La grande corsa
di MAURIZIO MOLINARIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti
Le elezioni presidenziali americani sono la più grande, imprevedibile e spettacolare sfida politica che si celebra in un Paese democratico. I motivi sono l’estensione di un territorio continentale, un sistema elettorale che esalta il ruolo e le diversità fra i 50 Stati dell’Unione, l’enorme necessità di risorse umane ed economiche per poter prevalere, la spietata competizione fra i candidati tanto alle primarie che nella fase finale e la posta in palio ovvero non solo la guida della nazione più prospera e potente del Pianeta ma anche la “leadership del mondo libero” per il valore che gli Stati Uniti continuano ad avere sulla scena internazionale.
Tutto inizia quando i Padri Fondatori degli Stati Uniti creano un sistema elettorale che, per lasciarsi alle spalle le tradizioni monarchiche della Gran Bretagna, assegna al popolo “il potere e la responsabilità di scegliere i suoi leader”. L’articolo 2, sezio…
Tutto inizia quando i Padri Fondatori degli Stati Uniti creano un sistema elettorale che, per lasciarsi alle spalle le tradizioni monarchiche della Gran Bretagna, assegna al popolo “il potere e la responsabilità di scegliere i suoi leader”. L’articolo 2, sezio…
Le elezioni presidenziali americani sono la più grande, imprevedibile e spettacolare sfida politica che si celebra in un Paese democratico. I motivi sono l’estensione di un territorio continentale, un sistema elettorale che esalta il ruolo e le diversità fra i 50 Stati dell’Unione, l’enorme necessità di risorse umane ed economiche per poter prevalere, la spietata competizione fra i candidati tanto alle primarie che nella fase finale e la posta in palio ovvero non solo la guida della nazione più prospera e potente del Pianeta ma anche la “leadership del mondo libero” per il valore che gli Stati Uniti continuano ad avere sulla scena internazionale.
Tutto inizia quando i Padri Fondatori degli Stati Uniti creano un sistema elettorale che, per lasciarsi alle spalle le tradizioni monarchiche della Gran Bretagna, assegna al popolo “il potere e la responsabilità di scegliere i suoi leader”. L’articolo 2, sezione 1, della Costituzione americana istituisce il potere esecutivo del governo ed è sulla base di questo nuovo ordine che George Washington, il generale protagonista della guerra d’indipendenza, viene eletto primo presidente nel 1789. Allora solo gli uomini bianchi titolari di proprietà potevano votare ma gli emendamenti 15, 19 e 26 alla Costituzione estendono progressivamente tale diritto nel corso dei decenni fino a garantirlo a tutti i cittadini che hanno compiuto i 18 anni. Le presidenziali si svolgono ogni quattro anni, nell’Election Day che cade il primo martedì di novembre, al termine di una stagione elettorale quasi sempre infuocata, teatro di sfide spietate, conteggi all’ultimo voto e colpi bassi che hanno fatto la storia della politica e della comunicazione, non solo in America. Ogni sfida presidenziale è una partita a sé, emozionante ed irripetibile: dalla scelta dei candidati di scendere in campo alle primarie degli opposti partiti, dalle Convention all’assegnazione della nomination, dai dibattiti fra i candidati nella fase finale alla corsa per l’attesa per la “sorpresa d’ottobre” fino all’Election Night. Passando attraverso una campagna elettorale che obbliga i candidati a misurarsi con ognuno dei 50 Stati dosando sforzi fisici, piani logistici e investimenti finanziari in una gigantesca operazione elettorale che spesso genera modelli politici innovativi con conseguenze in tutto il mondo democratico.
Dal 1789 ad oggi ogni elezione presidenziale, terminata con un voto a valanga o segnata da un margine assai ristretto di suffragi, ha cambiato l’America. Perché chi si candida lo fa con lo spirito di pionieri, esploratori e coloni che descrive l’animo della nazione: per innovare, non per conservare. La prima volta di George Washington si svolge senza avversario con lui che esita fino all’ultimo a candidarsi, rompendo la riserva solo quando Alexander Hamilton lo convince che sarebbe stato disonorevole non guidare la nazione che aveva appena reso indipendente dalla Corona britannica.
La prima vera sfida avviene nel 1796, dopo la scelta di Washington di non ricandidarsi per un terzo termine che segna lo spartiacque fra monarchia e democrazia, quando il confronto è fra il federalista Adams e il repubblicano Thomas Jefferson. I repubblicani chiedono “più democrazia”, accusando i federalisti di “tentazioni monarchiche” ma vengono a loro volta tacciati di essere dei “giacobini” violenti come i seguaci francesi di Maximilien Robespierre che amavano usare la ghigliottina. Vince Adams, con una differenza esigua, e Jefferson diventa vicepresidente ma nel 1800 il duello si ripete ed ha esito opposto. È la prima volta che, dell’indipendenza, avviene una pacifica transizione dei poteri fra partiti rivali e ciò si accompagna ad un collasso del sistema elettorale che tradisce la complessità della raccolta dei voti in un territorio già allora molto esteso. Nel 1812 si vota addirittura in tempo di guerra – nel bel mezzo del conflitto contro gli inglesi che vedrà bruciare anche la Casa Bianca a Washington – e nel 1828 il democratico Andrew Jackson vince a valanga contro il repubblicano John Quincy Adams dopo aver guidato una campagna aggressiva basata sulla rivolta del “popolo” contro le “élite del New England” che fino a quel momento avevano sempre guidato la giovane Repubblica.
Nel 1860 il repubblicano Abramo Lincoln si candida con il dichiarato intento di smantellare la schiavitù: vince per 400 mila preferenze di differenza grazie al blocco degli Stati del Nord mentre il Sud premia Stephen Douglas. Sono i prodromi della sanguinosa Guerra Civile fra Unione e Confederazione. Quattro anni dopo Lincoln si afferma ancora ma il 14 aprile 1865 viene assassinato. L’eroe di guerra Ulysses Grant entra alla Casa Bianca nel 1868 e si dedica alla ricostruzione dell’America come farà, quattro decenni dopo, Theodore Roosevelt, che sarà poi umiliato nel 1912 dal democratico Woodrow Wilson. La sfida Roosevelt-Wilson inaugura nel Novecento i duelli dove il nome e le idee del candidato coincidono con l’identità del partito, fino quasi ad annullarlo. È una battaglia democratica che ha in palio un ruolo presidenziale che, in un’Unione tanto estesa, assomiglia ad una monarchia: nasce così l’interpretazione della Casa Bianca come sede e simbolo di una “monarchia democratica”, sostenuta da emblemi, riti e cerimonie che si richiamano spesso esplicitamente all’eredità politica britannica.
L’entrata degli Stati Uniti nella Prima a Guerra Mondiale, decisiva per la sconfitta degli Imperi centrali, e la seguente nascita della Società delle Nazioni – voluta da Wilson – attirano l’attenzione dei cittadini europei sul modello presidenziale americano. Ma sono le elezioni del 1932 il vero evento spartiacque nel rapporto fra Stati Uniti ed Europa perché l’affermazione dì Franklin Delano Roosevelt su Herbert Hoover nel terzo anno della Grande Depressione non apre solo la strada al New Deal ma fa cadere anche le severe limitazioni che i presidenti repubblicani precedenti, Coolidge e Hoover, avevano imposto all’arrivo di immigrati dall’estero. La Seconda Guerra Mondiale trasforma Roosevelt in uno dei leader della liberazione dal nazifascismo ma i suoi quattro mandati presidenziali sono un’eccezione che non si ripeterà. Il risultato a sorpresa segna il duello fra il successore di FDR, Harry Truman, e lo sfidante Thomas Dewey: l’America va a dormire pensando che il repubblicano abbia vinto ma la conta dei voti nella notte rovescia il risultato. Non è solo la prova che “non è finita finché non è finita” – il motto del grande campione di baseball italiano-americano Yogi Berra – ma fa capire che siamo entrati in una nuova stagione della politica dove l’aumento dei votati e i sistemi di conteggio generano dinamiche mozzafiato. Che aumentano suspance e fascino della competizione.
Nel 1960 la sfida fra John Kennedy e Richard Nixon passa per il primo duello tv che ipnotizza il Paese e contribuisce a far dilagare la popolarità del giovane candidato sognatore democratico contrapposto ad un conservatore troppo austero. Kennedy vince con 303 voti elettorali contro 219 – assegnati dagli Stati sulla base della loro popolazione – e diventa il primo cattolico a sedersi nello Studio Ovale. Lo stile, i messaggi ed anche la famiglia di Kennedy – la moglie Jacqueline e i figli – impongono nella comunicazione politica il modello positivo di un giovane leader capace di indicare alla nazione un nuovo orizzonte. A dispetto degli scandali che segneranno i Kennedy e del drammatico assassinio di Dallas nel 1963, questa caratteristica di Kennedy costituisce un metro con il quale ogni candidato alla Casa Bianca dovrà da quel momento in avanti confrontarsi. Così come il ritorno di Nixon, che nel 1968 si ricandida e vince contro a Hubert Humphrey descrive il carattere granitico, roccioso di un leader conservatore che si risolleva, cambia la mappa elettorale del Paese – strappando ai democratici gli Stati del Sud – chiude la guerra in Vietnam ereditata da Lyndon B. Johnson, inaugura i rapporti con la Cina di Mao e viene rieletto nel 1972 con i voto a valanga con McGovern prima di essere travolto dallo scandalo del Watergate.
Nel 1976 Jimmy Carter vince contro Gerald Ford, ex vice di Nixon, in un’elezione segnata dalla volontà dell’America di liberarsi di quanto resta dei fantasmi del Watergate ma quattro anni dopo lo scenario è rovesciato perché i repubblicani si affidano a un candidato non politico, un ex attore che viene dalla California, che con il suo stile franco, immediato e la sua grande capacità di comunicare dominerà gli anni Ottanta: Ronald Reagan è un conservatore che promette taglio delle tasse e sfida apertamente l’Urss. Una ricetta che pone le premesse del boom economico e della vittoria dell’Occidente nella guerra fredda, creando una nuova tipologia di elettori, i “Reagan’s Democrats” che lasciano un partito democratico scivolato troppo a sinistra. La stagione di Reagan dura tre mandati presidenziali perché dopo la sua rielezione, nel 1988, è il vice George H. W. Bush ad essere eletto sconfiggendo il democratico Michael Dukakis in una della campagne più aggressive avvenute fino a quel momento. Dukakis, governatore del Massachussetts, fino all’estate è in ampio vantaggio su Bush ma la campagna repubblica spulcia nei suoi precedenti politici, fino ai minimi termini, e scopre che grazie ad una sua decisione uscì da prigione un afroamericano che avrebbe poi commesso una grave violenza contro una donna bianca. È questo singolo episodio che il team di Bush riesce a trasformare in una clava contro Dukakis con una campagna di spot tv che, con micidiale efficacia, demoliscono la credibilità nazionale del governatore democratico spianando la strada ad una vittoria con oltre 7 milioni di voti di scarto. Quattro anni dopo, Bush padre è il presidente Usa che formalmente ha vinto la Guerra Fredda – l’Urss si dissolve nel 1991 – e libera il Kuwait dall’invasione delle truppe del dittatore iracheno Saddam Hussein guidando una grande coalizione internazionale legittimata dall’Onu, ma i successi in politica estera si infrangono sull’attesa che gli elettori hanno per nuovi volti. A trarne vantaggio è Bill Clinton, il giovane governatore dell’Arkansas, che si giova anche della candidatura dell’indipendente Ross Perot perché porta via ai repubblicani voti preziosi. La stagione dei Clinton, Bill e la First Lady Hillary, è una delle più lunghe e controverse della politica americana: lui viene rieletto e supera indenne l’impeachment per il Sexgate, lei diventa senatrice di New York e quindi protagonista di due formidabili campagne elettorali – le primarie democratiche 2008 e le nazionali nel 2016 – che si infrangono contro Barack Obama e Donald Trump consegnandole però il merito di aver sdoganato il principio che una donna può essere eletta presidente degli Stati Uniti. Nel 2000 è George W. Bush, figlio di George H. W. Bush, che sfida Al Gore, già vicepresidente di Clinton, in un duello che evoca lo scontro fra le due più tradizionali dinastie rivali.
Le famiglie dei Bush e dei Clinton rappresentano idee opposte dell’America, si scontrano senza risparmiare risorse, inaugurando una stagione di contrapposizione ideologica che avvicina gli Stati Uniti alla tipologia di scontri che avvengono in Europa. Il tutto esaltato dal risultato del 2000, quando la presidenza viene assegnata a George W. Bush da un verdetto della Corte Suprema di Washington sulla riconta dei voti contestati in Florida. Considerato “illegittimo” da molti elettori liberal, Bush si trova davanti alla sfida degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro Washington e New York, guida la nazione nell’imprevista sfida globale ad Al Qaeda e nel 2004 ottiene la rielezione contro lo sfidante democratico John Kerry in maniera quasi analoga a Truman contro Dewey perché per lunghe ore teme di essere battuto.
Nel 2008 Obama invece trionfa facilmente contro John McCain: con “Yes, we can” l’America trova il sogno del primo presidente afroamericana credendo di poter inaugurare la stagione della politica post-razziale. È la genesi di una grande coalizione democratica che quattro anni dopo travolge il repubblicano Mitt Romney – primo mormone candidato alla Casa Bianca – ma nel 2016 lascia il posto all’esatto opposto: la protesta anti-Washington guidata da Donald Trump che prima travolge i candidati del partito repubblicano nelle primarie e poi sconfigge Hillary nell’Election Day, accompagnato da un uso dei social aggressivo e spregiudicato come mai avvenuto prima. A trionfare sono i messaggi via Twitter, spesso rilanciati dallo stesso Trump, mentre nel 2008 e nel 2012 Obama si era imposto usando Facebook per trasformare gli users in propri elettori. Come il treno fu decisivo per l’elezione di Lincoln e la radio per quella di Franklyn D. Roosevelt così il dibattito tv ha fatto prevalere Kennedy contro Nixon, gli spot tv di Bush padre hanno travolto Dukakis, i gruppi Facebook di Obama hanno umiliato i supporter di McCain e i tweet di Trump hanno messo ko la formidabile compagine di Hillary.La campagna elettorale americana è il palcoscenico delle tecnologie più innovative, come delle idee più ambiziose, perché i contendenti non risparmiano risorse nè sforzi per sconfiggere l’avversario. È un copione che ha segnato anche la sfida che sta per concludersi fra Trump e Joe Biden, nella cornice senza precedenti di un’America ferita dalla pandemia Covid, segnata dalle violenze razziali, sfidata a livello globale dalla Cina e teatro di uno scontro politicamente brutale a cui il mondo intero guarda per sapere, una volta ancora, cosa ci aspetta nei prossimi quattro anni.
Perché la politica della nazione più potente del mondo ha ritmi travolgenti e regole rigide: chi vince è obbligato in fretta a dimostrare ciò che sa fare ai livelli più competitivi perché l’appuntamento con la rielezione è dietro l’angolo.
Tutto inizia quando i Padri Fondatori degli Stati Uniti creano un sistema elettorale che, per lasciarsi alle spalle le tradizioni monarchiche della Gran Bretagna, assegna al popolo “il potere e la responsabilità di scegliere i suoi leader”. L’articolo 2, sezione 1, della Costituzione americana istituisce il potere esecutivo del governo ed è sulla base di questo nuovo ordine che George Washington, il generale protagonista della guerra d’indipendenza, viene eletto primo presidente nel 1789. Allora solo gli uomini bianchi titolari di proprietà potevano votare ma gli emendamenti 15, 19 e 26 alla Costituzione estendono progressivamente tale diritto nel corso dei decenni fino a garantirlo a tutti i cittadini che hanno compiuto i 18 anni. Le presidenziali si svolgono ogni quattro anni, nell’Election Day che cade il primo martedì di novembre, al termine di una stagione elettorale quasi sempre infuocata, teatro di sfide spietate, conteggi all’ultimo voto e colpi bassi che hanno fatto la storia della politica e della comunicazione, non solo in America. Ogni sfida presidenziale è una partita a sé, emozionante ed irripetibile: dalla scelta dei candidati di scendere in campo alle primarie degli opposti partiti, dalle Convention all’assegnazione della nomination, dai dibattiti fra i candidati nella fase finale alla corsa per l’attesa per la “sorpresa d’ottobre” fino all’Election Night. Passando attraverso una campagna elettorale che obbliga i candidati a misurarsi con ognuno dei 50 Stati dosando sforzi fisici, piani logistici e investimenti finanziari in una gigantesca operazione elettorale che spesso genera modelli politici innovativi con conseguenze in tutto il mondo democratico.
Dal 1789 ad oggi ogni elezione presidenziale, terminata con un voto a valanga o segnata da un margine assai ristretto di suffragi, ha cambiato l’America. Perché chi si candida lo fa con lo spirito di pionieri, esploratori e coloni che descrive l’animo della nazione: per innovare, non per conservare. La prima volta di George Washington si svolge senza avversario con lui che esita fino all’ultimo a candidarsi, rompendo la riserva solo quando Alexander Hamilton lo convince che sarebbe stato disonorevole non guidare la nazione che aveva appena reso indipendente dalla Corona britannica.
La prima vera sfida avviene nel 1796, dopo la scelta di Washington di non ricandidarsi per un terzo termine che segna lo spartiacque fra monarchia e democrazia, quando il confronto è fra il federalista Adams e il repubblicano Thomas Jefferson. I repubblicani chiedono “più democrazia”, accusando i federalisti di “tentazioni monarchiche” ma vengono a loro volta tacciati di essere dei “giacobini” violenti come i seguaci francesi di Maximilien Robespierre che amavano usare la ghigliottina. Vince Adams, con una differenza esigua, e Jefferson diventa vicepresidente ma nel 1800 il duello si ripete ed ha esito opposto. È la prima volta che, dell’indipendenza, avviene una pacifica transizione dei poteri fra partiti rivali e ciò si accompagna ad un collasso del sistema elettorale che tradisce la complessità della raccolta dei voti in un territorio già allora molto esteso. Nel 1812 si vota addirittura in tempo di guerra – nel bel mezzo del conflitto contro gli inglesi che vedrà bruciare anche la Casa Bianca a Washington – e nel 1828 il democratico Andrew Jackson vince a valanga contro il repubblicano John Quincy Adams dopo aver guidato una campagna aggressiva basata sulla rivolta del “popolo” contro le “élite del New England” che fino a quel momento avevano sempre guidato la giovane Repubblica.
Nel 1860 il repubblicano Abramo Lincoln si candida con il dichiarato intento di smantellare la schiavitù: vince per 400 mila preferenze di differenza grazie al blocco degli Stati del Nord mentre il Sud premia Stephen Douglas. Sono i prodromi della sanguinosa Guerra Civile fra Unione e Confederazione. Quattro anni dopo Lincoln si afferma ancora ma il 14 aprile 1865 viene assassinato. L’eroe di guerra Ulysses Grant entra alla Casa Bianca nel 1868 e si dedica alla ricostruzione dell’America come farà, quattro decenni dopo, Theodore Roosevelt, che sarà poi umiliato nel 1912 dal democratico Woodrow Wilson. La sfida Roosevelt-Wilson inaugura nel Novecento i duelli dove il nome e le idee del candidato coincidono con l’identità del partito, fino quasi ad annullarlo. È una battaglia democratica che ha in palio un ruolo presidenziale che, in un’Unione tanto estesa, assomiglia ad una monarchia: nasce così l’interpretazione della Casa Bianca come sede e simbolo di una “monarchia democratica”, sostenuta da emblemi, riti e cerimonie che si richiamano spesso esplicitamente all’eredità politica britannica.
L’entrata degli Stati Uniti nella Prima a Guerra Mondiale, decisiva per la sconfitta degli Imperi centrali, e la seguente nascita della Società delle Nazioni – voluta da Wilson – attirano l’attenzione dei cittadini europei sul modello presidenziale americano. Ma sono le elezioni del 1932 il vero evento spartiacque nel rapporto fra Stati Uniti ed Europa perché l’affermazione dì Franklin Delano Roosevelt su Herbert Hoover nel terzo anno della Grande Depressione non apre solo la strada al New Deal ma fa cadere anche le severe limitazioni che i presidenti repubblicani precedenti, Coolidge e Hoover, avevano imposto all’arrivo di immigrati dall’estero. La Seconda Guerra Mondiale trasforma Roosevelt in uno dei leader della liberazione dal nazifascismo ma i suoi quattro mandati presidenziali sono un’eccezione che non si ripeterà. Il risultato a sorpresa segna il duello fra il successore di FDR, Harry Truman, e lo sfidante Thomas Dewey: l’America va a dormire pensando che il repubblicano abbia vinto ma la conta dei voti nella notte rovescia il risultato. Non è solo la prova che “non è finita finché non è finita” – il motto del grande campione di baseball italiano-americano Yogi Berra – ma fa capire che siamo entrati in una nuova stagione della politica dove l’aumento dei votati e i sistemi di conteggio generano dinamiche mozzafiato. Che aumentano suspance e fascino della competizione.
Nel 1960 la sfida fra John Kennedy e Richard Nixon passa per il primo duello tv che ipnotizza il Paese e contribuisce a far dilagare la popolarità del giovane candidato sognatore democratico contrapposto ad un conservatore troppo austero. Kennedy vince con 303 voti elettorali contro 219 – assegnati dagli Stati sulla base della loro popolazione – e diventa il primo cattolico a sedersi nello Studio Ovale. Lo stile, i messaggi ed anche la famiglia di Kennedy – la moglie Jacqueline e i figli – impongono nella comunicazione politica il modello positivo di un giovane leader capace di indicare alla nazione un nuovo orizzonte. A dispetto degli scandali che segneranno i Kennedy e del drammatico assassinio di Dallas nel 1963, questa caratteristica di Kennedy costituisce un metro con il quale ogni candidato alla Casa Bianca dovrà da quel momento in avanti confrontarsi. Così come il ritorno di Nixon, che nel 1968 si ricandida e vince contro a Hubert Humphrey descrive il carattere granitico, roccioso di un leader conservatore che si risolleva, cambia la mappa elettorale del Paese – strappando ai democratici gli Stati del Sud – chiude la guerra in Vietnam ereditata da Lyndon B. Johnson, inaugura i rapporti con la Cina di Mao e viene rieletto nel 1972 con i voto a valanga con McGovern prima di essere travolto dallo scandalo del Watergate.
Nel 1976 Jimmy Carter vince contro Gerald Ford, ex vice di Nixon, in un’elezione segnata dalla volontà dell’America di liberarsi di quanto resta dei fantasmi del Watergate ma quattro anni dopo lo scenario è rovesciato perché i repubblicani si affidano a un candidato non politico, un ex attore che viene dalla California, che con il suo stile franco, immediato e la sua grande capacità di comunicare dominerà gli anni Ottanta: Ronald Reagan è un conservatore che promette taglio delle tasse e sfida apertamente l’Urss. Una ricetta che pone le premesse del boom economico e della vittoria dell’Occidente nella guerra fredda, creando una nuova tipologia di elettori, i “Reagan’s Democrats” che lasciano un partito democratico scivolato troppo a sinistra. La stagione di Reagan dura tre mandati presidenziali perché dopo la sua rielezione, nel 1988, è il vice George H. W. Bush ad essere eletto sconfiggendo il democratico Michael Dukakis in una della campagne più aggressive avvenute fino a quel momento. Dukakis, governatore del Massachussetts, fino all’estate è in ampio vantaggio su Bush ma la campagna repubblica spulcia nei suoi precedenti politici, fino ai minimi termini, e scopre che grazie ad una sua decisione uscì da prigione un afroamericano che avrebbe poi commesso una grave violenza contro una donna bianca. È questo singolo episodio che il team di Bush riesce a trasformare in una clava contro Dukakis con una campagna di spot tv che, con micidiale efficacia, demoliscono la credibilità nazionale del governatore democratico spianando la strada ad una vittoria con oltre 7 milioni di voti di scarto. Quattro anni dopo, Bush padre è il presidente Usa che formalmente ha vinto la Guerra Fredda – l’Urss si dissolve nel 1991 – e libera il Kuwait dall’invasione delle truppe del dittatore iracheno Saddam Hussein guidando una grande coalizione internazionale legittimata dall’Onu, ma i successi in politica estera si infrangono sull’attesa che gli elettori hanno per nuovi volti. A trarne vantaggio è Bill Clinton, il giovane governatore dell’Arkansas, che si giova anche della candidatura dell’indipendente Ross Perot perché porta via ai repubblicani voti preziosi. La stagione dei Clinton, Bill e la First Lady Hillary, è una delle più lunghe e controverse della politica americana: lui viene rieletto e supera indenne l’impeachment per il Sexgate, lei diventa senatrice di New York e quindi protagonista di due formidabili campagne elettorali – le primarie democratiche 2008 e le nazionali nel 2016 – che si infrangono contro Barack Obama e Donald Trump consegnandole però il merito di aver sdoganato il principio che una donna può essere eletta presidente degli Stati Uniti. Nel 2000 è George W. Bush, figlio di George H. W. Bush, che sfida Al Gore, già vicepresidente di Clinton, in un duello che evoca lo scontro fra le due più tradizionali dinastie rivali.
Le famiglie dei Bush e dei Clinton rappresentano idee opposte dell’America, si scontrano senza risparmiare risorse, inaugurando una stagione di contrapposizione ideologica che avvicina gli Stati Uniti alla tipologia di scontri che avvengono in Europa. Il tutto esaltato dal risultato del 2000, quando la presidenza viene assegnata a George W. Bush da un verdetto della Corte Suprema di Washington sulla riconta dei voti contestati in Florida. Considerato “illegittimo” da molti elettori liberal, Bush si trova davanti alla sfida degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro Washington e New York, guida la nazione nell’imprevista sfida globale ad Al Qaeda e nel 2004 ottiene la rielezione contro lo sfidante democratico John Kerry in maniera quasi analoga a Truman contro Dewey perché per lunghe ore teme di essere battuto.
Nel 2008 Obama invece trionfa facilmente contro John McCain: con “Yes, we can” l’America trova il sogno del primo presidente afroamericana credendo di poter inaugurare la stagione della politica post-razziale. È la genesi di una grande coalizione democratica che quattro anni dopo travolge il repubblicano Mitt Romney – primo mormone candidato alla Casa Bianca – ma nel 2016 lascia il posto all’esatto opposto: la protesta anti-Washington guidata da Donald Trump che prima travolge i candidati del partito repubblicano nelle primarie e poi sconfigge Hillary nell’Election Day, accompagnato da un uso dei social aggressivo e spregiudicato come mai avvenuto prima. A trionfare sono i messaggi via Twitter, spesso rilanciati dallo stesso Trump, mentre nel 2008 e nel 2012 Obama si era imposto usando Facebook per trasformare gli users in propri elettori. Come il treno fu decisivo per l’elezione di Lincoln e la radio per quella di Franklyn D. Roosevelt così il dibattito tv ha fatto prevalere Kennedy contro Nixon, gli spot tv di Bush padre hanno travolto Dukakis, i gruppi Facebook di Obama hanno umiliato i supporter di McCain e i tweet di Trump hanno messo ko la formidabile compagine di Hillary.La campagna elettorale americana è il palcoscenico delle tecnologie più innovative, come delle idee più ambiziose, perché i contendenti non risparmiano risorse nè sforzi per sconfiggere l’avversario. È un copione che ha segnato anche la sfida che sta per concludersi fra Trump e Joe Biden, nella cornice senza precedenti di un’America ferita dalla pandemia Covid, segnata dalle violenze razziali, sfidata a livello globale dalla Cina e teatro di uno scontro politicamente brutale a cui il mondo intero guarda per sapere, una volta ancora, cosa ci aspetta nei prossimi quattro anni.
Perché la politica della nazione più potente del mondo ha ritmi travolgenti e regole rigide: chi vince è obbligato in fretta a dimostrare ciò che sa fare ai livelli più competitivi perché l’appuntamento con la rielezione è dietro l’angolo.