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La politica del tea-party

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 29 gennaio 1961 su L’Espresso. L’inizio della carriera di Jfk è stata modesta, ma il nuovo inquilino della Casa Bianca è riuscito a bruciare le tappe con una folta rete di contatti nei palazzi di Washington.
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Eisenhower ha cambiato all’ultimo momento il meticoloso protocollo previsto per l’insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca “Perché non venite mezz’ora prima”, ha telefonato il generale al suo successore, “a prendere una tazza di caffè?”. Erano le undici di venerdì mattina 20 gennaio. Eisenhower aveva un cappotto blu scuro con una sciarpa bianca, Kennedy un cappotto nero e tutt’e due indossavano tight e cilindro. A mezzogiorno, una Lincoln nera con i due presidenti, dopo aver percorso lentamente la Pennsylvania Avenue, si fermava davanti al Campidoglio. Nove minuti prima dell’una, sulla vecchia bibbia di famiglia portatagli dal presidente della Corta Suprema Earl Warren, Kennedy ha pronunciato le 35 parole del giuramento con le quali diventava ufficialmente presidente. Il cadetto di casa Kennedy aveva raggiunto un traguardo che solo un anno prima sembrava irraggiungibile: gli inizi della carriera politica d…
Eisenhower ha cambiato all’ultimo momento il meticoloso protocollo previsto per l’insediamento di John Kennedy alla Casa Bianca “Perché non venite mezz’ora prima”, ha telefonato il generale al suo successore, “a prendere una tazza di caffè?”. Erano le undici di venerdì mattina 20 gennaio. Eisenhower aveva un cappotto blu scuro con una sciarpa bianca, Kennedy un cappotto nero e tutt’e due indossavano tight e cilindro. A mezzogiorno, una Lincoln nera con i due presidenti, dopo aver percorso lentamente la Pennsylvania Avenue, si fermava davanti al Campidoglio. Nove minuti prima dell’una, sulla vecchia bibbia di famiglia portatagli dal presidente della Corta Suprema Earl Warren, Kennedy ha pronunciato le 35 parole del giuramento con le quali diventava ufficialmente presidente. Il cadetto di casa Kennedy aveva raggiunto un traguardo che solo un anno prima sembrava irraggiungibile: gli inizi della carriera politica di John Kennedy furono modesti.

Eletto nel distretto più povero di Boston, John F. Kennedy non figurava certo tra i pochi membri della camera bassa che venivano presi sul serio, “Da quando sei qui non hai fatto altro che parlare della Nuova Inghilterra” gli disse una volta il rappresentante del Middle West. “Cosa c’è di male di occuparsi dei propri elettori?” gli rispose John. “Finché sei nella Camera dei rappresentanti non sei che un verme: fuori dal tuo distretto a nessuno importa di quello che fai” concluse l’altro. Ma John non si preoccupava dei discorsi degli altri. Con grande indifferenza per la disciplina di partito, egli attaccò con violenza Truman e il Dipartimento di Stato per la perdita della Cina. Infatti, nei confronti del comunismo e in vari altri problemi di politica estera, prese spesso posizioni di estrema destra; anzi lo fece prima che i Jenner e i McCarthy avessero sviluppato tutta la loro demagogia reazionaria.

In verità, dopo i primi due anni a Washington, John Kennedy era molto più interessato al prossimo passo avanti che non alla coerenza ideologica del suo comportamento. Subito dopo essere stato rieletto deputato, egli cominciò una meticolosa campagna in tutte le parti dello Stato e la continuò con l’ostinazione e la persistenza tutta propria dei Kennedy per ben quattro anni. Jack non sapeva se sarebbe stato candidato a governatore, a senatore, a sindaco di Boston o a qualche altra carica minore. Adattando, come suo nonno Fitzgerald, ai nuovi tempi la tecnica dei vecchi uomini politici, Jack accettava tutti gli inviti, sollecitandone altri attraverso i suoi abili collaboratori: poco importava se era un picnic dei boy scout o la fiera d’un piccolo paese, l’inaugurazione d’un centro sportivo o semplicemente un party in onore d’un vecchio uomo politico o d’una personalità della provincia. Jack cerca di essere presente ad ogni più piccola occasione, di stringere la mano a quante più persone possibile. Ma quello che più curava erano i contatti diretti. Solo nel 1952, quand’era in gioco la carica di senatore tenuta fin dal 1936 da Henry Cabot Lodge jr.,Jack capì che era venuto il momento di raccogliere i frutti del suo estenuante lavoro e dei suoi sacrifici.

Dalla campagna elettorale del 1952 tanto Kennedy che i suoi sostenitori hanno cercato di parlare il meno possibile in quest’ultimi anni: il rifiuto di prendere aperta posizione in pubblico contro McCarthy è rimasto nella fedina politica d’un uomo progressista e candidato alla presidenza degli Stati Uniti come John Kennedy un segno incancellabile. Eppure resta un modello di spregiudicatezza politica e dà l’idea sul modo di affrontare i problemi e le situazioni politiche del nuovo presidente. Esperti con diversi metodi esploravano le varie località, amici e familiari erano inquadrati come se fosse la loro campagna elettorale. In ogni comunità piccola o grande si formavano clubs per lo più di persone giovani che fino ad allora non avevano preso parte alla politica. E per vari mesi Kennedy non permise ai suoi collaboratori di fermarsi neppure per dieci minuti, come faceva prima, per un sandwich a mezzogiorno. Più volte la polizia fermò la macchina di Kennedy che andava a 110 e 120 all’ora. Ma John diceva allo chauffer: “Vai più svelto, siamo in ritardo”. La trovata più geniale però fu quella di mobilitare tutte le donne di casa Kennedy, non esclusa la madre Rose, le quali organizzavano i famosi tè. Spesso una delle sorella di Jack si presentava alla porta d’una casa. In altre occasioni gli incontri venivano organizzati con regolari inviti. “Furono quei maledetti”, disse Cabot Lodge dopo le elezioni, “che mi dettero il colpo di grazia”. La sera in cui i risultati indicavano una schiacciante vittoria di Eisenhower su Stevenson e Lodge era in testa. Kennedy andò a far due passi con un suo amico e dopo alcuni minuti di silenzio gli disse: “Sarei curioso di sapere che incarico darà Ike a Lodge”. Solo parecchie ore più tardi gli atri si resero conto che Kennedy aveva battuto Lodge per 70.000 voti.

All’inizio della presidenza Kennedy, che potrebbe segnare il principio d’una nuova epoca nella storia degli Stati Uniti, va però fatta un’osservazione sullo stile politico del nuovo presidente. Dall’inizio della sua carriera, poco più di quattordici anni fa, fino alla nomina dei ministri del suo gabinetto, John Kennedy ha costantemente mostrato un comportamento che sfugge alle classificazioni più rigide. Gli stessi commentatori politici sono imbarazzati quando parlano di lui. Kennedy, che ha cercato di guadagnare molti voti nel Sud, tradizionalmente contrario all’integrazione razziale, è lo stesso uomo che alla vigilia delle elezioni ha telefonato al capo della polizia e al giudice di Atlanta che avevano imprigionato il reverendo Martin Luther King, capo della resistenza negra nel Sud, per costringerli a liberarlo. Il vecchio e il nuovo, concetti conservatori e idee progressiste, opportunismo e idealismo si alternano e si mescolano continuamente nell’attività politica di John Kennedy.