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La macchina Kennedy. Finanza e comunicazione

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 17 luglio 1960 su L'Espresso. Mai era stato organizzato uno strumento così efficiente: il giovane senatore cattolico è determinato: ha studiato il programma coinvolgendo esperti di opinione pubblica.
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“Chi è veramente John Kennedy?”.
 Fino all’ultimo momento i delegati alla convenzione del partito democratico degli Stati Uniti, sia quelli che avevano deciso d’appoggiare il giovane senatore del Massachusetts, sia quelli che s’erano schierati contro di lui, non hanno saputo darsi una risposta convinta a questa domanda. Infatti una delle caratteristiche di Kennedy dal giorno in cui annunciò la sua candidatura alla presidenza fino a quello della “Convention” è stata questa: di non essere apertamente se stesso ma solo il personaggio che la sua macchina elettorale aveva deciso di fargli rappresentare.

La macchina elettorale kennediana è stata dal principio alla fine al centro della campagna democratica per la convenzione. Mai una candidatura, nemmeno quella di Franklin D. Roosevelt nel 1934, era stata sostenuta con così grande dispiego di mezzi.

Al servizio del giovane uomo politico cattolico hanno lavora…
“Chi è veramente John Kennedy?”.
 Fino all’ultimo momento i delegati alla convenzione del partito democratico degli Stati Uniti, sia quelli che avevano deciso d’appoggiare il giovane senatore del Massachusetts, sia quelli che s’erano schierati contro di lui, non hanno saputo darsi una risposta convinta a questa domanda. Infatti una delle caratteristiche di Kennedy dal giorno in cui annunciò la sua candidatura alla presidenza fino a quello della “Convention” è stata questa: di non essere apertamente se stesso ma solo il personaggio che la sua macchina elettorale aveva deciso di fargli rappresentare.

La macchina elettorale kennediana è stata dal principio alla fine al centro della campagna democratica per la convenzione. Mai una candidatura, nemmeno quella di Franklin D. Roosevelt nel 1934, era stata sostenuta con così grande dispiego di mezzi.

Al servizio del giovane uomo politico cattolico hanno lavorato per mesi centinaia di managers elettorali, esperti di sondaggi sull’opinione pubblica, persuasori occulti di grande nome, oltre ad uno dei più brillanti “brain trutst” che uomo politico americano sia riuscito a mettere insieme negli ultimi due decenni. Il loro compito non era facile: si trattava di raccogliere intorno al nome d’un candidato giovane e poco popolare l’adesione dei settori e dei gruppi più diversi, dai leaders sindacali operai o contadini agli uomini di cultura, dai capi delle grosse macchine politiche metropolitane che controllano migliaia di voti ai notabili di provincia, dai progressisti del West e del Middlewest industriale ai diseredati delle aree depresse della Virginia, e finalmente dai cattolici ai protestanti, senza trascurare gli ebrei di sinistra e il proletariato negro.
 
Una grande campagna
È stato senza dubbio un lavoro imponente. All’inizio, di tutto questo massiccio schieramento elettorale non esisteva quasi nulla. C’era sola la vaga idea di John Kennedy di provarsi a diventare nientemeno che presidente degli Stati Uniti. È questa la prima fase della campagna. Risale al 1956, poco dopo la sconfitta dei democratici alle elezioni vinte da Eisenhower. In quel momento Kennedy era già senatore, ma anche egli reduce da una sconfitta all’interno del suo stesso partito; nella convenzione democratica che aveva preceduto le elezioni di quell’anno aveva concorso alla vice-presidenza ma era stato battuto dal candidato di Adlai Stevenson.

Nonostante questo fresco precedente, però, Kennedy si lasciò attrarre dal progetto di puntare alla presidenza per il 1960. Ad incoraggiarlo c’era un solo uomo: il suo assistente e consigliere Theodore C. Sorensen. Suo padre, invece, il vecchio Joe Kennedy, banchiere miliardario, disapprovava il tentativo. Il figlio e Theodore Sorensen non gli diedero retta. I due giovani, che nonostante i loro quarant’anni sembravano appena usciti dall’università, decisero che provare non costava nulla. Era un modo di dire: in verità costava moltissimo.

Il programma studiato da Kennedy e dal suo assistente in quell’occasione prevedeva infatti tre obiettivi immediati di non poco conto: 1. Ottenere una strepitosa vittoria nelle elezioni senatoriali dell’autunno 1958; 2. Stabilire rapporti organizzati col maggior numero di uomini politici democratici in tutte le parti del paese; 3.Creare un’equipe di consiglieri e collaboratori capaci di preparare e guidare le fasi successive della campagna.

Il primo obiettivo fu raggiunto con più facilità del previsto. Al termine di una campagna senatoriale condotta come se Kennedy avesse dovuto battere il più popolare uomo politico degli Stati Uniti, egli riuscì a superare il candidato repubblicano di oltre 874.000 voti su un totale di 1 milione 362.925. Anche la seconda parte del programma fu realizzata con successo. All’inizio del 1959 Kennedy e Sorensen avevano visitato tutti i 50 stati dell’Unione e s’erano incontrati con oltre 30.000 esponenti del partito democratico. Nell’estate dello stesso anno essi crearono il primo nucleo della macchina elettorale che sarebbe entrata in azione nei mesi successivi.

Da principio lo staff della “macchina” non era molto numeroso, ma selezionato. Ne facevano parte una decina di esperti politici e pubblicitari, e un’altra decina di collaboratori intimi d’assoluta fiducia: i familiari di Kennedy.

Quella di Kennedy è una famiglia numerosa. Egli, infatti, è il secondo di nove figli e sebbene due di essi siano morti e una sorella sia ricoverata in casa di cura fin dall’infanzia per un’infezione di meningite spinale, ne restano sempre sei. I più efficienti sono Ted e Robert, detto Bobby, entrambi già avviati da anni nella carriera politica, specialmente il secondo il quale, dopo aver fatto parte della commissione McCarthy contro le attività antiamericane, si dimise e passò in quella del senatore Estes Kefauver contro il racket sindacale.

Fino alla fine del 1959 questo gruppo di uomini si dedicò allo studio preliminare e alla preparazione della campagna per le elezioni primarie destinate, secondo il loro programma, a lanciare Kennedy come protagonista della Convention del partito. Finalmente all’inizio dell’ottobre dell’anno scorso, fu messo a punto il grande apparato elettorale. La fase finale dell’operazione Kennedy s’aprì con una riunione segreta della casa del fratello Robert sulla spiaggia di Hyannisport, non lontano dal punto in cui sbarcarono i primi emigranti inglesi del Mayflower. Oltre a Robert e John Kennedy, e al suo manager Sorensen, c’erano quel giorno tredici persone che avrebbero formato lo stato maggiore dell’organizzazione.

Il gruppo più numeroso era quello dei politici di professione con alla testa Hy Raskin di Chicago (che nel 1952 e nel 1956 era stato uno dei più astuti collaboratori di Stevenson e di John Bailey), capo del partito democratico nello stato del Connecticut. Accanto a questo gruppo erano presenti a Hyannisport gli esperti nello studio dell’opinione pubblica.

Quali vantaggi e quali svantaggi possiede Kennedy nei confronti degli altri candidati del suo partito? Questa fu la domanda alla quale i tredici convenuti tentarono di rispondere per preparare un piano strategico particolareggiato. Il principale svantaggio era il cattolicesimo del candidato. Ma la macchina trovò che proprio questo handicap poteva essere trasformato in un’arma d’attacco con cui far leva sugli scrupoli morali dell’elettorato protestante. “Siete così bigotti da negare il vostro voto a un candidato solo perché non è protestante come voi?”: questo avrebbe dovuto essere lo slogan della campagna tutte le volte che fosse venuta sul tappeto la questione religiosa.   

La macchina kennediana, in ogni modo, aveva armi molto più importanti. La prima era la potenza finanziaria. In quella riunione nella villa del fratello Robert a Hyannisport quando fu affrontato il problema del finanziamento, John Kennedy disse tranquillamente che da questo lato non c’erano preoccupazioni. Ricordò ai presenti che la campagna precongressuale di Eisenhower era costata più d’un miliardo e mezzo di lire, quella di Stevenson nel ’56 un miliardo e duecento milioni: “Sono cifre”, aggiunse, “che possono farci riflettere, ma non tremare”. L’altra arma della macchina era ancor più spregiudicata. Nella campagna per le primarie, Kennedy mobilitò tutte le forze di pressione di cui disponeva sia nell’ambiente politico che in quello economico, e le impiegò senza troppa delicatezza.

I suoi uomini non hanno esitato a servirsi dei mezzi meno simpatici. Quando per esempio il governatore dello stato dell’Ohio, Mike Salle, fece sapere che desiderava presentarsi candidato e utilizzare a proprio vantaggio i voti che controllava nello stato, Kennedy gli mandò un ultimatum il cui contenuto era pressappoco questo: “O ti dichiari subito a mio favore, o presento la mia candidatura contro di te e ti schiaccio”. Piuttosto che rischiare una sconfitta elettorale che si annunciava così potente e spregiudicata, Salle preferì ritirare la propria candidatura.

Lo stesso metodo usato con Salle venne impiegato con altri concorrenti. Per esempio con Pat Brown, governatore della California, al quale fu concesso di partecipare alle primarie ma solo a patto di dichiarare la propria preferenza per Kennedy, immediatamente prima dell’inizio della Convention, come infatti è avvenuto.
 
Il trust dei cervelli
Dove non bastavano le pressioni di questo genere il gruppo Kennedy ricorreva a mezzi anche più pesanti. Nel West Virginia convinse il figlio del presidente Roosevelt a lanciare una vera e propria campagna di diffamazione contro il maggiore avversario di Kennedy, Hubert Humphrey. Tema della campagna: durante l’ultima guerra Humphrey è stato imboscato per tutto il tempo. Non era esatto, tanto che alla fine delle primarie il giovane Roosevelt fece una dichiarazione di scuse, che ormai però erano inutili. Un episodio ancora più grave è avvenuto in California ed ha avuto per vittima Frank Sinatra. Alcuni mesi fa a Hollywood molti produttori decisero d’annunciare pubblicamente che avevano riassunto gli scrittori messi al bando al tempo del maccartismo. Per non essere da meno degli altri, anche Sinatra fece sapere di aver assunto uno dei “dieci di Hollywood” per affidargli la sceneggiatura d’un film sull’unico soldato americano fucilato per diserzione nell’ultima guerra. L’American Legion attaccò a fondo Frank Sinatra, che reagì con vivacità.

Ma un giorno, apparvero sui giornali grossi annunci pubblicitari in cui Sinatra annunciava d’aver licenziato lo sceneggiatore e diceva d’aver sbagliato nel considerare cambiati i sentimenti del popolo americano verso scrittori ex comunisti. Quel che non fu mai detto sui giornali è che Frank Sinatra fu costretto a quel passo da Kennedy. Sinatra è infatti imparentato con l’attore Peter Lawford che ha sposato Pat Kennedy, ed ha inciso le canzoni elettorali di Kennedy che s’intitolano “All the way” e “High hopes”. Temendo d’essere accusato di essere “soft on communism” (tenero con il comunismo) Kennedy lo costrinse a fare quel voltafaccia.

Finite le primarie, la macchina fu diretta verso l’obbiettivo più importante: la conquista della maggioranza alla Convention. Fino allora s’era trattato di convincere gli elettori. Ora il problema era più complicato: bisognava portare dalla parte di Kennedy il maggior numero possibile di delegati dei vari stati. Influenzare i delegati reticenti è meno semplice che manovrare le anonime masse elettorali di campagna di città. I delegati sono uomini politici esperti, scaltri, spesso calcolatori. E a questo punto che entra in azione il “brain trust”, il trust dei cervelli.

Per la propaganda ad alto livello i “brain-trusts” sono sempre stati una carta importante in tutte le convenzioni. Quello che Kennedy è riuscito ad organizzare intorno a sé è formato da alcuni dei migliori esponenti della giovane intellighenzia americana. Aveva fatto molto affidamento sul suo “brain-trust” per influenzare i delegati alla convenzione, ma il prestigio degli intellettuali molto spesso non è sufficiente a smuovere l’interesse dei politici. Perciò egli non ha esitato a scatenare anche dentro la Convention le stesse pressioni usate durante le elezioni primarie. Lo dimostra quanto è avvenuto con la delegazione dello stato di Wisconsin. Essa era così divisa: 20 voti e mezzo per Kennedy, 10 e mezzo per Humphrey. A questi ultimi i kennediani, la settimana scorsa, hanno posto questa alternativa: o votate per il nostro candidato oppure in novembre, alle elezioni presidenziali, diremo ai cattolici del Wisconsin d’appoggiare i repubblicani. Poiché alcuni delegati del Wisconsin, come per esempio il governatore John H. Nelson, in novembre parteciperanno alle elezioni per il congresso, la minaccia ha avuto effetto. Quattro dei dieci voti humphreiani del Wisconsin sono passati alla parte di Kennedy.

Il giovane arrampicatore
Di operazioni di questo genere ce n’è stata più di una, alla vigilia della Convention. All’inizio dei questa settimana, gli uomini della macchina si mostrarono ottimisti e fiduciosi. Ma è a questo punto che davanti ad essi s’è levato un ostacolo che molti credevano che fosse ormai superato: Adlai Stevenson.

Il silenzio su Stevenson nella prima parte della campagna elettorale aveva contribuito al rafforzamento delle posizioni di Kennedy. Molti grandi elettori infatti, amici ed ammiratori di Stevenson s’erano astenuti, in attesa che il loro candidato preferito si pronunciasse apertamente a favore di quello che in un primo momento sembrava il più temibile avversario di Kennedy: il candidato progressista Hubert Humphrey. Il riserbo di Stevenson nella prima fase della campagna è stato forse l’elemento decisivo del successo di Kennedy almeno nei mesi scorsi. Gli ha permesso di battere separatamente Johnson e Symington e d’ottenere l’appoggio di molte grosse delegazioni settentrionali, soprattutto negli stati di New York, Illinois e Michigan, centri tradizionali della sinistra democratica. Ma, arrivato alla Convention, Stevenson ha fatto capire chiaramente che i suoi delegati avrebbero appoggiato “il giovane arrampicatore”, Kennedy ha cercato di dividere le delegazioni, favorendo la rivolta dei giovani contro gli anziani leader del partito.

È stata questa tecnica che gli ha permesso di conquistare al completo la delegazione dell’Arizona, che sembrava apertamente schierata con Johnson, e d’ottenere risultati meno sensazionali ma significativi altrove.
I soli stati che hanno conservato fino all’ultimo la loro indipendenza sono stati la California, la Pennsylvania, l’Ohio e il New Jersey. Quei delegati non sono stati sensibili né ai ricatti, né alle minacce, né alle promesse di grossi favori.

Stevenson continua a resistere. Non ha ceduto neppure quando Kennedy è andato segretamente nella sua villa di campagna a Lybertyville e gli ha fatto proposte concrete per un accordo in base al quale Stevenson avrebbe lasciato via libera a Kennedy dopo i primi due ballottaggi. C’è stato un momento in cui molti credevano che Stevenson avesse accettato la carica di segretario di Stato promessagli dalla macchina di Kennedy. In realtà tutte queste offerte sono rimaste senza risposte. Stevenson fino all’ultimo s’è mantenuto indipendente.