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L’illusione perduta del popolo nero

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 19 ottobre 1988 su La Repubblica. Dukakis ha dimenticato Jackson e l’elettorato di colore lo abbandona. Sta scattando uno dei più classici riflessi condizionati: le elezioni sembrano riguardare solo i bianchi.
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Nella chiesa del Cristo nero a Washington, un gigantesco crocefisso di pelle scura a mosaico guarda con occhi di vetro il popolo del ghetto in panciotto e grandi cappelli di paglia raccolto per adorarlo nel tepore dell’ultima domenica dell’ Indian summer, l’estate di San Martino. O Jesus our Lord, o Cristo nostro signore, invoca il pastore John Williams detto the Thunder, il tuono, guarda con misericordia i tuoi figli neri qui riuniti e poi a voce più bassa anche perché se non ci guardi tu, nessuno ci guarda. Le volte della chiesa rimbombano di risate, ma c’è più amarezza che spasso nell’eco che rimbalza tra il coro, i fedeli, le boiserie finto gotico delle volte. Non era una battuta tanto per tenere stretta l’attenzione del pubblico, mi dirà cupo il pastore davanti a una tazza di tè in canonica (l’alcol è bandito). In trent’anni che guido questa congregazione, non ho mai sentito tanta del…
Nella chiesa del Cristo nero a Washington, un gigantesco crocefisso di pelle scura a mosaico guarda con occhi di vetro il popolo del ghetto in panciotto e grandi cappelli di paglia raccolto per adorarlo nel tepore dell’ultima domenica dell’ Indian summer, l’estate di San Martino. O Jesus our Lord, o Cristo nostro signore, invoca il pastore John Williams detto the Thunder, il tuono, guarda con misericordia i tuoi figli neri qui riuniti e poi a voce più bassa anche perché se non ci guardi tu, nessuno ci guarda. Le volte della chiesa rimbombano di risate, ma c’è più amarezza che spasso nell’eco che rimbalza tra il coro, i fedeli, le boiserie finto gotico delle volte. Non era una battuta tanto per tenere stretta l’attenzione del pubblico, mi dirà cupo il pastore davanti a una tazza di tè in canonica (l’alcol è bandito). In trent’anni che guido questa congregazione, non ho mai sentito tanta delusione politica nel mio popolo. Questo doveva essere l’anno in cui avremmo attraversato il Mar Rosso verso la terra promessa, e invece siamo ancora prigionieri del deserto.

Se la metafora è biblica, la realtà è invece perfettamente contemporanea. Tre mesi dopo la convention democratica di Atlanta, 100 giorni dopo il trionfale discorso d’addio dell’Orfeo Nero Jesse Jackson davanti alla nazione, il popolo nero si sente dimenticato e disatteso. Non è una novità, per loro, essere messi da parte. Ma il 1988 era il tempo della grande promessa, o della grande illusione, incarnata nel primo, serio candidato presidenziale di pelle scura nella storia degli Stati Uniti. Ora, invece del trionfo, della mobilitazione, della passione, i neri si trovano a misurare stancamente, di malavoglia, il conteggio alla rovescia verso un voto che non li riguarda più. Uno dei più classici e terribili riflessi condizionati sta scattando fra la gente di colore, osserva William Raspberry, columnist nero del Washington Post, quello di considerare le elezioni come un affare che riguarda i bianchi e lascia indifferenti i neri. La grande mobilitazione di nuovi elettori iscritti non c’è stata. Se i sondaggi hanno ragione e l’8 novembre sera Michael Dukakis concederà la vittoria a George Bush, si può essere certi che le autopsie della sua sconfitta partiranno dal voto nero e dal terribile paradosso che intrappola il Partito democratico ormai da decenni: i democratici non possono vincere se i black non li votano compatti, ma perdono anche perché i neri li appoggiano. Un paradosso che si riassume in una parola sola, in una verità che continua ad attraversare intatta generazioni, piattaforme ideologiche, personalità e cicli economici: la verità del razzismo. Mai come in questa campagna elettorale il contrasto fra le intenzioni e le realtà, fra i buoni sentimenti e i cattivi pensieri era apparso così evidente e conturbante. Finché il voto nero era carne da cannone mercanteggiata a blocchi fra i boss del partito, la gente di colore si aspettava poco dal processo elettorale, ma votava per il meno peggio.

Questa volta, la magnifica corsa del reverendo aveva fatto sperare che il tradizionale voto difensivo potesse diventare un voto d’attacco, non più un voto contro, ma un voto per, insomma. La mia gente ha creduto davvero in Jesse Jackson, mi dice il reverendo tonante. Dopo aver diffidato di lui nel 1984, quando l’elettorato lo appoggiò molto tiepidamente durante le primarie democratiche, nel 1988 i neri avevano abbandonato i dubbi sulla sua personalità, i sospetti sulla sua sincerità e avevano investito tempo, emozioni e voti sull’Orfeo Nero. Jackson aveva chiesto di sperare, Dukakis ha portato delusione.

Dukakis e i suoi consiglieri, ipnotizzati dall’inseguimento della piccola classe media bianca, reaganiana, centrista e, diciamolo a voce alta, razzista, hanno temuto che la trimurti vista ad Atlanta, con il reverendo nero in mezzo a Bentsen e Dukakis garantisse la sconfitta a novembre. Hanno nascosto allora il leader nero, hanno cercato di usarlo senza sporcarsi le mani, di tenerlo en reserve, per giocarlo di tanto in tanto per vincere una mano. Anche sul fronte nero, dunque, il greco ha commesso lo stesso errore di fondo che sinora ha azzoppato la sua campagna: per timore di essere quel che è, cioè un liberal, un uomo della sinistra americana nella linea di Roosevelt, Kennedy, Mondale, si è travestito da centrista moderato, così disgustando la sua base naturale senza convincere il resto. E le cifre lo stanno castigando. Mentre la percentuale dei neri repubblicani resta di fatto invariata, quella dei favorevoli al ticket democratico crolla.

Non è un tradimento di partito, perciò, ma un rifiuto del greco di Boston e del modo con il quale ha trattato Jackson. Quel che mi fa rabbia e orrore, tuona il pastore della chiesa del Cristo nero, è che Dukakis avrebbe a disposizione armi straordinarie. C’è la questione della corte suprema, per esempio, la corte costituzionale che negli ultimi 40 anni è stata il vero grande alleato, e il motore istituzionale dell’emancipazione nera negli Stati Uniti, dalle rivolte del sud negli anni ’60 sino alla sentenza sull’aborto. Tre dei sette giudici supremi sono molto anziani, attorno agli ottanta anni, e uno di loro è l’unico nero nella corte, il giudice Marshall. Bush ha già fatto capire che, quando sarà presidente, li sostituirà con giudici conservatori, decisi a rimangiarsi sentenza per sentenza quel che è stato fatto. Ma Dukakis non ha raccolto la palla. Soltanto sull’aborto ha reagito duramente, dichiarandosi per la scelta della donna, perché, notano sarcastici i neri, interessa alle donne bianche oltre che alle nere.

Una campagna cominciata nel segno della passione si chiude, per l’America di colore, tra la paura e l’indifferenza. Jesse desaparecido, Dukakis esitante, mentre riaffiorano umori brutti, come quelli portati dai repubblicani a Chicago, una delle città frontiera della questione nera, dove un rabbino legato a Bush, Gordon Zachs, ha detto a una riunione di leader israeliti: i democratici ci hanno tradito e hanno venduto il voto degli ebrei in cambio del voto dei neri. E’ stato fischiato, notiamo a merito della comunità israelita di Chicago, ma il dilemma è terribile, per il duca: si tratta di scegliere se rischiare di perdere le elezioni con la sua dignità ideale, o invece perderle continuando a giocare una partita falsa, sul terreno dell’avversario.
In palio, non è tanto la sua vittoria, ma l’America di domani che dovrà misurarsi, se le cose continuano in questo modo, anche con la grande delusione nera. Ricordo quella sera della convention, mi saluta il pastore tuono mentre già dalla chiesa arriva il coro del salmo 54, Portami sulla vetta, Signore, portami con te, quando Jesse disse che i suoi antenati erano arrivati dentro una nave schiavista e gli antenati di Dukakis in una a vapore come passeggeri, ma ormai erano tutti e due sulla stessa barca. È stato vero per una sera. Quando sono tornato a casa nel ghetto mi sono ricordato che la barca è la stessa, ma noi siamo sempre ai remi, e l’uomo bianco è al timone.