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Il racconto del potere

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 ottobre 2020 su La Repubblica. Non è facile far rivivere i presidenti nelle pagine o sullo schermo. Ma i grandi l’hanno fatto senza timori.
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Sia nel cinema che nella letteratura il mondo della politica rappresenta un luogo estremo, narrato quasi sempre in chiave negativa: sono poche le storie che raccontano politici nobili ed idealisti, mentre abbondano protagonisti di vicende di corruzione, squallore, mistero e violenza. Esemplare in tal senso Mr. Smith va a Washington, in cui la nobiltà degli ideali del protagonista sfida eroicamente un mondo dominato dal cinismo degli interessi. Si tratta tuttavia di un’evidente eccezione, narrata splendidamente da Frank Capra, immigrato siciliano che crede sino in fondo alla promessa americana e interpreta in tutta la sua opera quello che Gramsci definiva l’ottimismo della volontà. Forse soltanto John Ford è stato in grado di restituire nel cinema un ritratto realistico del mondo politico, e non è un caso che il suo magnifico L’Ultimo Urrà sia stato accolto tiepidamente dal pubblico e dalla critica. Interpretato magistralmente da Spe…
Sia nel cinema che nella letteratura il mondo della politica rappresenta un luogo estremo, narrato quasi sempre in chiave negativa: sono poche le storie che raccontano politici nobili ed idealisti, mentre abbondano protagonisti di vicende di corruzione, squallore, mistero e violenza. Esemplare in tal senso Mr. Smith va a Washington, in cui la nobiltà degli ideali del protagonista sfida eroicamente un mondo dominato dal cinismo degli interessi. Si tratta tuttavia di un’evidente eccezione, narrata splendidamente da Frank Capra, immigrato siciliano che crede sino in fondo alla promessa americana e interpreta in tutta la sua opera quello che Gramsci definiva l’ottimismo della volontà. Forse soltanto John Ford è stato in grado di restituire nel cinema un ritratto realistico del mondo politico, e non è un caso che il suo magnifico L’Ultimo Urrà sia stato accolto tiepidamente dal pubblico e dalla critica. Interpretato magistralmente da Spencer Tracy, il film racconta l’ultima campagna elettorale di un sindaco di una città del New England che soccombe di fronte a uno sfidante inconsistente sul piano politico, ma abile a sfruttare il potere dell’immagine e le nuove tecnologie.

Frank Skeffington, ispirato al sindaco di Boston James Curley, è l’eroe del film, ma ciò che rende memorabile la pellicola è che Ford ne racconta debolezze e ambiguità, affrontando con analogo realismo, e senza paraocchi ideologici, i personaggi chiave della campagna elettorale: i finanzieri, i giornalisti, il clero, i fan e anche un nipote inetto. Si è dimostrato insomma tra i pochi registi, non solo americani, a saper raccontare tutte le gradazioni del grigio della vicenda politica, attraverso un medium che preferisce opere che oscillano tra l’iperrealismo e la mistificazione. Si prenda ad esempio JFK: è efficacissimo e prodigioso sul piano registico, ma con buona pace della foga di Oliver Stone, non esiste alcun supporto concreto alla tesi secondo cui Lyndon Johnson fosse parte del complotto per uccidere Kennedy. Nel film i due presidenti sono quasi invisibili, e l’ambiente della politica nel quale si muovono è opaco, sordido e destinato inesorabilmente alla corruzione. Speculare il caso di Tredici giorni a maggio, di Roger Donaldson, nel quale l’operato dei fratelli Kennedy risulta nobile e impeccabile nel modo in cui riescono a sventare il conflitto atomico con l’Unione Sovietica. Forse troppo nobile e impeccabile: ci è voluto un genio del cinema come Steven Spielberg per raccontare come persino Abram Lincoln si sia servito di mezzi spregiudicati, e anche della corruzione, per ottenere un risultato di straordinaria importanza civile quale l’abolizione della schiavitù.

Soltanto il carisma, il talento e l’immacolato pedigree liberal di Spielberg sono riusciti a far passare un messaggio che altrimenti sarebbe stato considerato pericoloso o reazionario. Da questo punto di vista la storia del cinema ci ripropone l’eterno ritorno dell’identico: è un film di indubbia qualità Tutti gli uomini del re, il film ispirato alla figura del populista Huey Long, ma il regista Robert Rossen sembra più interessato a mostrare i gravi rischi della sua azione politica piuttosto che comprenderne le motivazioni del successo: insomma il giudizio è emesso prima dell’inizio del film. Ed è inappuntabile la messa in scena di Tutti gli uomini del presidente, di Alan J Pakula: in questo caso la ricostruzione dello scandalo Watergate mette in secondo piano il mondo della politica, per celebrare le gesta dei due giornalisti che con i loro reportage costrinsero Nixon alle dimissioni. È interessante notare che Tricky Dick è diventato in seguito il protagonista del film omonimo di Oliver Stone, sorprendente per l’approccio empatico. Mai come in questa occasione il regista ha cercato di comprendere il personaggio raccontato, realizzando un ritratto affascinante, nel quale non ha timore di esaltare gli indubbi successi di politica estera di un presidente che all’epoca era considerato il simbolo di ogni degenerazione politica.

Nella scena più potente del film Stone immagina che Nixon si fermi ad ammirare un quadro di Kennedy e dica “quando il popolo americano guarda te, vede quello che vorrebbe essere, quando guarda me vedo quello che realtà.” Anche in questo caso, il curriculum del regista ha rappresentato la garanzia di un approccio che ha comunque spiazzato chi avrebbe preferito toni estremi e giudizi senza appello, e ancora una volta la scelta realistica e anti-ideologica non è stata apprezzata: il film ha avuto molto meno successo del pirotecnico, manicheo, e decisamente meno interessante JFK. Negli anni novanta un cineasta di classe come Mike Nichols ha adattato per lo schermo I colori della vittoria, basato sul romanzo omonimo di Joe Klein: il tono è agrodolce, ma le implicite accuse a Clinton sono durissime, sia sul piano della spregiudicatezza politica che del rapporto con le donne, sedotte dal protagonista grazie al potere.

Ancora una volta il pedigree liberal ha consentito al regista un affondo che non sarebbe stato possibile altrimenti, come in seguito per La guerra di Mr.Wilson, impostato sulle ambiguità e i compromessi della politica. Un mondo opaco e non troppo diverso da quello delle Idi di Marzo, dove il regista, George Clooney, ancora una volta ha un inappuntabile retroterra mondo liberal: la convinzione con cui sposa l’amara disillusione del film è sottolineata dal fatto che ne è anche sceneggiatore e interprete. Ancora più di Nichols e Clooney, Warren Beatty è un liberal molto attivo nell’impegno politico, e questo rende estremamente interessante Bulworth: il protagonista è un senatore che ha sostituito da troppi anni i valori con gli slogan, e diviene vittima di un attentato quando sceglie di abbandonare un mondo privilegiato e salottiero. La verità senza compromessi non ha alcuna possibilità di esistere, e Beatty affida a un homeless la battuta finale, con la quale si riferisce alla sinistra in cui ha creduto: “abbiamo bisogno del tuo spirito non del tuo fantasma”.

È interessante mettere in parallelo questo film con Il Candidato, il film di Michael Ritchie di 25 anni prima: anche in questo caso si parla del rapporto tra sincerità, manipolazione e immagine, ma il quarto di secolo passato evidenzia come il finale aperto del primo film lasciasse spazio a qualche speranza, mentre quello del secondo è gravido di pessimismo e delusione. L’approccio provocatorio e non realistico di Bulworth è simile a quello utilizzato in letteratura da Robert Coover in The cat in the hat for president, uno dei libri di narrativa più interessanti sul mondo della politica americana. Nei suoi testi Coover sceglie costantemente questo approccio, e tra risultati più interessanti c’è Whatever happened to Gloomy Gus of the Chicago Bears, un racconto distopico nel quale si narra di un Nixon che non è mai entrato in politica ma affronta con la stessa passione e paranoia il sesso e il football. La letteratura statunitense ha prodotto libri memorabili nel campo della saggistica, basterebbe pensare all’opera monumentale su Lyndon Johnson grazie alla quale Robert Caro ha già vinto due premi Pulitzer, o ai numerosi saggi di Norman Mailer, mentre è interessante notare quanto siano pochi i libri di finzione. È invecchiato male The Best Man di Gore Vidal, dal quale è stato tratto L’ amaro sapore del potere, e ha scarsissimo valore artistico An evening with Richard Nixon.

Probabilmente il testo che invece rimarrà nella storia della letteratura sarà Lyndon, il breve racconto di David Foster Wallace su un immaginario assistente del presidente Johnson. L’impressione è che i romanzieri preferiscano affrontare la politica nel passato o in maniera distopica come ha fatto Philip Roth nel Complotto contro l’America, nel quale l’antisemita e filonazista Charles Lindbergh diviene presidente. Ed è distopico anche il mondo immaginato da Stephen King nella Zona Morta, adattato molto bene sullo schermo da David Cronenberg: solo i poteri paranormali riusciranno a sventare il rischio di un pericoloso candidato alla presidenza. La realtà sembra apparire opaca e poco stimolante per chi venera l’uso della parola, mentre eccitante per chi utilizza il linguaggio delle immagini: in Taxi Driver il protagonista Travis Bickle si innamora dell’assistente di un senatore in piena campagna elettorale: il politico è ancora una volta una presenza lontana, quasi un’assenza, ma l’atteggiamento gelido della sua assistente svela quanto sia distante dalle esigenze della gente comune. Forse nessun film ha raccontato l’assoggettamento agli interessi personali, e il rapporto impuro con il mondo dei media, quanto Quarto Potere. Orson Welles ha un approccio pessimista come John Ford, ma se quest’ultimo lascia ancora spazio a quell’ottimismo della volontà di cui è campione Frank Capra, Welles non riesce neanche a considerarla. Nell’universo in cui vive Charles Foster Kane, sembra non ci sia alcuno spazio per ideali nobili: Welles racconta un mondo dominato da opportunismo, cinismo e corruzione, partendo e terminando con il pessimismo della ragione.