Jimmy Carter scende in pista
di CORRADO AUGIASQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 8 settembre 1976 su La Repubblica.
La campagna presidenziale è soprattutto un massacro: rapidi balzi di centinaia di chilometri, ore di aereo. Il candidato va dove le folle si radunano per loro conto.
Al circuito di Darlington nella Carolina del Sud Jimmy Carter ha dato il via alla “Southern 500”, una famosa corsa di auto truccate che si svolge davanti a 50-60 mila persone. Il pubblico più popolare che si possa trovare in America. È una di quelle gare che durano ore in un fragore d’inferno, sotto un sole da epidemia, con i piloti vestiti come astronauti che sorridono a tutti denti dall’interno delle loro vetture molto colorate.
La presenza di Carter è stata frettolosa, non si è arrivati neanche alla vaghezza delle promesse. A Darlington Carter ha detto solo alcune parole di circostanza e ha fatto un giro di pista seduto sul cofano di un’auto scoperta salutando con la mano come una reginetta di bellezza. L’ambiguità politica era rafforzata dal fatto che, cinque macchine dopo, nel corteo, lo stesso giro lo compiva anche Robert Dole, vice candidato repubblicano.
Il tutto è durato meno di mezz’ora e C…
La presenza di Carter è stata frettolosa, non si è arrivati neanche alla vaghezza delle promesse. A Darlington Carter ha detto solo alcune parole di circostanza e ha fatto un giro di pista seduto sul cofano di un’auto scoperta salutando con la mano come una reginetta di bellezza. L’ambiguità politica era rafforzata dal fatto che, cinque macchine dopo, nel corteo, lo stesso giro lo compiva anche Robert Dole, vice candidato repubblicano.
Il tutto è durato meno di mezz’ora e C…
Al circuito di Darlington nella Carolina del Sud Jimmy Carter ha dato il via alla “Southern 500”, una famosa corsa di auto truccate che si svolge davanti a 50-60 mila persone. Il pubblico più popolare che si possa trovare in America. È una di quelle gare che durano ore in un fragore d’inferno, sotto un sole da epidemia, con i piloti vestiti come astronauti che sorridono a tutti denti dall’interno delle loro vetture molto colorate.
La presenza di Carter è stata frettolosa, non si è arrivati neanche alla vaghezza delle promesse. A Darlington Carter ha detto solo alcune parole di circostanza e ha fatto un giro di pista seduto sul cofano di un’auto scoperta salutando con la mano come una reginetta di bellezza. L’ambiguità politica era rafforzata dal fatto che, cinque macchine dopo, nel corteo, lo stesso giro lo compiva anche Robert Dole, vice candidato repubblicano.
Il tutto è durato meno di mezz’ora e Carter era di nuovo all’aeroporto circondato da almeno 15 agenti del servizio segreto (mano al calcio della pistola appena dissimulata sotto la giacca) e seguito da novasta giornalisti e quattro troupes televisive. Il contenuto ideologico della campagna si diluisce così e quasi scompare in quella che gli americani chiamano la “pageantry” della loro vita politica: un misto di fiera e di kermesse con le bande musicali, le majorettes, i palloncini bianchi rossi e blu.
Il candidato e il suo seguito hanno affittato due aerei per tutta la durata della campagna. A quello sul quale viaggiano Carter, lo stato maggiore, gli agenti segreti e spesso la sua famiglia hanno scherzosamente scritto sulla prua “peanut one” rifacendo il verso a qull’ “Usaf one” che è l’aereo del presidente.
L’aria da circo non impedisce che ognuno interpreti il suo ruolo al massimo delle possibilità. Anzi ognuno si comporta come se fosse il protagonista. Gli agenti segreti sono implacabili. Si può essere perquisiti anche tre volte nel corso della stessa giornata. Di tanto in tanto sussurrano i loro messaggi dentro minuscole radio. I fotografi viaggiano aggrappati ai predellini e agli sportelli delle auto come i pompieri.
Di questa giostra che va avanti per dieci, dodici ore al giorno i telegiornali della sera daranno un concentrato di si e no due minuti. E sono loro ad avere ragione perché di tutto ciò che un candidato fa e dice nel corso di una giornata, non più di due o tre minuti valgono la fatica di un reportage e l’attenzione di un ascolto.
Le campagne presidenziali si sono sempre fatte così in questo paese. La sola differenza con il passato è nel progressivo infittirsi delle misure di sicurezza dopo il duplice assassinio dei fratelli Kennedy. Nel 1968 si poteva ancora camminare accanto al candidato, rivolgergli la parola nei rari momenti di pausa. Oggi gli agenti del servizio di sicurezza erigono un muro invalicabile di spalle e gomiti usati con grande durezza, preferibilmente al fegato.
Eppure è proprio questo eccitante apparato che sembra funzionare meglio per convincere gli elettori americani ad occuparsi per qualche settimana di una cosa come la politica che intimamente ripugna loro perché difficile, sfuggente, ambigua. Anche l’aderenza alla prassi, al quotidiano e la mancanza quasi totale di riferimenti ideali o ideologici nei veri e propri discorsi programmatici, tengono contro del medesimo stato d’animo. Un oratore come Aldo Moro negli Stati Uniti non verrebbe eletto neppure giudice di contea.
Jimmy Carter naturalmente conosce meglio di ogni altro questo meccanicismo e questa atmosfera.
A ogni gruppo offre un minuscolo specchio per riflettervi la sua interpretazione di un frammento della realtà americana. Negli Stati del sud parla ai problemi agricoli. Stamani al Brooklyn College di New York ha illustrato i problemi urbani e quelli delle famiglie che vivono nelle grandi città. In cammino per Brooklyn si è anche fermato a parlare con la gente ad una stazione del metro come improvvisando, ma in realtà anche questo era programmato.
La propaganda politica oscilla tra due estremi e non solo la sua: o si parla di cose minime o si decolla verso una retorica del tutto fuori controllo. “Se sarò eletto voglio farvi di nuovo orgogliosi di essere americani” ha detto ieri Carter a Norfolk. E stamani: “Non dovete avere paura del futuro” (se avesse detto “paura del buio” nessuno si sarebbe meravigliato, credo).
La presenza di Carter è stata frettolosa, non si è arrivati neanche alla vaghezza delle promesse. A Darlington Carter ha detto solo alcune parole di circostanza e ha fatto un giro di pista seduto sul cofano di un’auto scoperta salutando con la mano come una reginetta di bellezza. L’ambiguità politica era rafforzata dal fatto che, cinque macchine dopo, nel corteo, lo stesso giro lo compiva anche Robert Dole, vice candidato repubblicano.
Il tutto è durato meno di mezz’ora e Carter era di nuovo all’aeroporto circondato da almeno 15 agenti del servizio segreto (mano al calcio della pistola appena dissimulata sotto la giacca) e seguito da novasta giornalisti e quattro troupes televisive. Il contenuto ideologico della campagna si diluisce così e quasi scompare in quella che gli americani chiamano la “pageantry” della loro vita politica: un misto di fiera e di kermesse con le bande musicali, le majorettes, i palloncini bianchi rossi e blu.
Il candidato e il suo seguito hanno affittato due aerei per tutta la durata della campagna. A quello sul quale viaggiano Carter, lo stato maggiore, gli agenti segreti e spesso la sua famiglia hanno scherzosamente scritto sulla prua “peanut one” rifacendo il verso a qull’ “Usaf one” che è l’aereo del presidente.
L’aria da circo non impedisce che ognuno interpreti il suo ruolo al massimo delle possibilità. Anzi ognuno si comporta come se fosse il protagonista. Gli agenti segreti sono implacabili. Si può essere perquisiti anche tre volte nel corso della stessa giornata. Di tanto in tanto sussurrano i loro messaggi dentro minuscole radio. I fotografi viaggiano aggrappati ai predellini e agli sportelli delle auto come i pompieri.
Di questa giostra che va avanti per dieci, dodici ore al giorno i telegiornali della sera daranno un concentrato di si e no due minuti. E sono loro ad avere ragione perché di tutto ciò che un candidato fa e dice nel corso di una giornata, non più di due o tre minuti valgono la fatica di un reportage e l’attenzione di un ascolto.
Le campagne presidenziali si sono sempre fatte così in questo paese. La sola differenza con il passato è nel progressivo infittirsi delle misure di sicurezza dopo il duplice assassinio dei fratelli Kennedy. Nel 1968 si poteva ancora camminare accanto al candidato, rivolgergli la parola nei rari momenti di pausa. Oggi gli agenti del servizio di sicurezza erigono un muro invalicabile di spalle e gomiti usati con grande durezza, preferibilmente al fegato.
Eppure è proprio questo eccitante apparato che sembra funzionare meglio per convincere gli elettori americani ad occuparsi per qualche settimana di una cosa come la politica che intimamente ripugna loro perché difficile, sfuggente, ambigua. Anche l’aderenza alla prassi, al quotidiano e la mancanza quasi totale di riferimenti ideali o ideologici nei veri e propri discorsi programmatici, tengono contro del medesimo stato d’animo. Un oratore come Aldo Moro negli Stati Uniti non verrebbe eletto neppure giudice di contea.
Jimmy Carter naturalmente conosce meglio di ogni altro questo meccanicismo e questa atmosfera.
A ogni gruppo offre un minuscolo specchio per riflettervi la sua interpretazione di un frammento della realtà americana. Negli Stati del sud parla ai problemi agricoli. Stamani al Brooklyn College di New York ha illustrato i problemi urbani e quelli delle famiglie che vivono nelle grandi città. In cammino per Brooklyn si è anche fermato a parlare con la gente ad una stazione del metro come improvvisando, ma in realtà anche questo era programmato.
La propaganda politica oscilla tra due estremi e non solo la sua: o si parla di cose minime o si decolla verso una retorica del tutto fuori controllo. “Se sarò eletto voglio farvi di nuovo orgogliosi di essere americani” ha detto ieri Carter a Norfolk. E stamani: “Non dovete avere paura del futuro” (se avesse detto “paura del buio” nessuno si sarebbe meravigliato, credo).