L’ondata patriottica. America hurrà!
di UMBERTO ECOQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 4 novembre 1984 su L’Espresso.
Reagan ha capito che i suoi concittadini avevano bisogno di credere nel loro Paese dopo anni di frustrazioni. Ha convinto che americano è bello. Per quanto ancora?
"Red dawn", alba rossa, è duro da vedere. La storia è nota, i giornali ne hanno già parlato: una bella mattina gli Stati Uniti vengono invasi da paracadutisti cubani comandati da commissari Mefistofele. Questi occupanti non sparano sui soldati americani, che brillano per la loro assenza, ma massacrano subito la popolazione civile in modo da far capire a tutti che sono odiosissimi. Un gruppo di giovanotti molto vitaminizzati inventa allora la guerra partigiana e, con una immagine presa dal “Dottor Zivago” e un’altra da “Per chi suona la campana”, tirano avanti coraggiosamente sino alla fine del film, mentre la platea sovente applaude alle scene più patriottiche, senza rendersi conto di come sia puerile immaginare che un pugno di scalzacani che dicono “olà” e “si señor”, possano invadere dalla mattina alla sera gli Usa senza avvertire, ma per questo ci vuole l’occhio europeo, …
"Red dawn", alba rossa, è duro da vedere. La storia è nota, i giornali ne hanno già parlato: una bella mattina gli Stati Uniti vengono invasi da paracadutisti cubani comandati da commissari Mefistofele. Questi occupanti non sparano sui soldati americani, che brillano per la loro assenza, ma massacrano subito la popolazione civile in modo da far capire a tutti che sono odiosissimi. Un gruppo di giovanotti molto vitaminizzati inventa allora la guerra partigiana e, con una immagine presa dal “Dottor Zivago” e un’altra da “Per chi suona la campana”, tirano avanti coraggiosamente sino alla fine del film, mentre la platea sovente applaude alle scene più patriottiche, senza rendersi conto di come sia puerile immaginare che un pugno di scalzacani che dicono “olà” e “si señor”, possano invadere dalla mattina alla sera gli Usa senza avvertire, ma per questo ci vuole l’occhio europeo, come sia difficile per un regista americano, che non ha mai vissuto una guerra partigiana, descrivere una situazione di occupazione, coi collaborazionisti, la scaramuccia in montagna, la città sotto il tallone dell’invasore.
E tuttavia malgrado il suo baldanzoso maccartismo, “Red dawn” non è un film di propaganda anticomunista. È un film di propaganda americana. Il che è diverso, non vuole dimostrare che i sovietici sono cattivi. Questo è sottinteso, come nelle storie di James Bond, ma che i ragazzi americani al momento giusto sapranno farcela.
La faccenda della nuova ondata patriottica che sta attraversando gli Stati Uniti, è ormai diventata un luogo comune. A questo neopatriottismo “Time” un mese fa dedicava non solo la copertina, ma un servizio di otto pagine fitte. I dati statistici e i sintomi di costume sono sotto gli occhi di tutti: dai discorsi del presidente e della sua stessa politica, vedi per esempio la baldanzosa impresa di Grenada, all’orgia di America la bella che ha fatto da sfondo alle Olimpiadi, che forse per la prima volta nella storia si sono servite in modo così massiccio di un mito arcaico e internazionale per imbastire teatralmente, ovvero televisivamente, un contromito assai più massiccio. Private oltretutto dei sovietici, le Olimpiadi sono diventate una celebrazione dell’energia, dell’ottimismo, della capacità americana.
E ancora, l’incremento degli arruolamenti nelle forze armate, il più alto mai registrato dalla seconda guerra mondiale, la crescita del cinquantanove per cento delle domande di ammissione alle tre accademie militari, la vertiginosa fortuna di industrie specializzate nella fabbricazione di bandiere e “Time” che riporta la storia di due tipi con l’aria un poco bohemien a San Francisco (il che lascia capire che doveva trattarsi di due punk o di due omosessuali praticamente in uniforme) che entrano in un negozio e comperano due bandiere, dopo di loro entra un tipo dall’aria molto per bene e domanda al proprietario come mai venda bandiere a tizi così poco raccomandabili, e quello risponde con orgoglio che la bandiera appartiene a ogni cittadino.
E infine, se andate a vedere “Indiana Jones”, che pure è un film che prende ironicamente sottogamba l’intero repertorio fumettistico, vi accorgerete che la cosa presa più sul serio è la figura dell’eroe americano a cui i poveri indù, saggi ma inetti, si rivolgono per avere consiglio e aiuto.
Ebbene, se si riflette su questi e altri sintomi, e sull’insistenza con cui la società americana non li vive affatto inconsciamente, come accade di solito per i fenomeni di costume, ma vi riflette su, vuoi soddisfatta, vuoi preoccupata, salta agli occhi qualcosa di strano. E cioè che il fenomeno interessante non è tanto il nuovo patriottismo, quanto il fatto che si discuta tanto sul nuovo patriottismo. Il fenomeno esiste, certo, ma al quadrato.
Possibile che gli Usa siano diventati patriottici di colpo? Certamente questo è il paese in cui, durante una guerra (quella del Vietnam) i giovani bruciavano in pubblico la cartolina precetto, quando non bruciavano anche la bandiera. Si può essere severi coi vizi e le debolezze degli americani, ma non conosco nessun paese al mondo in cui, un comportamento del genere in stato di belligeranza, non avrebbe condotto i responsabili davanti al plotone di esecuzione. Qui invece niente, o quasi, un cittadino aveva il diritto di dire di no alla patria mentre altri cittadini combattevano oltremare. Forse gli americani che bruciavano la cartolina precetto non amavano l’America? Direi proprio il contrario, essi affermavano una idea positiva dell’America come paese che non doveva prevaricare sui più deboli, e la società americana rispettava la loro versione alternativa dell’amore per la patria. Il patriottismo era come la religione, ciascuno aderisce alla propria “denomination” e fa parte dello spirito religioso americano non mettere in discussione i modi di religiosità altrui.
Ma mentre questo paese può impressionarci per la disinvoltura con cui talora ha praticato il disfattismo organizzato, non si deve dimenticare che gli americani sono stati sempre molto patriottici. Si trattava di un patriottismo diverso da quello dei nazionalismi europei, che non aveva nulla a che fare con la difesa dei confini o con la lotta per le terre irridente, e nemmeno con una idolatria della storia. Era fierezza di appartenere a un paese continente, ricco e grande, soddisfazione di essersi integrati, di aver trovato possibilità di lavoro e di successo, culto della piccola comunità, della famiglia, della cittadina, di ritmi di vita provinciali, ma solidi confortanti, sicuri. Troviamo questa soddisfazione di essere americani nell’elogio del nuovo paese scritto nel Settecento da Crevecoeur, l’abbiamo ritrovato in tanti film non politici, la ricordiamo nel film di propaganda bellica in cui conoscevamo eroi che morivano, non per un ideale astratto, ma ricordando la casa della mamma, la sua torta di mele, la funzione domenicale, le vaste praterie…
Il modo in cui i film sulla Seconda guerra mondiale ci hanno mostrato gli interventi dell’America in Europa, ci parlava di una guerra fatta per solidarietà verso gli altri, non per fini di difesa immediata o di conquista. Ideologia o realtà che fosse, questo patriottismo aveva una caratteristica, che non troviamo in nessuno dei patriottismi europei: era esportabile, traducibile in altre lingue, ed è per questo che i Vittorini, i Pavese, i Pintor, la generazione dei giovani antifascisti identificava nella America un modello. Non ci si può eccitare per la “Marsigliese” se non si è francesi e, a parte il lato pittoresco e teatrale, il cambio della guardia a Buckingham Palace può essere vissuto a fondo con orgoglio e commozione solo se si è, o se per un momento ci si immagina di essere, inglesi. Invece il sogno democratico e avventuroso, imprenditoriale, tollerante, di un grande continente capace di aprire le braccia a tutti poteva essere vissuto anche se non ci si sentiva americani, e questo spiega il fascino del mito americano in Europa, anche durante la guerra.
Quello che pare imbarazzare lo straniero nelle nuove manifestazioni di patriottismo americano è che esso funziona solo per gli americani. È nazionalistico il modo in cui Reagan e i reaganiani ne parlano, e osservano con evidente soddisfazione che finalmente gli americani sono fieri di essere tali. La loro soddisfazione è ambigua perché, come si è visto, non risulta che gli americani si siano mai vergognati di essere tali. E dunque a cosa si sostituisce questa fierezza?
Al malessere, qui lo dicono tutti, con cui l’americano medio aveva vissuto l’avventura vietnamita e lo scandalo Watergate, e persino al malessere provato nel vedere tanti americani affermare che l’America aveva torto. Il nuovo patriottismo, dunque, non viene a colmare un vuoto di sentimenti nazionali, ma viene a consolare sentimenti frustrati.
Noi europei, che abbiamo vissuto tante illusioni nazionalistiche, sappiamo benissimo che quando un paese è al colmo della propria potenza, i suoi cittadini si sentono fieri, felici, desiderosi di collaborare alla sua grandezza, ma non si danno a orge teatrali di nazionalismo. Il nazionalismo, vedi Germania post-bellica, fascismo, Terzo mondo, America latina, viene fuori solo in periodi di debolezza e rancore. E questo è il paradosso del patriottismo secondo Reagan: da un lato di proclama che il paese non è mai stato così florido e potente, dall’altro si sente l’esigenza di ostentare tutti quei simboli esteriori dell’orgoglio nazionale che sono propri dei paesi che non si sentono né floridi né potenti.
Questo sentimento pervade tutti, anche gli antireaganiani. Come se il parlare di patriottismo insorgente convincesse anche i democratici che con questo patriottismo occorre fare i conti. Si rimprovera Mondale di condurre una campagna fiacca, troppo rispettosa dell’avversario, come se l’oppositore non avesse il coraggio di dire apertamente al presidente che la sua politica conduce al fallimento.
Mondale non cessa di farlo capire, ma non lo dice con piglio polemico: e non lo dice perché ha paura di scalfire la patina di fierezza patriottica che l’amministrazione ha spennellato sulla coscienza dei cittadini. Poi intervengono i sondaggi a dire che appunto di patina si tratta, che in fondo in fondo questo patriottismo non esiste, e un articolo (inglese) dello “Spectator” osservava recentemente che gli americani si sentono “orgogliosi del loro orgoglio”. Dunque questo patriottismo è apparente, è solo la credenza nel fenomeno del patriottismo: ma la credenza è così radicata che Mondale, prima di criticare educatamente Reagan, nel primo dibattito televisivo, ha sentito l’esigenza di affermare che rispettava il presidente per il nuovo senso di dignità che aveva restituito al paese.
Patriottismo come effetto dei mass media? Certo. Per la convention di Dallas i repubblicani hanno presentato in televisione un documentario a pagamento trasudante patriottismo, ma usando immagini che vengono dal mondo pubblicitario, immagini patinate e stucchevoli di famigliole felice, di gente che lavora o che consuma beata, di praterie coi cavalli che ricordano le inserzioni delle Marlboro, di bambini biondi e ben pasciuti e di massaie al supermarket che vengono dritti dritti dai commercials della Pepsi Cola. E la cosa più straordinaria era che il presentatore del programma lo ha detto. Ha detto: “noi vi stiamo parlando la stessa lingua dei commercials”, non si trattava, di una insinuazione subliminale. Di un colpo basso, di persuasione occulta.
Era persuasione palese, era come se si dicesse “voi dovete essere fieri e felici perché ve lo diciamo con le stesse immagini e negli stessi termini in cui le case produttrici vi invitano ogni giorno ad essere felici e vi offrono immagini di felicità”. Su questa campagna il sociologo Seymour Lipset ha detto: “Gli americani sono come tutti. Quando vanno dal dottore, indipendentemente da come si sentono, vogliono che il dottore gli dica che stan bene”. Non è una battuta. Quando comperiamo un oggetto vogliamo che la pubblicità ci dica che con esso ci troveremo bene – sia esso un’automobile, uno spazzolino da denti, una cravatta. Sappiamo che la pubblicità “mente”, ovvero fa il proprio mestiere, presentandoci la vita in rosa, in principio non le crediamo, ma di fatto vogliamo crederle, per poter usare con soddisfazione l’oggetto che abbiamo acquistato.
Ecco, credo che la grande idea terapeutica del reaganismo sia stata questa: “Voi vi sentite frustrati e non sapete più come usare l’oggetto America, ebbene, venite da noi perché noi sappiamo come convincervi non solo che esso funziona bene, ma anche voi l’amate moltissimo e ne siete fieri”. Questo progetto, acquistare una superficie riconosciuta come tale, per poter godere nel crederla una cosa profonda, sembra fatto su misura per l’America consumistica delle piccole e grandi città del Midwest e del Centro, anche se appare ingenua dal punto di vista degli intellettuali di New York o San Francisco. Ma siccome quella che prevale nella pubblicità è l’immagine di questa America “centrale” e non costiera, ciò che viene offerto è consumabile anche dagli emarginati del Bronx, dai sanguemisti non ancora integrati che vivono con un sussidio di disoccupazione che, dice Mondale, Reagan prima o poi taglierà, e che sanno a malapena cavarsela con un centinaio di vocaboli inglesi. Anch’essi, incominciarono a pensare che convincersi di essere patriottici è bello.
Intanto, curiosamente, se si segue il movimento quasi tellurico degli scaffali nelle librerie, l’America non è mai stata meno americana e americocentrica. La cultura viene sempre più invasa da modelli francesi, tedeschi, persino italiani. Mai la cultura americana è stata così poco insulare e più aperta alla storia europea, ai modelli di pensiero che una volta venivano respinti come fumosi, speculativi, metafisici. Ma in superficie è diverso. E in un paese in cui l’inconscio collettivo è fatto di superfici, che questo nuovo patriottismo non sorga dal profondo, ma sia un effetto epidermico, che non sia orgoglio di qualcosa, ma orgoglio di orgoglio, non è rassicurante. Diverso dai nazionalismi storici europei. Diverso dal sentimento profondo del nuovo mondo che animava pionieri ed emigranti, è una nuova conformazione ideologica, effetto di linguaggio, il cui peso come forza reale andrà misurata negli anni a venire.
E tuttavia malgrado il suo baldanzoso maccartismo, “Red dawn” non è un film di propaganda anticomunista. È un film di propaganda americana. Il che è diverso, non vuole dimostrare che i sovietici sono cattivi. Questo è sottinteso, come nelle storie di James Bond, ma che i ragazzi americani al momento giusto sapranno farcela.
La faccenda della nuova ondata patriottica che sta attraversando gli Stati Uniti, è ormai diventata un luogo comune. A questo neopatriottismo “Time” un mese fa dedicava non solo la copertina, ma un servizio di otto pagine fitte. I dati statistici e i sintomi di costume sono sotto gli occhi di tutti: dai discorsi del presidente e della sua stessa politica, vedi per esempio la baldanzosa impresa di Grenada, all’orgia di America la bella che ha fatto da sfondo alle Olimpiadi, che forse per la prima volta nella storia si sono servite in modo così massiccio di un mito arcaico e internazionale per imbastire teatralmente, ovvero televisivamente, un contromito assai più massiccio. Private oltretutto dei sovietici, le Olimpiadi sono diventate una celebrazione dell’energia, dell’ottimismo, della capacità americana.
E ancora, l’incremento degli arruolamenti nelle forze armate, il più alto mai registrato dalla seconda guerra mondiale, la crescita del cinquantanove per cento delle domande di ammissione alle tre accademie militari, la vertiginosa fortuna di industrie specializzate nella fabbricazione di bandiere e “Time” che riporta la storia di due tipi con l’aria un poco bohemien a San Francisco (il che lascia capire che doveva trattarsi di due punk o di due omosessuali praticamente in uniforme) che entrano in un negozio e comperano due bandiere, dopo di loro entra un tipo dall’aria molto per bene e domanda al proprietario come mai venda bandiere a tizi così poco raccomandabili, e quello risponde con orgoglio che la bandiera appartiene a ogni cittadino.
E infine, se andate a vedere “Indiana Jones”, che pure è un film che prende ironicamente sottogamba l’intero repertorio fumettistico, vi accorgerete che la cosa presa più sul serio è la figura dell’eroe americano a cui i poveri indù, saggi ma inetti, si rivolgono per avere consiglio e aiuto.
Ebbene, se si riflette su questi e altri sintomi, e sull’insistenza con cui la società americana non li vive affatto inconsciamente, come accade di solito per i fenomeni di costume, ma vi riflette su, vuoi soddisfatta, vuoi preoccupata, salta agli occhi qualcosa di strano. E cioè che il fenomeno interessante non è tanto il nuovo patriottismo, quanto il fatto che si discuta tanto sul nuovo patriottismo. Il fenomeno esiste, certo, ma al quadrato.
Possibile che gli Usa siano diventati patriottici di colpo? Certamente questo è il paese in cui, durante una guerra (quella del Vietnam) i giovani bruciavano in pubblico la cartolina precetto, quando non bruciavano anche la bandiera. Si può essere severi coi vizi e le debolezze degli americani, ma non conosco nessun paese al mondo in cui, un comportamento del genere in stato di belligeranza, non avrebbe condotto i responsabili davanti al plotone di esecuzione. Qui invece niente, o quasi, un cittadino aveva il diritto di dire di no alla patria mentre altri cittadini combattevano oltremare. Forse gli americani che bruciavano la cartolina precetto non amavano l’America? Direi proprio il contrario, essi affermavano una idea positiva dell’America come paese che non doveva prevaricare sui più deboli, e la società americana rispettava la loro versione alternativa dell’amore per la patria. Il patriottismo era come la religione, ciascuno aderisce alla propria “denomination” e fa parte dello spirito religioso americano non mettere in discussione i modi di religiosità altrui.
Ma mentre questo paese può impressionarci per la disinvoltura con cui talora ha praticato il disfattismo organizzato, non si deve dimenticare che gli americani sono stati sempre molto patriottici. Si trattava di un patriottismo diverso da quello dei nazionalismi europei, che non aveva nulla a che fare con la difesa dei confini o con la lotta per le terre irridente, e nemmeno con una idolatria della storia. Era fierezza di appartenere a un paese continente, ricco e grande, soddisfazione di essersi integrati, di aver trovato possibilità di lavoro e di successo, culto della piccola comunità, della famiglia, della cittadina, di ritmi di vita provinciali, ma solidi confortanti, sicuri. Troviamo questa soddisfazione di essere americani nell’elogio del nuovo paese scritto nel Settecento da Crevecoeur, l’abbiamo ritrovato in tanti film non politici, la ricordiamo nel film di propaganda bellica in cui conoscevamo eroi che morivano, non per un ideale astratto, ma ricordando la casa della mamma, la sua torta di mele, la funzione domenicale, le vaste praterie…
Il modo in cui i film sulla Seconda guerra mondiale ci hanno mostrato gli interventi dell’America in Europa, ci parlava di una guerra fatta per solidarietà verso gli altri, non per fini di difesa immediata o di conquista. Ideologia o realtà che fosse, questo patriottismo aveva una caratteristica, che non troviamo in nessuno dei patriottismi europei: era esportabile, traducibile in altre lingue, ed è per questo che i Vittorini, i Pavese, i Pintor, la generazione dei giovani antifascisti identificava nella America un modello. Non ci si può eccitare per la “Marsigliese” se non si è francesi e, a parte il lato pittoresco e teatrale, il cambio della guardia a Buckingham Palace può essere vissuto a fondo con orgoglio e commozione solo se si è, o se per un momento ci si immagina di essere, inglesi. Invece il sogno democratico e avventuroso, imprenditoriale, tollerante, di un grande continente capace di aprire le braccia a tutti poteva essere vissuto anche se non ci si sentiva americani, e questo spiega il fascino del mito americano in Europa, anche durante la guerra.
Quello che pare imbarazzare lo straniero nelle nuove manifestazioni di patriottismo americano è che esso funziona solo per gli americani. È nazionalistico il modo in cui Reagan e i reaganiani ne parlano, e osservano con evidente soddisfazione che finalmente gli americani sono fieri di essere tali. La loro soddisfazione è ambigua perché, come si è visto, non risulta che gli americani si siano mai vergognati di essere tali. E dunque a cosa si sostituisce questa fierezza?
Al malessere, qui lo dicono tutti, con cui l’americano medio aveva vissuto l’avventura vietnamita e lo scandalo Watergate, e persino al malessere provato nel vedere tanti americani affermare che l’America aveva torto. Il nuovo patriottismo, dunque, non viene a colmare un vuoto di sentimenti nazionali, ma viene a consolare sentimenti frustrati.
Noi europei, che abbiamo vissuto tante illusioni nazionalistiche, sappiamo benissimo che quando un paese è al colmo della propria potenza, i suoi cittadini si sentono fieri, felici, desiderosi di collaborare alla sua grandezza, ma non si danno a orge teatrali di nazionalismo. Il nazionalismo, vedi Germania post-bellica, fascismo, Terzo mondo, America latina, viene fuori solo in periodi di debolezza e rancore. E questo è il paradosso del patriottismo secondo Reagan: da un lato di proclama che il paese non è mai stato così florido e potente, dall’altro si sente l’esigenza di ostentare tutti quei simboli esteriori dell’orgoglio nazionale che sono propri dei paesi che non si sentono né floridi né potenti.
Questo sentimento pervade tutti, anche gli antireaganiani. Come se il parlare di patriottismo insorgente convincesse anche i democratici che con questo patriottismo occorre fare i conti. Si rimprovera Mondale di condurre una campagna fiacca, troppo rispettosa dell’avversario, come se l’oppositore non avesse il coraggio di dire apertamente al presidente che la sua politica conduce al fallimento.
Mondale non cessa di farlo capire, ma non lo dice con piglio polemico: e non lo dice perché ha paura di scalfire la patina di fierezza patriottica che l’amministrazione ha spennellato sulla coscienza dei cittadini. Poi intervengono i sondaggi a dire che appunto di patina si tratta, che in fondo in fondo questo patriottismo non esiste, e un articolo (inglese) dello “Spectator” osservava recentemente che gli americani si sentono “orgogliosi del loro orgoglio”. Dunque questo patriottismo è apparente, è solo la credenza nel fenomeno del patriottismo: ma la credenza è così radicata che Mondale, prima di criticare educatamente Reagan, nel primo dibattito televisivo, ha sentito l’esigenza di affermare che rispettava il presidente per il nuovo senso di dignità che aveva restituito al paese.
Patriottismo come effetto dei mass media? Certo. Per la convention di Dallas i repubblicani hanno presentato in televisione un documentario a pagamento trasudante patriottismo, ma usando immagini che vengono dal mondo pubblicitario, immagini patinate e stucchevoli di famigliole felice, di gente che lavora o che consuma beata, di praterie coi cavalli che ricordano le inserzioni delle Marlboro, di bambini biondi e ben pasciuti e di massaie al supermarket che vengono dritti dritti dai commercials della Pepsi Cola. E la cosa più straordinaria era che il presentatore del programma lo ha detto. Ha detto: “noi vi stiamo parlando la stessa lingua dei commercials”, non si trattava, di una insinuazione subliminale. Di un colpo basso, di persuasione occulta.
Era persuasione palese, era come se si dicesse “voi dovete essere fieri e felici perché ve lo diciamo con le stesse immagini e negli stessi termini in cui le case produttrici vi invitano ogni giorno ad essere felici e vi offrono immagini di felicità”. Su questa campagna il sociologo Seymour Lipset ha detto: “Gli americani sono come tutti. Quando vanno dal dottore, indipendentemente da come si sentono, vogliono che il dottore gli dica che stan bene”. Non è una battuta. Quando comperiamo un oggetto vogliamo che la pubblicità ci dica che con esso ci troveremo bene – sia esso un’automobile, uno spazzolino da denti, una cravatta. Sappiamo che la pubblicità “mente”, ovvero fa il proprio mestiere, presentandoci la vita in rosa, in principio non le crediamo, ma di fatto vogliamo crederle, per poter usare con soddisfazione l’oggetto che abbiamo acquistato.
Ecco, credo che la grande idea terapeutica del reaganismo sia stata questa: “Voi vi sentite frustrati e non sapete più come usare l’oggetto America, ebbene, venite da noi perché noi sappiamo come convincervi non solo che esso funziona bene, ma anche voi l’amate moltissimo e ne siete fieri”. Questo progetto, acquistare una superficie riconosciuta come tale, per poter godere nel crederla una cosa profonda, sembra fatto su misura per l’America consumistica delle piccole e grandi città del Midwest e del Centro, anche se appare ingenua dal punto di vista degli intellettuali di New York o San Francisco. Ma siccome quella che prevale nella pubblicità è l’immagine di questa America “centrale” e non costiera, ciò che viene offerto è consumabile anche dagli emarginati del Bronx, dai sanguemisti non ancora integrati che vivono con un sussidio di disoccupazione che, dice Mondale, Reagan prima o poi taglierà, e che sanno a malapena cavarsela con un centinaio di vocaboli inglesi. Anch’essi, incominciarono a pensare che convincersi di essere patriottici è bello.
Intanto, curiosamente, se si segue il movimento quasi tellurico degli scaffali nelle librerie, l’America non è mai stata meno americana e americocentrica. La cultura viene sempre più invasa da modelli francesi, tedeschi, persino italiani. Mai la cultura americana è stata così poco insulare e più aperta alla storia europea, ai modelli di pensiero che una volta venivano respinti come fumosi, speculativi, metafisici. Ma in superficie è diverso. E in un paese in cui l’inconscio collettivo è fatto di superfici, che questo nuovo patriottismo non sorga dal profondo, ma sia un effetto epidermico, che non sia orgoglio di qualcosa, ma orgoglio di orgoglio, non è rassicurante. Diverso dai nazionalismi storici europei. Diverso dal sentimento profondo del nuovo mondo che animava pionieri ed emigranti, è una nuova conformazione ideologica, effetto di linguaggio, il cui peso come forza reale andrà misurata negli anni a venire.