L’America è stanca delle contestazioni
di ALBERTO RONCHEYQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 26 settembre 1968 su La Stampa.
Nixon è favorito perché è il simbolo dell’uomo d’ordine dopo le grandi promesse non mantenute da Johnson e l’era delle rivolte. Parla sempre più di “law and order”.
Gli elettori americani sceglieranno, il prossimo 5 novembre, il nuovo Presidente. L’uomo che succederà a Johnson nella Casa Bianca assumerà, con la guida della sua Nazione, anche una grande responsabilità indiretta verso gli altri Paesi. Per questa ragione quello che avviene negli Stati Uniti interessa tutto il mondo. Richard Nixon, che già fu il vice di Eisenhower negli anni 1952-’60, sembra oggi avere le maggiori probabilità di vittoria. Il nostro Alberto Ronchey traccia in questo articolo un ritratto del candidato repubblicano.
In America, ma non soltanto in America, il 68 sarà ricordato come l’anno incoerente della doppia verità. Prima l’agitazione rivoluzionaria e il dissenso generalizzato, poi la conservazione e la restaurazione dell’autorità. Prima i moti del Potere studentesco, l’esplosione della nuova sinistra anarchica e l’ascesa del moralista Eugene McCarthy, ma poi una campag…
In America, ma non soltanto in America, il 68 sarà ricordato come l’anno incoerente della doppia verità. Prima l’agitazione rivoluzionaria e il dissenso generalizzato, poi la conservazione e la restaurazione dell’autorità. Prima i moti del Potere studentesco, l’esplosione della nuova sinistra anarchica e l’ascesa del moralista Eugene McCarthy, ma poi una campag…
Gli elettori americani sceglieranno, il prossimo 5 novembre, il nuovo Presidente. L’uomo che succederà a Johnson nella Casa Bianca assumerà, con la guida della sua Nazione, anche una grande responsabilità indiretta verso gli altri Paesi. Per questa ragione quello che avviene negli Stati Uniti interessa tutto il mondo. Richard Nixon, che già fu il vice di Eisenhower negli anni 1952-’60, sembra oggi avere le maggiori probabilità di vittoria. Il nostro Alberto Ronchey traccia in questo articolo un ritratto del candidato repubblicano.
In America, ma non soltanto in America, il 68 sarà ricordato come l’anno incoerente della doppia verità. Prima l’agitazione rivoluzionaria e il dissenso generalizzato, poi la conservazione e la restaurazione dell’autorità. Prima i moti del Potere studentesco, l’esplosione della nuova sinistra anarchica e l’ascesa del moralista Eugene McCarthy, ma poi una campagna presidenziale fra Richard Nixon, convenzionale maschera politica degli anni ’50 indurita dal tempo, e il moderato sentimentale Hubert Horatio Humphrey, tallonati dal demagogo segregazionista del Sud George Wallace.
Il riflusso conservatore, senza l’eguale da decenni, non è soltanto un fatto dell’America. Prima le barricate della Sorbona e la “rivoluzione di maggio”, poi la vittoria plebiscitaria di De Gaulle. Prima il neo-spartakismo di Rudy Dutscke, poi la dura legge tedesca “ordine deve essere”. Prima le dispute “permissive” nella stessa Chiesa cattolica, poi l’enciclica Humanae vitae come simbolo della proibizione. Prima l’euforica primavera praghese, e poi la repressione con cinque eserciti.
Eventi diversi, bene inteso, che non si giudicano sullo stesso piano: ma contengono alcune esperienze comuni. S’era perso il senso delle cose effettive fra le suggestioni dell’estremo intellettualismo e le illusioni dell’ultima generazione. All’inizio del ’68, persino la tolleranza appariva “repressiva” secondo la filosofia di lusso Herbert Marcuse; la fine del’68 insegna la semplice lezione che L’intolleranza è più “repressiva”. Chi va troppo a sinistra si ritrova a destra.
In quest’anno tempestato, L’America aveva alcune scelte possibili oltre a Nixon e Humphrey. Anche dopo la morte di Robert Kennedy, che sconvolse, a giugno, i dati della campagna presidenziale, Eugene McCarthy avrebbe potuto competere con Humphrey o imporre un candidato intermedio se i moti studenteschi non avessero suscitato un contraccolpo e se egli stesso fosse stato più realistico, mentre Rockefeller avrebbe potuto fronteggiare Nixon. Ma le “macchine politiche” hanno potuto imporre facilmente i loro uomini, l’establishment s’è difeso, ha prevalso la stanchezza verso le suggestioni del nuovo (università, dottrine provocanti, pacifisti violenti, ideologie rivoluzionarie negre, profeti sociali religiosi) sacrificando anche la innovazione moderata.
Le Convenzioni di Miami e Chicago sono tornate al calcolo politico elementare. Come ha spiegato Walter Lippmann, “i professionisti politici di ambedue i partiti hanno adottato l’assunto, statisticamente corretto, che i protagonisti attivi del dissenso-i giovani, gli intellettuali, i negri – non raggiungono un quarto degli elettori registrati: le elezioni saranno decise da una maggioranza non dissidente, dai non – giovani, non – poveri, non –negri”. Ha avuto inizio un ciclo conservatore, che a sua volta un giorno si spezzerà secondo la cadenza dei “ritmi” d’opinione e di stato d’opinione e di stato d’animo. La semplice aritmetica elettorale non risolverà molto: senza i giovani, gli intellettuali, i negri, gli irrequieti, senza gli omini che chiedono più della quiete e del benessere, ogni maggioranza è solo una coalizione accidentale d’interessi compositi e di umori contingenti. Anche il ciclo conservatore deluderà, ma intanto esso è la condizione della campagna presidenziale.
Al centro della corrente conservatrice, favorito dallo stato d’animo prevalente, almeno finora, è il candidato repubblicano Nixon: l’uomo più square, il più tetragono e convenzionale della scena politica americana. Voi vedete un viso accigliato e persino cupo, che tuttavia sorride con gli occhi piccoli e la dentatura curata e le mascelle da grosso boss autoritario e cordiale; i suoi abiti sono di taglio executive medio-borghese, i movimenti delle braccia- esageratamente levate in alto per salutare le folle – e l’andatura oscillante sono da puro e massiccio yankee.
Quello è Richard Nixon. E’ Mister Republican giunto a 55 anni. È pressoché un Breznev delle grandi pianure protestanti americane.
I suoi discorsi tendono alle formule ovvie e non controverse, pronunciate con vigore; sa d’essere favorito da risentimenti che non tollerano il vaglio delle discussioni analitiche. Non mostra il segno di alcun dubbio intellettuale, appare energico e deciso a fare qualche cosa di molto necessario, non si sa che cosa. Non dirà certo come si possa ottenere presto la pace nel Vietnam (una pace “onorevole”), come affrontare la crisi dei centri urbani o come controllare l’inflazione, la criminalità nelle strade e i conflitti razziali, i moti studenteschi, la disoccupazione “tecnologica”.
È il simbolo dell’uomo d’ordine, dopo le grandi promesse non mantenute da Johnson e dopo l’era delle rivolte. Egli parla sempre più spesso di law and order, “legge e ordine”, di nuove leggi contro le droghe, di finanza severa, di morale austera contro le droghe, di finanza severa, di morale austera contro l’indulgenza sprecata con le nuove generazioni (la sentimental permissiveness che deve finalmente cessare). L’aura isolazionistica tradizionale, che circonda il suo partito, è rassicurante per chi ricorda che sono stati sempre i democratici ad assumere impegni eccessivi oltremare (Roosevelt, Truman, Johnson). E Nixon fa propria la dottrina degli “impegni selettivi”: stabilire quali regioni del mondo gli Stati Uniti vogliono tutelare ad ogni costo, punto e basta. L’idea piace, più difficile sarebbe passare dall’idea alla casistica concreta e all’applicazione d’un simile codice.
L’eloquenza di Nixon riflette le quotidiane indignazioni dei suburbi residenziali: “...Se prestiamo attenzione all’America, noi vediamo città avvolte nel fumo e nelle fiamme. Noi sentiamo sirene nella notte. Noi vediamo americani che muoiono in lontani campi di battaglia…Noi abbiamo avuto troppe grandi promesse e poca azione… E io vi dico stasera che quando il rispetto per gli Stati Uniti cade così in basso che la Corea del Nord può sequestrare un vascello americano in alto mare…”.
Contro i torbidi esterni e interni, Richard Nixon viene illustrato come Fearless Fosdick, il poliziotto duro che mette a posto ogni cosa nei comics a colori dei giornali domenicali.
Egli assicura che non imiterà l’olimpica passività del presidente Eisenhower: “I giorni della Presidenza passiva appartengono a un’epoca più facile…”. Ma è difficile anzitutto capire come tale impegno si concili con l’ideologia dei conservatori repubblicani: “Meno governo nel business, più business nel governo”. Egli assicura che non imiterà l’opportunismo di Johnson: “Il Presidente non deve seguire le frustrazioni dei sondaggi d’opinione…”.
Nixon fu anzitutto seguace di Joseph McCarthy, il demagogo di destra della famosa “caccia alle streghe”. Poi subì uno scandalo a causa di finanziamenti illegali ottenuti quando era candidato alla vice presidenza, al fianco di Eisenhower, e ne uscì con un’arringa per televisione (l’intera famiglia e persino il cane attorno a lui) in cui si limitò a porre il caso umano di se stesso. Fu eletto per due mandati vicepresidente in virtù della gran messe di voti che il patriarcale carisma di Eisenhower raccoglieva. Nel 1960, dopo otto anni di potere e una campagna presidenziale opulenta, clamorosa, spinta fino a Mosca (dove andò a discutere con Kruscev secondo una calcolata regia), perse contro John Kennedy, sebbene per un minimo scarto di voti. Nel ’62, candidato in California contro il vecchio governatore Pat Brown, perse ancora e annunciò il suo abbandono della politica. Disse pubblicamente così: “Non avrete più un Nixon da prendere a calci”, commettendo il peccato che più raramente l’etica pubblica americana perdona: l’autocommiserazione, l’incapacità di accettare serenamente la sconfitta. Con le sue forze, Nixon non ha vinto un’elezione per vent’anni.
In quest’anno di eventi imprevedibili, Nixon ha avuto finora tre fortune. La prima è stata che i conservatori del partito repubblicano (quelli della provincia visionaria e testarda, cordiale e rabbiosa) non avevano un altro candidato da opporre al cosmopolita Nelson Roskefeller dopo la disastrosa sconfitta subita dall’ultra-conservatore Goldwater nel’64. La seconda fortuna di Nixon è che l’umore prevalente, dopo le clamorose dispute su problemi nuovi, idee nuove, tendenza nuove, non voleva più come candidato una “faccia nuova”. La terza fortuna, di fronte a Hubert Humphrey, deriva da una circostanza che lo stesso Nixon descrive così: “La differenza tra noi è che Humphrey è stato il vicepresidente di Johnson e io di Eisenhower”.
Oggi, retrospettivamente, l’ombra di Eisenhower sembra molto più lunga che quella di Johnson, forse più del giusto. Ma basta per credere che la statura politica di Nixon, protetta da quell’ombra, sia grande in proporzione?
In America, ma non soltanto in America, il 68 sarà ricordato come l’anno incoerente della doppia verità. Prima l’agitazione rivoluzionaria e il dissenso generalizzato, poi la conservazione e la restaurazione dell’autorità. Prima i moti del Potere studentesco, l’esplosione della nuova sinistra anarchica e l’ascesa del moralista Eugene McCarthy, ma poi una campagna presidenziale fra Richard Nixon, convenzionale maschera politica degli anni ’50 indurita dal tempo, e il moderato sentimentale Hubert Horatio Humphrey, tallonati dal demagogo segregazionista del Sud George Wallace.
Il riflusso conservatore, senza l’eguale da decenni, non è soltanto un fatto dell’America. Prima le barricate della Sorbona e la “rivoluzione di maggio”, poi la vittoria plebiscitaria di De Gaulle. Prima il neo-spartakismo di Rudy Dutscke, poi la dura legge tedesca “ordine deve essere”. Prima le dispute “permissive” nella stessa Chiesa cattolica, poi l’enciclica Humanae vitae come simbolo della proibizione. Prima l’euforica primavera praghese, e poi la repressione con cinque eserciti.
Eventi diversi, bene inteso, che non si giudicano sullo stesso piano: ma contengono alcune esperienze comuni. S’era perso il senso delle cose effettive fra le suggestioni dell’estremo intellettualismo e le illusioni dell’ultima generazione. All’inizio del ’68, persino la tolleranza appariva “repressiva” secondo la filosofia di lusso Herbert Marcuse; la fine del’68 insegna la semplice lezione che L’intolleranza è più “repressiva”. Chi va troppo a sinistra si ritrova a destra.
In quest’anno tempestato, L’America aveva alcune scelte possibili oltre a Nixon e Humphrey. Anche dopo la morte di Robert Kennedy, che sconvolse, a giugno, i dati della campagna presidenziale, Eugene McCarthy avrebbe potuto competere con Humphrey o imporre un candidato intermedio se i moti studenteschi non avessero suscitato un contraccolpo e se egli stesso fosse stato più realistico, mentre Rockefeller avrebbe potuto fronteggiare Nixon. Ma le “macchine politiche” hanno potuto imporre facilmente i loro uomini, l’establishment s’è difeso, ha prevalso la stanchezza verso le suggestioni del nuovo (università, dottrine provocanti, pacifisti violenti, ideologie rivoluzionarie negre, profeti sociali religiosi) sacrificando anche la innovazione moderata.
Le Convenzioni di Miami e Chicago sono tornate al calcolo politico elementare. Come ha spiegato Walter Lippmann, “i professionisti politici di ambedue i partiti hanno adottato l’assunto, statisticamente corretto, che i protagonisti attivi del dissenso-i giovani, gli intellettuali, i negri – non raggiungono un quarto degli elettori registrati: le elezioni saranno decise da una maggioranza non dissidente, dai non – giovani, non – poveri, non –negri”. Ha avuto inizio un ciclo conservatore, che a sua volta un giorno si spezzerà secondo la cadenza dei “ritmi” d’opinione e di stato d’opinione e di stato d’animo. La semplice aritmetica elettorale non risolverà molto: senza i giovani, gli intellettuali, i negri, gli irrequieti, senza gli omini che chiedono più della quiete e del benessere, ogni maggioranza è solo una coalizione accidentale d’interessi compositi e di umori contingenti. Anche il ciclo conservatore deluderà, ma intanto esso è la condizione della campagna presidenziale.
Al centro della corrente conservatrice, favorito dallo stato d’animo prevalente, almeno finora, è il candidato repubblicano Nixon: l’uomo più square, il più tetragono e convenzionale della scena politica americana. Voi vedete un viso accigliato e persino cupo, che tuttavia sorride con gli occhi piccoli e la dentatura curata e le mascelle da grosso boss autoritario e cordiale; i suoi abiti sono di taglio executive medio-borghese, i movimenti delle braccia- esageratamente levate in alto per salutare le folle – e l’andatura oscillante sono da puro e massiccio yankee.
Quello è Richard Nixon. E’ Mister Republican giunto a 55 anni. È pressoché un Breznev delle grandi pianure protestanti americane.
I suoi discorsi tendono alle formule ovvie e non controverse, pronunciate con vigore; sa d’essere favorito da risentimenti che non tollerano il vaglio delle discussioni analitiche. Non mostra il segno di alcun dubbio intellettuale, appare energico e deciso a fare qualche cosa di molto necessario, non si sa che cosa. Non dirà certo come si possa ottenere presto la pace nel Vietnam (una pace “onorevole”), come affrontare la crisi dei centri urbani o come controllare l’inflazione, la criminalità nelle strade e i conflitti razziali, i moti studenteschi, la disoccupazione “tecnologica”.
È il simbolo dell’uomo d’ordine, dopo le grandi promesse non mantenute da Johnson e dopo l’era delle rivolte. Egli parla sempre più spesso di law and order, “legge e ordine”, di nuove leggi contro le droghe, di finanza severa, di morale austera contro le droghe, di finanza severa, di morale austera contro l’indulgenza sprecata con le nuove generazioni (la sentimental permissiveness che deve finalmente cessare). L’aura isolazionistica tradizionale, che circonda il suo partito, è rassicurante per chi ricorda che sono stati sempre i democratici ad assumere impegni eccessivi oltremare (Roosevelt, Truman, Johnson). E Nixon fa propria la dottrina degli “impegni selettivi”: stabilire quali regioni del mondo gli Stati Uniti vogliono tutelare ad ogni costo, punto e basta. L’idea piace, più difficile sarebbe passare dall’idea alla casistica concreta e all’applicazione d’un simile codice.
L’eloquenza di Nixon riflette le quotidiane indignazioni dei suburbi residenziali: “...Se prestiamo attenzione all’America, noi vediamo città avvolte nel fumo e nelle fiamme. Noi sentiamo sirene nella notte. Noi vediamo americani che muoiono in lontani campi di battaglia…Noi abbiamo avuto troppe grandi promesse e poca azione… E io vi dico stasera che quando il rispetto per gli Stati Uniti cade così in basso che la Corea del Nord può sequestrare un vascello americano in alto mare…”.
Contro i torbidi esterni e interni, Richard Nixon viene illustrato come Fearless Fosdick, il poliziotto duro che mette a posto ogni cosa nei comics a colori dei giornali domenicali.
Egli assicura che non imiterà l’olimpica passività del presidente Eisenhower: “I giorni della Presidenza passiva appartengono a un’epoca più facile…”. Ma è difficile anzitutto capire come tale impegno si concili con l’ideologia dei conservatori repubblicani: “Meno governo nel business, più business nel governo”. Egli assicura che non imiterà l’opportunismo di Johnson: “Il Presidente non deve seguire le frustrazioni dei sondaggi d’opinione…”.
Nixon fu anzitutto seguace di Joseph McCarthy, il demagogo di destra della famosa “caccia alle streghe”. Poi subì uno scandalo a causa di finanziamenti illegali ottenuti quando era candidato alla vice presidenza, al fianco di Eisenhower, e ne uscì con un’arringa per televisione (l’intera famiglia e persino il cane attorno a lui) in cui si limitò a porre il caso umano di se stesso. Fu eletto per due mandati vicepresidente in virtù della gran messe di voti che il patriarcale carisma di Eisenhower raccoglieva. Nel 1960, dopo otto anni di potere e una campagna presidenziale opulenta, clamorosa, spinta fino a Mosca (dove andò a discutere con Kruscev secondo una calcolata regia), perse contro John Kennedy, sebbene per un minimo scarto di voti. Nel ’62, candidato in California contro il vecchio governatore Pat Brown, perse ancora e annunciò il suo abbandono della politica. Disse pubblicamente così: “Non avrete più un Nixon da prendere a calci”, commettendo il peccato che più raramente l’etica pubblica americana perdona: l’autocommiserazione, l’incapacità di accettare serenamente la sconfitta. Con le sue forze, Nixon non ha vinto un’elezione per vent’anni.
In quest’anno di eventi imprevedibili, Nixon ha avuto finora tre fortune. La prima è stata che i conservatori del partito repubblicano (quelli della provincia visionaria e testarda, cordiale e rabbiosa) non avevano un altro candidato da opporre al cosmopolita Nelson Roskefeller dopo la disastrosa sconfitta subita dall’ultra-conservatore Goldwater nel’64. La seconda fortuna di Nixon è che l’umore prevalente, dopo le clamorose dispute su problemi nuovi, idee nuove, tendenza nuove, non voleva più come candidato una “faccia nuova”. La terza fortuna, di fronte a Hubert Humphrey, deriva da una circostanza che lo stesso Nixon descrive così: “La differenza tra noi è che Humphrey è stato il vicepresidente di Johnson e io di Eisenhower”.
Oggi, retrospettivamente, l’ombra di Eisenhower sembra molto più lunga che quella di Johnson, forse più del giusto. Ma basta per credere che la statura politica di Nixon, protetta da quell’ombra, sia grande in proporzione?