generale sia l’uomo più adatto ad essere il Presidente degli Stati Uniti. Certo non si immagina che il compitissimo Stevenson faccia qualcosa di simile.

Dei personaggi che ho seguito da vicino in questi giorni, con curiosità di cronista e di straniero, Truman Stevenson ed Eisenhower, il più patetico è certamente il generale. Spesso quel suo viso di nonnino, affettuoso e timido, prende una espressione di bambino spaurito “Sembra un pulcino” ho sentito dire da una signora che pure se lo guardava con simpatia. Gli sono stato dietro per tutta la giornata traverso la metropoli, dalla trentottesima strada dove stanno i sarti ed i mercanti di stoffe (regno di Luigi Antonini che ha fatto l’altro giorno alla radio un appello agli italiani in favore di Stevenson) giù giù fino alla punta di Manhattan per il grande comizio notturno all’arena di Madison Square. Ma sono tre giorni che il generale lo fanno correre da un capo all’altro della metropoli, e per la seconda volta, e così ha fatto Stevenson fino a ieri l’altro.

Perché ai candidati la città e lo Stato di Nuova York stanno singolarmente a cuore, questo è uno dei cosiddetti Stati-chiave, ottenervi la maggioranza dei suffragi è come avere il settebello in mano in questa incerta partita che ha per la posta la presidenza. Sapete come si svolgono queste elezioni. Gli elettori non votano per il candidato Stevenson o Eisenhower o per uno degli altri minori (ce ne sono parecchi altri anche se nessuno ne parla, che raccoglieranno le briciole dei voti, il candidato del partito socialista a cui andrà l’uno per cento, quello dei proibizionisti, quello dei nazionalisti cristiani, quello dei vegetariani, ecc) ma votano in ogni singolo Stato per un certo numero di elettori che a loro volta nomineranno il Presidente, numero proporzionato alla grandezza dello Stato.

Così lo Stato del Vermont di questi elettori ne ha tre, cioè concorre con tre voti all’elezione del Presidente, e quattro ne hanno il Montana e l’Idaho, e cinque il Maine e venti il Michigan e trentadue la Pennsylvania e la California, ecc ecc e più di tutti lo Stato di New York che ne ha quarantacinque. Chi vince in questo Stato imborsa un quel gruzzolo di 45 voti, su 531 che sono in tutto per quarantotto Stati. Si noti poi che si vota a maggioranza semplice. Quello dei due avversari che ottenesse in uno Stato qualunque il 49 per cento dei voti di fronte al 50 per cento dell’altro, li perderebbe tutti, non gli servirebbero per essere eventualmente sommati a quelli ottenuti in un altro Stato (è già successo che un aspirante alla carica di Presidente sia stato bocciato pur avendo ottenuto la maggioranza dei voti della Nazione). O quarantacinque voti in un colpo, o nulla. Per questo i candidati, se ad ogni altro Stato o grande città hanno dedicato un giorno o due, a Nuova York hanno speso complessivamente più di una settimana.

Stevenson può essere sicuro di avere la maggioranza dei suffragi nella metropoli con i suoi quasi otto milioni di abitanti, con densissimi gruppi etnici di negri, di ebrei, di italiani, di irlandesi che gli sono in grande misura favorevoli. Ma deve sforzarsi di acquistare i voti degli incerti e dei repubblicani più tiepidi, per controbilanciare i voti della campagna e delle città minori che sono in maggioranza repubblicana. Dall’altro canto il generale anche se ha per sé la maggioranza di quei sette milioni della campagna e delle città minori, se vuol portarsi via il piatto dei quarantacinque elettori deve procurarsi quanti più voti può nella metropoli. (La lotta è, come si dice, asprissima; i tecnici della profezia, gli esperti dei pronostici, se sanno dirvi già ora con certezza che il Kansas (otto elettori) è tutto per Eisenhower, e la Carolina del Nord (quattordici voti) è tutta per Stevenson, e così via, dello Stato di Nuova York non sanno predire nulla, no one can predict outcome here).

La ragione e il sentimento
Sono stato dietro dunque al generale per tutta una giornata, sono stato travolto da folle urlanti, scalmanate, l’ho veduto qua e là sommerso da una valanga di coriandoli e di stelle filanti, acclamato da piazze e da arene traboccanti di gente non meno eccitata di quella che ha accolto Stevenson l’altro giorno. Si capisce che è facile radunare decine di migliaia di appassionati in una città così popolosa, quasi otto milioni di abitanti. Si capisce anche che non tutti quelli che fanno ressa sono votanti sicuri, molti accorrono per curiosità, per il gusto di divertirsi, per il piacere di poter lasciare l’ufficio e la scuola; e come vi ho detto il generale mi è apparso figura commovente e patetica. Stevenson nei comizi fa appello all’intelligenza degli ascoltatori, vuol parlare alla mente; Truman fa appello al buon senso; ma il generale al cuore, al sentimento.

Stevenson dichiara al congresso democratico, il luglio scorso, che non voleva porre la candidatura a Presidente, che non si sentiva adatto all’impresa (e quelle parole un giornale che gli è ostile le ripubblica in ogni numero, in testa al commento politico della giornata, con il titolo: “Opinione di uno che se ne intende”), ma una volta sceso nell’arringa si batte con sicurezza, non manifesta dubbi di sorta. Anche Truman parla con una grossolana sicurezza di sé e della sua causa, il povero generale sembra che non faccia che scusarsi, che difendersi: “Non ho assunto alcun impegno, nessuno ha avuto promesse da me, nessuno mi tiene in sua balia, I am my own man, io rappresento solo me stesso”, ha detto ieri con la faccia imbronciata nell’arena di Madison Square. “Non è vero che io sia anticattolico, antisemita, antinegro”. Gli altri parlano di campagna elettorale, lui di “crociata”.

Anche Stevenson ha dovuto indulgere alle necessità della propaganda ed ha tirato fuori una zia ed una sorella. Ma la moglie del generale, detta mamie, è inseparabile da lui nelle radunate e nei comizi, la chiamano “la nostra mamie”, la vogliono al microfono, cantano un inno creato apposta in suo onore, il Mamie Song. Il pubblico che accorre a vederlo, fatta eccezione dai curiosi e dagli schiamazzatori di professione (e dai plotoni di belle fanciulle che gli fanno da guardia del corpo, con scritte amorose sul petto e sul dorso, bene istruite e irreggimentate dal comitato elettorale repubblicano), quel pubblico mi ricorda quello che da noi partecipava ai comizi dell’ “uomo qualunque”: donne, signore e massaie, in maggioranza, uomini di mezza età, capelli grigi e visi solcati di rughe e l’aspetto sofferente, piccoli borghesi, giovani che hanno l’aria di aver smesso ieri la giubba militare, artieri, vecchiette con le lacrime in tasca. E tutti prontissimi all’applauso ed alla commozione. E si ha l’impressione che non siano tanto intenti agli argomenti dell’oratore quanto alla sua mimica, ora dolorosa, ora incantata, ed improvvisamente distesa e ridente quando ha finito di parlare.
 
I ragazzi alla guerra
Ed allora allarga le braccia alzandole il più che può, moltiplicando il gesto augurale che Churchill faceva al tempo della guerra con solo l’indice e il medio, atteggiamento ormai tipico del general, che la gente si attende ed accoglie urlando. Ma durante la lettura del discorso, quando è interrotto da un applauso, o vuole soltanto mettere una pausa fra un periodo e l’altro, alza gli occhi dal manoscritto e li dirige sulla assemblea senza mutare quella espressione di stanchezza, di tristezza, di fastidio con cui legge: non si toglie nemmeno gli occhiali da presbite, si capisce che traverso quelle lenti fatte per vedere da vicino, la folla gli appaia come una massa grigia e indistinta. Quando pronuncia frasi sulle riforme, sulle tasse, sulla politica estera, sembra proprio che ripeta una lezione, come lo scolaro che legge ad alta voce un testo che gli è poco familiare. Ma si scioglie, si anima quando declama delle sorti del Paese, della necessità di combattere la corruzione, quando agita lo spettro del comunismo e dell’inasprirsi della guerra.

La sua commozione è sincera, il tono diventa paterno, esprime un’onesta indignazione, una calda solidarietà con gli umili, i sofferenti, i semplici, e l’applauso scoppia irresistibile, al solo spettacolo di quel viso accorato; non badano nemmeno alle parole, anche s’egli leggesse una pagina dell’elenco dei telefoni gli batterebbero le mani con lo stesso calore, ha detto un giornalista. E quando annuncia che appena eletto partirà subito per la Corea, andrà a vedere sul posto che cosa si possa fare per far cessare la guerra, e ripete: “Miei buoni amici, farò questo viaggio”, ritrova un tono di capo, di comandante, e allora ci si ricorda che questo vecchio signore infagottato in un cappotto che gli sta largo, che inforca grossi occhiali per leggere, che ha spesso la bocca a cucchiaio del bambino che sta per piangere, è pur sempre per la Nazione, anche per coloro che lo combattono, un soldato, un eroe nazionale, uno che ha dato lustro e gloria alle giovani armi della Confederazione.

Sembrò proprio un colpo da maestro l’impegno di andare in Corea, la prima volta che lo espresse, idea sua che sia stata, o trovata di uno di quei ghost writers, come li chiamano, che gli scrivono i discorsi (espressione intraducibile: ghost vuol dire fantasma, e writer scrittore), e si ebbe subito l’impressione che avesse avuto molta presa sulla gente. E per quanto quella promessa sia stata messa subito in ridicolo dagli avversari (“una pagliacciata”, l’ha definita Truman parlando senza peli sulla lingua), e Stevenson abbia dichiarato che se il generale va in Corea prende l’autobus sbagliato, perché la guerra in Corea si risolve a Mosca , non sulla fronte di battaglia, si saprà solo dopo le elezioni quanto abbia influito sulla coscienza degli elettori, di quelle famiglie che hanno un ragazzo alla guerra o temono di vederlo partire per la guerra da un momento all’altro. (Le perdite della scorsa settimana sono state più alte di quelle delle settimane precedenti, le più alte da un anno a questa parte, 83 morti, 1146 feriti, 49 dispersi; le perdite totali nella campagna fino a oggi salgono a 21.471 morti, 12.868 dispersi, 91.260 feriti).

È opinione corrente che il generale abbia perduto un poco o molto delle simpatie che aveva all’inizio della lotta elettorale – topiche ne ha fatte, e più grosse i suoi collaboratori e sostenitori- ma è sempre imponderabile l’influenza che possano avere su milioni di elettori non iscritti ad alcun partito quegli argomenti ovvi, ma umani, a cui il generale ricorre a preferenza: la guerra, la minaccia del comunismo, la corruzione. Oggi dicono gli osservatori, tutte e due le parti hanno paura di perdere. Se questa osservazione è esatta, essa è favorevole ai democratici, i quali non si sono mai nascosta la difficoltà di combattere contro un eroe, anzi un simbolo nazionale; mentre indicherebbe incertezza e perplessità nel campo repubblicano, anche se i portavoce ufficiale del partito “trasudino ottimismo”, come dice il titolo di un giornale.