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Il secondo impero di Ronald Reagan

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 26 agosto 1984 su La Repubblica. Ronald Reagan sarà pur stato il prodotto creato e imposto dalle catene televisive, ma se riescono a imporsi, è segno che corrispondono ai bisogni e alle aspirazioni della gente.
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Salvo imprevisti, Reagan vincerà e l’Impero d’Occidente lo avrà alla sua guida per altri quattro anni. Nelle nostre “province”, più o meno autonome, continuerà ad arrivare l’onda lunga di quel neo-liberalismo che l’ha portato alla Casa Bianca nel 1980 e che ha già profondamente influenzato i comportamenti politici e sociali dei vari popoli dell’Alleanza, sulle sponde dell’Atlantico e su quelle del Pacifico. Quando l’ex attore hollywoodiano, l’ex cow-boy di tanti western si insediò nella reggia di Washington, la sinistra europea ebbe una duplice e simultanea reazione.

Lo giudicò poco più che un fenomeno da baraccone, creato e imposto dalle grandi catene televisive americane; contemporaneamente fece il viso delle armi contro il soprassalto conservatore, bellicista, riarmista, liberista, maschilista, del quale Ronald Reagan si proponeva come lo iattante interprete. Ho dett…
Salvo imprevisti, Reagan vincerà e l’Impero d’Occidente lo avrà alla sua guida per altri quattro anni. Nelle nostre “province”, più o meno autonome, continuerà ad arrivare l’onda lunga di quel neo-liberalismo che l’ha portato alla Casa Bianca nel 1980 e che ha già profondamente influenzato i comportamenti politici e sociali dei vari popoli dell’Alleanza, sulle sponde dell’Atlantico e su quelle del Pacifico. Quando l’ex attore hollywoodiano, l’ex cow-boy di tanti western si insediò nella reggia di Washington, la sinistra europea ebbe una duplice e simultanea reazione.

Lo giudicò poco più che un fenomeno da baraccone, creato e imposto dalle grandi catene televisive americane; contemporaneamente fece il viso delle armi contro il soprassalto conservatore, bellicista, riarmista, liberista, maschilista, del quale Ronald Reagan si proponeva come lo iattante interprete. Ho detto la sinistra europea, ma più correttamente avrei dovuto dire l’opinione pubblica europea nella sua larga maggioranza. Nonostante tutto, la classe dirigente e l’intellettualità di questa parte dell’Impero mantengono le loro diffidenze e la sufficienza verso la nuova Metropoli, tanto più quando la Metropoli si affida e si richiama più ai propri valori autoctoni che alle sue discendenze dal nostro vecchio continente.
Perciò a questa parte dell’Impero non era piaciuto il metodista Carter, venditore di noccioline; non era piaciuto Nixon, avvocato californiano di dubbie cause; tanto meno poteva piacere Ronald Reagan, pistolero nei “movies” degli anni Cinquanta e demagogo della libertà dei forti d’imporsi ai più deboli nella lotta per il successo. In fondo, questa parte dell’Impero aveva accettato i Kennedy più per il retaggio bostoniano che la famiglia recava con sé che per convinta adesione all’ideale della “nuova frontiera”.

Il vero candidato di questa parte dell’Impero - a guardar bene - negli ultimi trent’anni è stato uno solo: il democratico Adlai Stevenson, due volte sconfitto e non a caso. E non perché democratico, ma perché Stevenson sembrava, e forse era, più europeo che americano, più uomo di princìpi che di ideali, più portatore di sofferti dubbi che di luminose certezze. Per questo Reagan non è piaciuto all’Europa, e in particolare - ovviamente - alla sinistra. Ma dopo quattro anni dal suo primo mandato imperiale, sia l’Europa che la sinistra si ritrovano profondamente cambiate. Sarebbe schematico affermare che siano cambiate in senso reaganiano, ma certo qualche cosa di molto importante è accaduto nel tessuto dei comportamenti sociali e politici, nelle dottrine economiche, nelle pratiche degli uomini d’affari, nei rapporti internazionali e nella guida degli Stati dell’Alleanza.

Ronald Reagan sarà pur stato il prodotto creato e imposto dalle catene televisive, ma quelle catene televisive non si muovono a caso e non scelgono a caso: se riescono a imporre il loro prodotto, è segno che esso corrisponde ai bisogni e alle aspirazioni della gente. In caso contrario l’operazione fallisce miseramente. Adesso, con ogni probabilità, l’ex cow-boy sta per esser riconfermato presidente degli Stati Uniti. E, quindi, è venuto il momento di capire dove andrà l’Impero e dove andrà l’Alleanza sotto la sua guida e, per quello che più direttamente ci interessa, quale sarà il nostro ruolo e il nostro spazio di grande provincia europea. Si dice che il “post-industriale” è già cominciato. Ed è vero. E’ cominciato nelle aspettative della gente, anche se i modi di produrre e di distribuire il reddito sono ancora in larga misura quelli tradizionali.

Il “post-industriale” scompone e scioglie le classi, la loro antica compattezza, il loro radicamento nei valori e negli interessi di gruppo omogeneo. Il “post-industriale” crea la nuova classe media, che è un polverio di comportamenti, un immenso formicaio in continuo movimento, un’omogeneità nuova che scavalca le frontiere di categoria, di nazione, di etnia, perfino di lingua. Il “post-industriale” è necessariamente multinazionale e crea abitudini trasversali. La “Coca Cola” è post-industriale, il “surf” è post-industriale, l’Ibm è post-industriale. E Ronald Reagan - diciamolo - è post-industriale. Nella corsa al primato mondiale, gli Stati Uniti hanno vinto largamente perché sono arrivati al “post-industriale”, mentre l’Urss arranca ancora dietro all’acciaio, alle ferrovie, all’agricoltura estensiva, al cemento armato, all’elettronica militare. Il “post-industriale” non sopporta il vincolismo. E’ impossibile infatti vincolare comportamenti multiformi e perennemente mutevoli.

E’ impossibile vincolare la mobilità del lavoro, la mobilità del tempo libero, la mobilità delle famiglie, la mobilità del risparmio e dei capitali. A guardar bene, la solida piattaforma del reaganismo, assai più che i precetti economici largamente smentiti dai fatti, è stata e continua a essere la “deregulation”, cioè lo smantellamento delle bardature amministrative, che pretendono di tutto prevedere e di tutto prescrivere. L’inflazione americana, a dispetto dello spaventoso deficit del bilancio federale, è stata dominata dai tassi di interesse della Riserva federale, dall’aumento della produzione e delle importazioni di merci e dall’estrema elasticità del sistema di mercato.

La “deregulation” si può fare in due modi. Il primo è il modo selvaggio: abbattere i vincoli e affidarsi alla legge del più forte. Il secondo è il modo serio: abbattere i vincoli e affidarsi al mercato e alle regole del gioco che consentono al mercato di funzionare correttamente. Perciò non è vero che la “deregulation”, se è fatta in modo serio, equivale a restringere in una sfera minimale l’intervento dell’autorità pubblica. La “deregulation” seria cambia la qualità dell’intervento pubblico: invece di precettare i comportamenti, esso deve imporre le regole del gioco; invece di scendere in campo e giocare la sua partita insieme agli altri giocatori, l’autorità pubblica deve assumere il ruolo di arbitro, registrare i tempi, punire i falli, omologare i risultati. E deve - ovviamente - preoccuparsi di garantire a tutti il diritto, non formale ma sostanziale, di accedere al terreno di gioco, cioè al mercato e alle occasioni che esso consente.

E deve - infine e soprattutto - sovvenire i deboli, inserire gli esclusi, impedire la nascita dei ghetti economici, sociali, culturali. La “deregulation” seria, dunque, non è - come qualcuno superficialmente crede - lo smantellamento dello Stato, ma la sua rifondazione, un compito immane che sta dinanzi alle nuove generazioni in questa parte dell’Impero dove lo Stato è ancora quello colbertiano e la pubblica amministrazione è ancora quella napoleonica.

Le province europee dell’Impero sono terribilmente indietro nell’ avvio di questo processo. In particolare sono indietro le province latine. In particolare è indietro la piccola provincia italiana. E la sinistra europea è terribilmente indietro. La sinistra europea è impaurita dalle novità, è sospettosa del mercato (che ha accettato a parole ma contraddice nei fatti), vede ancora nel vecchio Stato il rimedio a tutti i mali, il soccorritore di tutte le sconfitte. La sinistra europea arriva agli appuntamenti quando essi sono già largamente superati, quando il terreno di gara s’è spostato più avanti. La sinistra europea è troppo poco liberale e spesso non è liberale affatto. Eppure, quale grandioso compito essa avrebbe se capisse... Se prendesse la guida, nelle nostre province, della rifondazione dello Stato, se fosse lei a imporre e a gestire le nuove regole del gioco, se desse concreta mano a smantellare il vincolismo, se indicasse i rami secchi della pubblica amministrazione da tagliare, se si facesse alfiere della mobilità e protagonista degli interventi conformi al funzionamento del mercato.

Il secondo mandato imperiale di Ronald Reagan metterà d’ altronde tutti quanti di fronte a un dilemma: regredire sempre più verso i confini dell’Impero o raccorciare le distanze con il centro. E se la risposta fosse la seconda, come dobbiamo augurarci, nascerà subito il secondo dilemma: la nuova società sarà costruita e gestita con una forte intonazione conservatrice o con una forte intonazione progressista, la “deregulation” sarà selvaggia o saggia e consapevole, i valori saranno solidaristici o anarchici, gli sconfitti saranno abbandonati o sorretti, vinceranno i più forti o i più furbi. La sfida è affascinante. Purché si capisca di quale sfida si tratta. Altrimenti, mai come adesso volano le farfalle sotto l’arco di Tito...