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La conquista dei diritti

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 ottobre 2020 su La Repubblica. Tutte le campagne hanno contribuito a creare nuovi standard nei diritti civili Così si rafforza la democrazia.
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Quando Franklin Delano Roosevelt, il più popolare presidente democratico della storia Usa, venne eletto (per la prima volta) nel 1932 ottenne solo il 23 per cento del voto degli afroamericani. Fino dai tempi della sanguinosa (un milione di morti) Guerra Civile (1861-1865) il voto di quelli che venivano chiamati con disprezzo “negroes” era andato in grande maggioranza ai candidati repubblicani, nel nome di Abraham Lincoln, il presidente che aveva abolito la schiavitù e dato una prima (e parziale) libertà a milioni di esseri umani da un secolo in catene nel Nuovo Mondo.

Ci vollero quattro anni, il New Deal, i programmi sociali per risollevare l’America dalla Grande Depressione e le politiche di sostegno alla comunità nera, perché Roosevelt riuscisse a conquistare una bella fetta (71 per cento) dell’elettorato afroamericano. Quello che non gli riuscì – in 13 anni alla Casa Bianca – fu cambiare il volto (e gli …
Quando Franklin Delano Roosevelt, il più popolare presidente democratico della storia Usa, venne eletto (per la prima volta) nel 1932 ottenne solo il 23 per cento del voto degli afroamericani. Fino dai tempi della sanguinosa (un milione di morti) Guerra Civile (1861-1865) il voto di quelli che venivano chiamati con disprezzo “negroes” era andato in grande maggioranza ai candidati repubblicani, nel nome di Abraham Lincoln, il presidente che aveva abolito la schiavitù e dato una prima (e parziale) libertà a milioni di esseri umani da un secolo in catene nel Nuovo Mondo.

Ci vollero quattro anni, il New Deal, i programmi sociali per risollevare l’America dalla Grande Depressione e le politiche di sostegno alla comunità nera, perché Roosevelt riuscisse a conquistare una bella fetta (71 per cento) dell’elettorato afroamericano. Quello che non gli riuscì – in 13 anni alla Casa Bianca – fu cambiare il volto (e gli uomini) del suo partito negli Stati del Sud: dove Governatori, senatori e deputati al Congresso, giudici e sceriffi democratici restavano profondamente razzisti. Dovranno passare altri vent’anni, l’assassinio di John F. Kennedy, le grandi marce organizzate dai leader neri e l’arrivo di un presidente texano perché l’America democratica prendesse coscienza, anche nel Sud, del valore universale dei diritti civili.

Grazie a Lyndon B. Johnson e alle sue leggi sulla discriminazione razziale, dagli anni Sessanta l’elettorato afroamericano è diventato in grande maggioranza democratico. Dal dopoguerra ad oggi tutte le campagne per la Casa Bianca hanno contribuito a creare nuovi standard nei diritti civili, rafforzando la democrazia Usa e rendendo gli Stati Uniti uno dei paesi dove più si è discusso (e legiferato) anche su temi come il ruolo delle donne, i matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’istruzione e la libertà religiosa.
Furono i ‘veterani neri’, tornati dai campi di battaglia dell’Europa e del Pacifico, a convincere Harry Truman ad inserire il tema dei diritti nel programma con cui sarebbe stato rieletto nel 1948. Grazie all’Executive Order 9981, che diede il via all’integrazione razziale tra i militari e nelle diverse agenzie federali, resistendo alle pressioni dei Governatori democratici del Sud e con un appello pre-elettorale (“il governo ha l’obbligo di controllare che i diritti civili di ogni cittadino siano pienamente ed equamente protetti”) vinse di un soffio, impostando i primi anni di Guerra Fredda.

Nel 1952 la Casa Bianca torna in mano al Grand Old Party grazie a un eroe di guerra, il generale Dwight D. Eisenhower. Nelle intenzioni dei vertici del Gop, la sua candidatura serviva a conquistare il Sud, visto che il suo avversario Adlai Stevenson era un liberal inviso ai democratici razzisti. Ike ottenne una delle più grandi vittorie della storia (55,2 a 44,3; 442 voti elettorali contro i miseri 89 del rivale). Il Solid South votò invece per Stevenson che vinse solo in Alabama, Arkansas, Georgia, Kentucky, Louisiana, Mississippi, North Carolina, South Carolina e West Virginia. C’era una motivazione: Eisenhower aveva promesso di mettere al bando la segregazione razziale nelle scuole pubbliche, cosa che avvenne durante la sua presidenza con una storica sentenza della Corte Suprema guidata da Earl Warren.

Nel 1960 John F. Kennedy sconfisse di un soffio (e forse anche grazie a qualche broglio della mafia italo-americana che lo appoggiava) il vice di Ike, Richard Nixon. Pur avendo fatto una campagna con grandi promesse sui diritti civili la presidenza Jfk è stata condizionata dalla politica estera (crisi dei missili, fallimento dell’invasione di Cuba alla Baia dei Porci, l’inizio della guerra in Vietnam e la vittoriosa corsa alla Luna contro l’Unione Sovietica). Kennedy tentò, pochi mesi prima di esser ucciso, di varare una legge per eliminare la discriminazione da tutti i luoghi pubblici, ma furono deputati e senatori democratici a bocciarla al Congresso. Sarà il suo vice alla Casa Bianca a riproporla e a mantenere la promessa. Con il Civil Right del 1964 lui è passato alla storia e i democratici hanno perso per la prima volta il Sud. Di Johnson va ricordato anche il piano Big Society per la guerra alla povertà: con importanti cambiamenti al sistema sanitario attraverso la creazione di Medicare, per il nuovo sistema educativo nell’istruzione elementare e secondaria, per i progetti di rinnovamento urbano.

L’eredità di Johnson non ha portato a un’epoca di dominio democratico come il partito aveva sperato. Al contrario, ha posto le basi per la rinascita repubblicana, catapultano Richard Nixon alla presidenza con il suo programma di ‘Law&Order’ nel 1968. Il presidente che sarà travolto dal Watergate, mise in piedi una ‘Southern Strategy’ che ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, funziona. Sui diritti civili vengono abbandonati gli elettori afroamericani a favore dei conservatori bianchi, sfruttando l’insoddisfazione per le politiche razziali di Johnson. Nixon e il suo team hanno cambiato il volto del Grand Old Party, rendendolo più vitale e mettendo le basi per quella ‘nuova maggioranza’ che avrebbe fatto le fortune di Ronald Reagan negli anni Ottanta. Lasciati perdere i diritti civili, i candidati repubblicani si sono concentrati sui temi cari alla classe media: economia, sicurezza, istruzione. E la nuova coalizione repubblicana dopo aver spinto Nixon ha portato alla Casa Bianca Reagan, George H.W. Bush e George W. Bush. Solo due candidati democratici sono riusciti a spezzare la serie di vittorie del Gop: Jimmy Carter e Bill Clinton, uomini del Sud ed espressione di un nuovo moderatismo democratico.

Per oltre venti anni la questione razziale nelle campagne presidenziali venne accantonata. I neri disertavano sempre di più le urne, le donne (come le ‘Soccer Moms”, decisive nella seconda vittoria di Clinton) erano adesso l’elettorato da corteggiare. Nelle prime sfide del nuovo secolo per la Casa Bianca, segnate dal terrorismo dell’11 settembre 2001, i repubblicani si sono concentrati sui militari, sugli evangelisti, sulle nuove forme di patriottismo del Tea Party. I democratici hanno scoperto la forza degli studenti dei College, del movimento Lgbt e hanno fatto dell’ambiente un tema di punta.
Il resto è storia recente. Il duplice trionfo di Obama, che porta alle urne milioni di neri che non avevano mai votato, la crisi della classe media e dei bianchi, il nuovo elettorato ispanico favorevole ai democratici, la vittoria a sorpresa di Trump e della sua ‘America bianca’. E in questo drammatico 2020, la questione razziale e i diritti civili diventano di nuovo decisivi.