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L’ombra del Watergate: in campo le spie

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 3 ottobre 1972 su La Stampa. Le intercettazioni irrompono sull’arena elettorale: l’ascolto del nemico diventa uno strumento più sottile della propaganda? Le accuse al comitato per Nixon.
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La campagna elettorale americana ha un nuovo protagonista: lo spionaggio elettronico. Il confronto democratico delle idee è turbato dal sospetto di una guerriglia dell’intercettazione: il microfono nascosto appare talvolta una arma più potente del comizio, e l’ascolto uno strumento più sottile della propaganda. Dalla pubblica arena, la lotta dei partiti sconfina nella privacy, cioè nell’intimità professionale e personale, tra scatti di macchine fotografiche, ronzii di computers e fughe di documenti. Scrive la Washington Post che questa è «l’ultima aberrazione tecnologica», l’elettore ne trae disagio e disorientamento. Per ora, sul banco dell’imputato si trova il partito repubblicano, nella figura del «Comitato per la rielezione del presidente Nixon».

I democratici hanno chiesto un milione di dollari di risarcimento danni. Un grand jury conduce un’inchiesta giudiziaria e i testi…
La campagna elettorale americana ha un nuovo protagonista: lo spionaggio elettronico. Il confronto democratico delle idee è turbato dal sospetto di una guerriglia dell’intercettazione: il microfono nascosto appare talvolta una arma più potente del comizio, e l’ascolto uno strumento più sottile della propaganda. Dalla pubblica arena, la lotta dei partiti sconfina nella privacy, cioè nell’intimità professionale e personale, tra scatti di macchine fotografiche, ronzii di computers e fughe di documenti. Scrive la Washington Post che questa è «l’ultima aberrazione tecnologica», l’elettore ne trae disagio e disorientamento. Per ora, sul banco dell’imputato si trova il partito repubblicano, nella figura del «Comitato per la rielezione del presidente Nixon».

I democratici hanno chiesto un milione di dollari di risarcimento danni. Un grand jury conduce un’inchiesta giudiziaria e i testimoni hanno nomi famosi: l’ex ministro della Giustizia, Mitchell, l’ex ministro del Commercio, Stans. il consigliere della Casa Bianca Ehrlichman, detto il Kissinger della politica interna, il direttore della campagna elettorale McGregor. Cinque uomini sono stati arrestati: il loro capo è un ex agente dell’Fbi e della Cia, James McCord, di 53 anni, già preposto ai servizi di sicurezza del comitato nazionale repubblicano. Dice il New York Times, che la cronaca della guerriglia dell’intercettazione «ricorda un film giallo di secondo rango».

Ai primi di maggio incomincia il controllo occulto del telefono di Lawrence O’ Brien, il segretario democratico. Alla fine di quello stesso mese, alcuni sconosciuti vengono messi in fuga mentre tentano di penetrare nottetempo nel quartiere generale di George McGovern sul Campidoglio, a Washington. Il 10 giugno, a Miami, certi Bernard Barker e Frank Sturgis portano a sviluppare dal fotografo Michael Richardson fotografie di documenti di O’Brien e McGovern. Il 27 la polizia della capitale arresta McCord, Barker, Sturgis e due compagni mentre installano microfoni, di sera, nella sede nazionale del partito democratico, il Watergate Hotel.

Un vero scandalo
Si scopre che nei conti correnti degli arrestati figurano grosse somme, la più alta 114 mila dollari, provenienti dal «Comitato per la rielezione del presidente Nixon». Mitchell, che presiede il comitato, si dimette: non per via dello scandalo, ma perché la moglie Marta, nota come la pettegola di Washington, è stanca della politica, ha i nervi a pezzi e lo vuole a casa. Il segretario repubblicano Dole sferra il contrattacco, accusando i democratici di violazione delle regole sull’uso dei fondi elettorali. A chi dice che «i fili dell’ascolto portano alla Casa Bianca», il portavoce Ziegler ribatte che  «l’intera storia sa di furti di infimo ordine». Il presidente Nixon resta al di sopra della mischia, e annuncia che se qualcuno ha commesso reati sarà punito.

Forse non a torto, la Washington Post e il New York Times pensano che «sia affiorata solo la punta dell’iceberg». Da anni lo spionaggio elettronico è parte della vita politica americana e di altri Stati democratici (in quelli assolutistici ne è la base). Il suo travaso nella campagna elettorale era prevedibile. All’inizio il controllo occulto ebbe la giustificazione della difesa nazionale, poi Johnson, un texano invadente, cresciuto tra manovre di corridoio, lo applicò a fini esclusivamente interni.
Si ricorda che i dossiers segreti sui collaboratori erano tra le sue letture preferite. Il defunto capo del l’Fbi, Hoover, spingeva lo zelo all’eccesso. Il ministro della Difesa McNamara ricevette un rapporto su una telefonata di sua moglie a Kossighin.

Il fenomeno è così diffuso che gli americani hanno coniato un nuovo termine, snooping: letteralmente «curiosare e rubare insieme». Gli snoopers principali sono: le Forze Armate, che compilano una media di 1200 rapporti settimanali; l’Fbi, che dedica i due terzi del suo archivio ai dossiers antisovversivi, e la Cia, raffigurata dal caricaturista Levine come un pitone che ingoia informazioni. Ma neppure il fisco e la previdenza sociale scherzano: gli si attribuiscono rispettivamente 75 e 90 milioni di schedari. Non è soltanto «una malattia di Stato», come scrive la Washington Post: lo sviluppo degli affari, la mobilità del mondo americano spingono l’industria e i privati sulla stessa strada.