La gran rivolta del ceto medio
di VITTORIO ZUCCONIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 7 ottobre 1992 su La Repubblica.
Nelle regioni colpite dalla crisi i disoccupati che votarono il presidente ora gli voltano le spalle: nell’Ohio un elettore dice: “Voterei per Attila pur di non vedere più Bush”.
La folla di 30 mila accorsi per vedere il futuro si disperde lentamente, di malavoglia, dal grande prato dell’Università dell’Ohio in mezzo ai platani già arrossati dall’autunno e al fumo dei falò accesi con le foto e i poster politici di Bush incendiati. Sono le 6 di sera in questo pezzo di Midwest industriale, lungo la valle del fiume Ohio che per cent’anni aveva fornito il ferro e l’acciaio per vincere due Guerre Mondiali e una Guerra Fredda e ora produce il cuore più nero e disperato della Grande Recessione americana. “Burn baby burn”, brucia tesoro brucia, gridano quando un altro cartello per Bush finisce nel falò, e la vendetta simbolica si consuma in attesa della vendetta elettorale del 3 novembre. L’odio per l’establishment politico, per il potere, per la capitale lontana e corrotta fa lacrimare gli occhi, come il fumo. Da queste parti, i disoccupati statistici sono il 15%, il doppio della…
La folla di 30 mila accorsi per vedere il futuro si disperde lentamente, di malavoglia, dal grande prato dell’Università dell’Ohio in mezzo ai platani già arrossati dall’autunno e al fumo dei falò accesi con le foto e i poster politici di Bush incendiati. Sono le 6 di sera in questo pezzo di Midwest industriale, lungo la valle del fiume Ohio che per cent’anni aveva fornito il ferro e l’acciaio per vincere due Guerre Mondiali e una Guerra Fredda e ora produce il cuore più nero e disperato della Grande Recessione americana. “Burn baby burn”, brucia tesoro brucia, gridano quando un altro cartello per Bush finisce nel falò, e la vendetta simbolica si consuma in attesa della vendetta elettorale del 3 novembre. L’odio per l’establishment politico, per il potere, per la capitale lontana e corrotta fa lacrimare gli occhi, come il fumo. Da queste parti, i disoccupati statistici sono il 15%, il doppio della media nazionale, ma la realtà è anche peggiore. Un terzo dei 30 mila che si erano raccolti dall’alba per ascoltare il governatore Bill Clinton e vedere in faccia il possibile nuovo Presidente sono disoccupati, mi dice uno degli organizzatori del comizio.
La metà degli studenti non riuscirà a finire l’università, e solo un decimo di loro ha un posto adeguato che li aspetta. “Se il Presidente della Recessione arrivasse qui, rischierebbe le bastonate”, mi spiega calmo un omone con la casacca argento e nera della “UAW”, il sindacato dei metalmeccanici. Ma pure questo Clinton che andava a Mosca con le guide del Kgb, lo provoco io... “Fuck the Kgb”, mi fa torvo l’omone, in c.. al Kgb, e, già che ci siamo, pure, ‘fuck Bush’ , aggiunge. Eppure, in queste regioni d’America, nelle valli della siderurgia moribonda e delle manifatture al tramonto, Reagan aveva stravinto per due volte e Bush per una. I 30 mila che ora vedo spaccare i cartelli di compensato e di cartone pesante sulla testa dei dimostranti per Bush sono gli stessi che lo avevano fatto presidente e avevano dato alla partitocrazia repubblicana la sua base. La “Rivoluzione Conservatrice” era nata qui e qui sta morendo. La rabbia che ho trovato girando l’America dietro Bill Clinton fra gli operai disoccupati o spaventati, la furia di donne esasperate dal finto tradizionalismo di un Presidente che esalta la famiglia nei comizi ma poi proibisce la concessione di “permessi di maternità” alle madri, la disperazione di studenti parcheggiati in grandi università che producono lauree ma non più impieghi, sono più che verità aneddotiche sulle elezioni 1992.
Sono la ruggine che ha corroso all’interno la macchina del potere repubblicano e ha fatto di quel George Bush, che sembrava imbattibile all’estero, un uomo costretto a una rimonta disperata e difficilissima. Sono stato con Clinton, il 46enne governatore dell’Arkansas che sembra destinato a rimpiazzarlo, nel Midwest della grande crisi industriale (centomila posti di lavoro in meno nel solo mese di agosto) e nella catastrofe urbana di Newark, la città alle porte di New York divorata dalla miseria e dalle rivolta razziali. L’ho ascoltato parlare ai piccoli commercianti dei sobborghi ricchi di una località chiamata Clinton alla porte di Washington (Clinton parla a Clinton, che trovata) e agli studenti che pagano milioni di retta e finiranno a vendere hamburger se le cose non cambiano. Ho visitato con lui una fabbrica di salsicce nel New Jersey e una azienda agricola nel Wisconsin gran produttore di formaggi. E la conclusione è una sola.
Il voto per Clinton, e la maggioranza che i sondaggi gli attribuiscono finora, sono un voto contro Bush, un referendum di collera e di disinganno contro il “Do Nothing President”, il Presidente del Far Nulla, il “Chicken George”, George il pollo freddo, contro il “Presidente del Mondo” che si era dimenticato del suo mondo. E se l’inferno non conosce furia come quella di una donna scornata, la politica non conosce vendetta come quella di un elettore menato per il naso troppo a lungo. “Sul letto di morte - mi ripete Joe “the Welder” Tarantino, Joe il saldatore, a Toledo, nell’Ohio, patria di pese e bilance - mio padre mi aveva fatto giurare di votare sempre per i Democratici e io non gli ho dato retta. Ho votato per Reagan e poi per questo buffone di Bush nel 1988 e sei mesi fa ho perso il lavoro. Mai più, papa, mai più”, finisce dicendo proprio “pàpa”, con l’accento sulla prima “a” come fanno gli italoamericani. Gli economisti e gli esperti sanno bene che la recessione non è tutta colpa di Bush, ma la politica segue altre regole.
Nella fabbrica di salsicce, che è meglio non visitare (“non bisognerebbe mai assistere a come si fanno le leggi e le salsicce”, dice il saggio) incontro un ingegnere elettronico laureato al California Tech, il miglior politecnico d’America, costretto a insaccare porcelli tritati per 6 dollari, settemila lire l’ora. “Voterei per Attila pur di non vedere più la faccia di Bush”. Ma dove sono finiti il Kuwait, il muro di Berlino, il Bush d’Arabia? Ma come può davvero un Paese pensare di licenziare l’esperto condottiero che da decenni bazzica e manovra nelle stanze del potere Usa e preferirgli un quarantenne inesperto come Clinton o addirittura flirtare con un miliardario stizzoso ed egocentrico come Ross Perot, lo stridulo pappagallino con le orecchie a sventola? La risposta è semplice: le elezioni non si perdono con i trattati di pace, si vincono e si perdono con il portafoglio e Bush è visto oggi come la minaccia maggiore al portafogli degli americani.
Il giovane dell’Arkansas che gioca al Kennedy di paese per l’anno 2000 ha i suoi evidenti limiti di carisma, le sue esasperanti vaghezze demagogiche: programmi generosi per la salute pubblica e la scuola che non si capisce come verranno pagati. Stangate fiscali riservate ai ricchi oltre i 200 milioni di reddito che non serviranno a nulla e dovranno scendere ai redditi inferiori. Corteggiamenti protezionistici per titillare insieme i sindacati operai e i loro padroni. Garanzie di libero aborto in libero stato per il voto femminile. Molte, piacevoli parole che è molto difficile riassumere in un programma coerente, figuriamoci per i saldatori e gli insaccatori di salami. Ma i programmi e le promesse non sono altro che generici prologhi alla sola frase che le folle vengono per ascoltare da Clinton: “Go away, Mr Bush, just go away”. Vattene Bush, sciò sciò, vattene. Semplicistico, certo, e dunque efficace. Come semplicistica, e obbligata, è la contro-strategia del Presidente che non tenta neppure più di difendere la sua amministrazione e ha rinunciato alla retorica militar-diplomatica che aumentava soltanto l’irritazione di elettori disoccupati ai quali della pace in Palestina o della libera stampa a Mosca non importa nulla. Tutto quel che Bush può fare è dipingere a fosche tinte il carattere e la personalità di Clinton, falso, bugiardo, esattore fiscale.
È la strategia della demonizzazione già tentata e fallita in Italia contro le Leghe. È il tentativo di trasformare, lanciando fango, il voto in una scelta fra la nausea del vecchio e la paura del nuovo, nella speranza che vinca, come nell’Inghilterra di Major, la paura. Non ho incontrato folle oceaniche o in estasi per Clinton, lungo le strade della Grande Recessione americana. Non ho sentito, soprattutto fra le donne - le importantissime donne di tutte le elezioni - quel trasporto che avvertii seguendo Ronald Reagan e fra gli uomini quella rabbiosa affezione per lo “sporco” Nixon. Clinton è la rassegnazione di un ciclo storico della rivolta di destra in America, arrivato al tramonto nella figura grigia di un uomo senza carisma e senza idee come Bush. Alle porte di Newark, la città fantasma sventrata dalle grandi rivolte razziali e dal crimine, ho seguito Clinton fra una piccola folla di neri venuti a sentirlo parlare e a tributargli freddi applausi. I neri voteranno per lui, perché hanno anche meno scelte dei bianchi, e una madre grassa e lucida in “fuso” aderenti gli ha allungato sopra la folla la bambina con i nastrini alle trecce fitte e crespe, come un manifesto: “Governor, che cosa farà per lei quando sarà grande?”, gli ha chiesto brusca. “Tutto quello che posso”, ha risposto Clinton. “Un altro ‘white turkey’”, un altro inutile tacchino bianco, ha sospirato la madre scuotendo la testa. “E’ vero, sister - le ha risposto una voce tra i volti neri - ma è sempre meglio un tacchino che lo squalo bianco Bush”.
La metà degli studenti non riuscirà a finire l’università, e solo un decimo di loro ha un posto adeguato che li aspetta. “Se il Presidente della Recessione arrivasse qui, rischierebbe le bastonate”, mi spiega calmo un omone con la casacca argento e nera della “UAW”, il sindacato dei metalmeccanici. Ma pure questo Clinton che andava a Mosca con le guide del Kgb, lo provoco io... “Fuck the Kgb”, mi fa torvo l’omone, in c.. al Kgb, e, già che ci siamo, pure, ‘fuck Bush’ , aggiunge. Eppure, in queste regioni d’America, nelle valli della siderurgia moribonda e delle manifatture al tramonto, Reagan aveva stravinto per due volte e Bush per una. I 30 mila che ora vedo spaccare i cartelli di compensato e di cartone pesante sulla testa dei dimostranti per Bush sono gli stessi che lo avevano fatto presidente e avevano dato alla partitocrazia repubblicana la sua base. La “Rivoluzione Conservatrice” era nata qui e qui sta morendo. La rabbia che ho trovato girando l’America dietro Bill Clinton fra gli operai disoccupati o spaventati, la furia di donne esasperate dal finto tradizionalismo di un Presidente che esalta la famiglia nei comizi ma poi proibisce la concessione di “permessi di maternità” alle madri, la disperazione di studenti parcheggiati in grandi università che producono lauree ma non più impieghi, sono più che verità aneddotiche sulle elezioni 1992.
Sono la ruggine che ha corroso all’interno la macchina del potere repubblicano e ha fatto di quel George Bush, che sembrava imbattibile all’estero, un uomo costretto a una rimonta disperata e difficilissima. Sono stato con Clinton, il 46enne governatore dell’Arkansas che sembra destinato a rimpiazzarlo, nel Midwest della grande crisi industriale (centomila posti di lavoro in meno nel solo mese di agosto) e nella catastrofe urbana di Newark, la città alle porte di New York divorata dalla miseria e dalle rivolta razziali. L’ho ascoltato parlare ai piccoli commercianti dei sobborghi ricchi di una località chiamata Clinton alla porte di Washington (Clinton parla a Clinton, che trovata) e agli studenti che pagano milioni di retta e finiranno a vendere hamburger se le cose non cambiano. Ho visitato con lui una fabbrica di salsicce nel New Jersey e una azienda agricola nel Wisconsin gran produttore di formaggi. E la conclusione è una sola.
Il voto per Clinton, e la maggioranza che i sondaggi gli attribuiscono finora, sono un voto contro Bush, un referendum di collera e di disinganno contro il “Do Nothing President”, il Presidente del Far Nulla, il “Chicken George”, George il pollo freddo, contro il “Presidente del Mondo” che si era dimenticato del suo mondo. E se l’inferno non conosce furia come quella di una donna scornata, la politica non conosce vendetta come quella di un elettore menato per il naso troppo a lungo. “Sul letto di morte - mi ripete Joe “the Welder” Tarantino, Joe il saldatore, a Toledo, nell’Ohio, patria di pese e bilance - mio padre mi aveva fatto giurare di votare sempre per i Democratici e io non gli ho dato retta. Ho votato per Reagan e poi per questo buffone di Bush nel 1988 e sei mesi fa ho perso il lavoro. Mai più, papa, mai più”, finisce dicendo proprio “pàpa”, con l’accento sulla prima “a” come fanno gli italoamericani. Gli economisti e gli esperti sanno bene che la recessione non è tutta colpa di Bush, ma la politica segue altre regole.
Nella fabbrica di salsicce, che è meglio non visitare (“non bisognerebbe mai assistere a come si fanno le leggi e le salsicce”, dice il saggio) incontro un ingegnere elettronico laureato al California Tech, il miglior politecnico d’America, costretto a insaccare porcelli tritati per 6 dollari, settemila lire l’ora. “Voterei per Attila pur di non vedere più la faccia di Bush”. Ma dove sono finiti il Kuwait, il muro di Berlino, il Bush d’Arabia? Ma come può davvero un Paese pensare di licenziare l’esperto condottiero che da decenni bazzica e manovra nelle stanze del potere Usa e preferirgli un quarantenne inesperto come Clinton o addirittura flirtare con un miliardario stizzoso ed egocentrico come Ross Perot, lo stridulo pappagallino con le orecchie a sventola? La risposta è semplice: le elezioni non si perdono con i trattati di pace, si vincono e si perdono con il portafoglio e Bush è visto oggi come la minaccia maggiore al portafogli degli americani.
Il giovane dell’Arkansas che gioca al Kennedy di paese per l’anno 2000 ha i suoi evidenti limiti di carisma, le sue esasperanti vaghezze demagogiche: programmi generosi per la salute pubblica e la scuola che non si capisce come verranno pagati. Stangate fiscali riservate ai ricchi oltre i 200 milioni di reddito che non serviranno a nulla e dovranno scendere ai redditi inferiori. Corteggiamenti protezionistici per titillare insieme i sindacati operai e i loro padroni. Garanzie di libero aborto in libero stato per il voto femminile. Molte, piacevoli parole che è molto difficile riassumere in un programma coerente, figuriamoci per i saldatori e gli insaccatori di salami. Ma i programmi e le promesse non sono altro che generici prologhi alla sola frase che le folle vengono per ascoltare da Clinton: “Go away, Mr Bush, just go away”. Vattene Bush, sciò sciò, vattene. Semplicistico, certo, e dunque efficace. Come semplicistica, e obbligata, è la contro-strategia del Presidente che non tenta neppure più di difendere la sua amministrazione e ha rinunciato alla retorica militar-diplomatica che aumentava soltanto l’irritazione di elettori disoccupati ai quali della pace in Palestina o della libera stampa a Mosca non importa nulla. Tutto quel che Bush può fare è dipingere a fosche tinte il carattere e la personalità di Clinton, falso, bugiardo, esattore fiscale.
È la strategia della demonizzazione già tentata e fallita in Italia contro le Leghe. È il tentativo di trasformare, lanciando fango, il voto in una scelta fra la nausea del vecchio e la paura del nuovo, nella speranza che vinca, come nell’Inghilterra di Major, la paura. Non ho incontrato folle oceaniche o in estasi per Clinton, lungo le strade della Grande Recessione americana. Non ho sentito, soprattutto fra le donne - le importantissime donne di tutte le elezioni - quel trasporto che avvertii seguendo Ronald Reagan e fra gli uomini quella rabbiosa affezione per lo “sporco” Nixon. Clinton è la rassegnazione di un ciclo storico della rivolta di destra in America, arrivato al tramonto nella figura grigia di un uomo senza carisma e senza idee come Bush. Alle porte di Newark, la città fantasma sventrata dalle grandi rivolte razziali e dal crimine, ho seguito Clinton fra una piccola folla di neri venuti a sentirlo parlare e a tributargli freddi applausi. I neri voteranno per lui, perché hanno anche meno scelte dei bianchi, e una madre grassa e lucida in “fuso” aderenti gli ha allungato sopra la folla la bambina con i nastrini alle trecce fitte e crespe, come un manifesto: “Governor, che cosa farà per lei quando sarà grande?”, gli ha chiesto brusca. “Tutto quello che posso”, ha risposto Clinton. “Un altro ‘white turkey’”, un altro inutile tacchino bianco, ha sospirato la madre scuotendo la testa. “E’ vero, sister - le ha risposto una voce tra i volti neri - ma è sempre meglio un tacchino che lo squalo bianco Bush”.