Il nuovo mondo che sfida Bush
di ALBERTO RONCHEYQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 13 novembre 1988 suLa Repubblica.
Cambia il mondo, cambiano i nemici e anche gli amici: il blocco sovietico nell’era di Gorbaciov non è più il ferreo antagonista tradizionale. Ma c’è ancora il muro di Berlino.
Per George Bush alla Casa Bianca, otto anni dopo il primo Reagan e quattro dopo il secondo, tutto è diverso. Non inflazione o disoccupazione, ma debito pubblico ingigantito dagli oneri di superpotenza e passivo commerciale. Non corsa agli armamenti, ma smobilitazione controllata dopo i primi accordi con Gorbaciov. E ora cambia il mondo, cambiano i nemici e anche gli amici. Il blocco sovietico nell’era di Gorbaciov non appare più il ferreo e minaccioso antagonista tradizionale, anche se restano sul terreno delle guerre fredde orripilanti relitti come quel monumento all’ostilità che è il muro di Berlino.
E poi gli alleati, europei o giapponesi, oggi sono anche i temibili concorrenti commerciali e i vigili creditori che il nuovo segretario di Stato, James Baker, ha potuto già scrutare come segretario al Tesoro. Dinanzi al travagliato processo politico in corso a Mosca, per merito anche di Reagan, non è più tempo di semplificaz…
E poi gli alleati, europei o giapponesi, oggi sono anche i temibili concorrenti commerciali e i vigili creditori che il nuovo segretario di Stato, James Baker, ha potuto già scrutare come segretario al Tesoro. Dinanzi al travagliato processo politico in corso a Mosca, per merito anche di Reagan, non è più tempo di semplificaz…
Per George Bush alla Casa Bianca, otto anni dopo il primo Reagan e quattro dopo il secondo, tutto è diverso. Non inflazione o disoccupazione, ma debito pubblico ingigantito dagli oneri di superpotenza e passivo commerciale. Non corsa agli armamenti, ma smobilitazione controllata dopo i primi accordi con Gorbaciov. E ora cambia il mondo, cambiano i nemici e anche gli amici. Il blocco sovietico nell’era di Gorbaciov non appare più il ferreo e minaccioso antagonista tradizionale, anche se restano sul terreno delle guerre fredde orripilanti relitti come quel monumento all’ostilità che è il muro di Berlino.
E poi gli alleati, europei o giapponesi, oggi sono anche i temibili concorrenti commerciali e i vigili creditori che il nuovo segretario di Stato, James Baker, ha potuto già scrutare come segretario al Tesoro. Dinanzi al travagliato processo politico in corso a Mosca, per merito anche di Reagan, non è più tempo di semplificazioni spettacolari e azioni d’ urto. Ma la sensazione che l’indirizzo di Gorbaciov, dopo l’ultima guerra fredda, abbia già cambiato i rapporti internazionali richiede un’esauriente verifica. Oltre i negoziati tecnici sul disarmo nucleare o convenzionale, la prova decisiva sarà quella delle spese militari, privilegiato argomento del previsto summit fra Bush e Gorbaciov. Secondo le ultime stime riferite dal New York Times, malgrado tutto, l’effettiva spesa militare dell’Urss assorbe ancora il 13 per cento del prodotto interno lordo, cioè oltre due volte la percentuale degli Stati Uniti. Perché?
Il dispendio è incompatibile con la perestrojka e con il disavanzo del bilancio statale sovietico, 36 miliardi di rubli secondo le cifre ufficiali del ministro Boris Gostev, o 120 miliardi secondo il Plan Econ di Washington. Ma s’intende, la spesa militare degli Stati Uniti è di gran lunga minore solo in rapporto al prodotto interno lordo americano, che supera di due volte o più quello sovietico. E poiché il massimo problema di Bush è il debito pubblico accumulato dai disavanzi di Washington, una convergenza d’interessi e d’intenti è plausibile o anzi prevedibile nell’epoca dei superpower superdeficit. Che cosa potrà offrire Bush per sollecitare la smobilitazione sovietica, senza compromettere nessun equilibrio di forze? Può congelare a circa 4 miliardi di dollari gli stanziamenti per il progetto Sdi, relegando lo scudo spaziale nei laboratori di ricerca.
Può rinunciare ai missili Midgetmen, troppo costosi. Potrà o dovrà imporre severe parsimonie al Pentagono, come prevede James Schlesinger. Ma Gorbaciov dovrà tagliare, molto a fondo, quel 13 per cento del prodotto lordo sovietico ancora concesso ai marescialli. Fra gli altri ostacoli al regolamento della coesistenza, i conflitti locali dal Medio Oriente al Centro America, rimane da chiarire anzitutto il contenzioso sull’ Afghanistan.
Bush dovrà dedicarsi anche a rinsaldare le relazioni con gli alleati, un’operazione meno vistosa ma forse non meno laboriosa, poiché si tratta di modificare il burden-sharing, il riparto degli oneri per la sicurezza comune, coordinare le politiche monetarie, sanare le vertenze commerciali. Pare urgente, fra l’altro, placare le ansie degli europei e dei giapponesi dinanzi all’insorgere del protezionismo negli Stati Uniti.
Quanto sia diffusa ormai la tentazione del nazionalismo economico, dopo l’erosione del primato economico americano, s’è visto durante la campagna elettorale, dal successo di Richard Gephardt nell’Iowa fino a quel discorso di Michael Dukakis contro i padroni stranieri. Ora il partito di Gephardt e Dukakis, perdente nelle presidenziali e inasprito, ha consolidato la sua maggioranza fra senatori e deputati. Non sarà facile per Bush contrastare le tendenze striscianti verso pratiche definite dal Gatt unfair or illegal, anche se il protezionismo esplicito e clamoroso è facilmente confutabile. Dopo tutto, se l’interdipendenza economica può eccitare per assurdo il nazionalismo economico, può anche ammansirlo. Due quinti delle vendite Boeing vanno all’estero, mentre multinazionali come l’Ibm sono dovunque. I prodotti dei farmer americani, oltre metà del frumento e un quarto del mais, vanno sui mercati stranieri.
Almeno il 18 per cento del debito federale in titoli obbligazionari è sottoscritto da stranieri, che dunque giudicano. Senza il contributo della Germania e del Giappone sarebbe arduo trattenere dalle dichiarazioni d’insolvibilità il Terzo Mondo indebitato con le banche nordamericane, Argentina, Brasile, Messico, Filippine. Chi può davvero permettersi di ripudiare il free trade? Gli alleati europei e giapponesi verranno esortati però a spartire più equamente i costi della sicurezza collettiva e a evitare anch’essi le pratiche sleali o illecite negli scambi commerciali, da certe cavillose norme degli eurocrati di Bruxelles alle barriere non tariffarie o invisibili escogitate nei ryotei di Tokyo. Ma un argomento, in particolare, sarà proposto all’attenzione degli alleati. Se gli Stati Uniti non sono più all’apogeo delle loro fortune commerciali, finanziarie, tecnologiche, o se anzi ora devono affrontare una crisi d’identità nelle relazioni internazionali, conservano ancora la maggiore potenza economica. E se tra gli alleati affiora l’ipotesi che a causa di quel relativo declino il governo di Washington possa perdere il titolo di club’s leader, non ci sono candidati alla successione.
E poi gli alleati, europei o giapponesi, oggi sono anche i temibili concorrenti commerciali e i vigili creditori che il nuovo segretario di Stato, James Baker, ha potuto già scrutare come segretario al Tesoro. Dinanzi al travagliato processo politico in corso a Mosca, per merito anche di Reagan, non è più tempo di semplificazioni spettacolari e azioni d’ urto. Ma la sensazione che l’indirizzo di Gorbaciov, dopo l’ultima guerra fredda, abbia già cambiato i rapporti internazionali richiede un’esauriente verifica. Oltre i negoziati tecnici sul disarmo nucleare o convenzionale, la prova decisiva sarà quella delle spese militari, privilegiato argomento del previsto summit fra Bush e Gorbaciov. Secondo le ultime stime riferite dal New York Times, malgrado tutto, l’effettiva spesa militare dell’Urss assorbe ancora il 13 per cento del prodotto interno lordo, cioè oltre due volte la percentuale degli Stati Uniti. Perché?
Il dispendio è incompatibile con la perestrojka e con il disavanzo del bilancio statale sovietico, 36 miliardi di rubli secondo le cifre ufficiali del ministro Boris Gostev, o 120 miliardi secondo il Plan Econ di Washington. Ma s’intende, la spesa militare degli Stati Uniti è di gran lunga minore solo in rapporto al prodotto interno lordo americano, che supera di due volte o più quello sovietico. E poiché il massimo problema di Bush è il debito pubblico accumulato dai disavanzi di Washington, una convergenza d’interessi e d’intenti è plausibile o anzi prevedibile nell’epoca dei superpower superdeficit. Che cosa potrà offrire Bush per sollecitare la smobilitazione sovietica, senza compromettere nessun equilibrio di forze? Può congelare a circa 4 miliardi di dollari gli stanziamenti per il progetto Sdi, relegando lo scudo spaziale nei laboratori di ricerca.
Può rinunciare ai missili Midgetmen, troppo costosi. Potrà o dovrà imporre severe parsimonie al Pentagono, come prevede James Schlesinger. Ma Gorbaciov dovrà tagliare, molto a fondo, quel 13 per cento del prodotto lordo sovietico ancora concesso ai marescialli. Fra gli altri ostacoli al regolamento della coesistenza, i conflitti locali dal Medio Oriente al Centro America, rimane da chiarire anzitutto il contenzioso sull’ Afghanistan.
Bush dovrà dedicarsi anche a rinsaldare le relazioni con gli alleati, un’operazione meno vistosa ma forse non meno laboriosa, poiché si tratta di modificare il burden-sharing, il riparto degli oneri per la sicurezza comune, coordinare le politiche monetarie, sanare le vertenze commerciali. Pare urgente, fra l’altro, placare le ansie degli europei e dei giapponesi dinanzi all’insorgere del protezionismo negli Stati Uniti.
Quanto sia diffusa ormai la tentazione del nazionalismo economico, dopo l’erosione del primato economico americano, s’è visto durante la campagna elettorale, dal successo di Richard Gephardt nell’Iowa fino a quel discorso di Michael Dukakis contro i padroni stranieri. Ora il partito di Gephardt e Dukakis, perdente nelle presidenziali e inasprito, ha consolidato la sua maggioranza fra senatori e deputati. Non sarà facile per Bush contrastare le tendenze striscianti verso pratiche definite dal Gatt unfair or illegal, anche se il protezionismo esplicito e clamoroso è facilmente confutabile. Dopo tutto, se l’interdipendenza economica può eccitare per assurdo il nazionalismo economico, può anche ammansirlo. Due quinti delle vendite Boeing vanno all’estero, mentre multinazionali come l’Ibm sono dovunque. I prodotti dei farmer americani, oltre metà del frumento e un quarto del mais, vanno sui mercati stranieri.
Almeno il 18 per cento del debito federale in titoli obbligazionari è sottoscritto da stranieri, che dunque giudicano. Senza il contributo della Germania e del Giappone sarebbe arduo trattenere dalle dichiarazioni d’insolvibilità il Terzo Mondo indebitato con le banche nordamericane, Argentina, Brasile, Messico, Filippine. Chi può davvero permettersi di ripudiare il free trade? Gli alleati europei e giapponesi verranno esortati però a spartire più equamente i costi della sicurezza collettiva e a evitare anch’essi le pratiche sleali o illecite negli scambi commerciali, da certe cavillose norme degli eurocrati di Bruxelles alle barriere non tariffarie o invisibili escogitate nei ryotei di Tokyo. Ma un argomento, in particolare, sarà proposto all’attenzione degli alleati. Se gli Stati Uniti non sono più all’apogeo delle loro fortune commerciali, finanziarie, tecnologiche, o se anzi ora devono affrontare una crisi d’identità nelle relazioni internazionali, conservano ancora la maggiore potenza economica. E se tra gli alleati affiora l’ipotesi che a causa di quel relativo declino il governo di Washington possa perdere il titolo di club’s leader, non ci sono candidati alla successione.