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La politica è uno show Hollywood si schiera

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 6 novembre 1956 su La Stampa. Bob Hope, Fred Astaire e Humphrey Bogart scelgono Ike ma per il democratico Stevenson tifano Orson Welles, Frank Sinatra, Marlon Brando e Henry Fonda.
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Gli attivisti e i più accesi simpatizzanti del partito democratico sfoggiano all’occhiello un originale distintivo; una suola di scarpa in miniatura con un largo buco nel mezzo. Il simbolo risale alle elezioni di quattro anni fa. A quell’epoca un settimanale pubblicò una fotografia di Stevenson presa di sotto in su, mentre il leader democratico presenziava ad un meeting. Nella immagine colta dall’obiettivo la scuola della scarpa destra presentava un grosso buco, diremo così allegorico, in quanto i democratici si dicono i rappresentanti dei ceti meno abbienti. Di qui l’adozione di quella suola bucata da parte degli stevensonsoniani. Il distintivo costa un dollaro, lo vendono le sezioni del partito ed è stato smerciato a centinaia di migliaia di esemplari.
 
Appello alla simpatia
La propaganda spicciola dei repubblicani è ritornata invece al vecchio distintivo rotondo, in rosso bianco e blu, con la scritta appena modificata…
Gli attivisti e i più accesi simpatizzanti del partito democratico sfoggiano all’occhiello un originale distintivo; una suola di scarpa in miniatura con un largo buco nel mezzo. Il simbolo risale alle elezioni di quattro anni fa. A quell’epoca un settimanale pubblicò una fotografia di Stevenson presa di sotto in su, mentre il leader democratico presenziava ad un meeting. Nella immagine colta dall’obiettivo la scuola della scarpa destra presentava un grosso buco, diremo così allegorico, in quanto i democratici si dicono i rappresentanti dei ceti meno abbienti. Di qui l’adozione di quella suola bucata da parte degli stevensonsoniani. Il distintivo costa un dollaro, lo vendono le sezioni del partito ed è stato smerciato a centinaia di migliaia di esemplari.
 
Appello alla simpatia
La propaganda spicciola dei repubblicani è ritornata invece al vecchio distintivo rotondo, in rosso bianco e blu, con la scritta appena modificata “I like Ike again” (Mi piace ancora Ike). A quel tondino piccolo e modesto si affianca in questa campagna uno specchietto a due rifrazioni: visto da destra riproduce lo slogan ben noto, visto da sinistra mostra l’effige del Presidente aperta al sorriso. Questi simboli, contenuti, modesti e discreti a Washington e New York diventano esagerati e vistosi in provincia. Mi è accaduto ieri di imbattermi in ascensore in un ragazzino di una diecina d’anni che portava sul petto, alla cintura, sul dorso quattro o cinque enormi dischi con la scritta fatidica: pareva una specie di omino-sandwich, tanto più che i tre colori repubblicani sono gli stessi di quelli adottati dai Pepsi-cola per la sua pubblicità all’ingresso delle cafeterian.

Tutti i sistemi reclamistici sono utilizzati nella campagna elettorale. Lungo le stupende strade californiane le facce dei candidati alla Presidenza, al Senato, alla Camera dei rappresentanti sorridono dagli enormi placards a due montanti. Si confondono con le reclames delle più note marche di Bourbon whisky, dalle quale un altro simpatico volto sorridente propone al pubblico la bevanda nazionale.

Più che ai programmi politici, economici, pacifisti, di pianificazione all’interno e di rapporti all’esteri, la propaganda sembra fare appello, in queste ultime cruciali giornate, al prestigio e soprattutto alla simpatia umana che i candidati sono in grado di ispirare.

I comizi si moltiplicano. Nello stesso giorno, ben quattro se ne svolgevano a Los Angeles. Ed erano tutti importanti. Nella nostra qualità di osservatori eravamo nell’imbarazzo della scelta: la folta riunione del club degli elettrici alla Town Hall, il meeting dei negri nella città bassa o il comizio repubblicano della vicina Pasadena, con la probabile partecipazione delle vedette di Hollywood!

Il celeberrimo centro che i settimanali di provincia chiamano “Cinelandia” esercitava su di noi un’indubbia forte attrazione. È noto che tanto i repubblicani quanto i democratici hanno saputo attrarre nella sfera della loro influenza una schiera di attori ed attrici dello schermo e della scena, di astri del music-hall e della televisione, di grossi nomi del baseball e del ring per sfruttare a scopo propagandistico il loro personale fascino sulle folle.

Fra i partigiani di Ike si schierano Bing Crosby, Bob Hope, il cantante e pianista Nat King Cole, Fred Astaire, Ginger Rogers, Randolph Scott, Humphrey Bogart, Joan Crawford, molti registi, tutti i grossi produttori e capitalisti del cinema.
 
Uno strano spettacolo
A favore di Stevenson, ecco un’altra schiera di nomi non meno popolari. Orson Welles ha tenuto giorni fa a New York un comizio democratico; Shelley Winters s’è presentata ad un meeting con un paio di calze di nylon che recavano una scritta a favore di Adlai; Harry Belafonte (il protagonista di Carmen Jones) canta alla televisione nel programma democratico Saturday’s dinner; sono pubblicamente per Stevenson altri astri come Bette Davis, Marlon Brando, Frank Sinatra, Henry Fonda, Robert Ryan.

Il comizio nella vasta sala del Civic Auditorium di Pasadena vale la pena di essere descritto. Oltre i 4 mila partecipanti. Sul palcoscenico, davanti ad un semicerchio di bandiere, i notabili repubblicani e i dirigenti dell’”American Legion” di California. Nella fossa dell’orchestra un numeroso complesso di jazz suona, nell’attesa, le canzoni più in voga. Appare il noto comico George Murphy che farà da presentatore o, come dicono qui, da master of cerimonies. Chiamata da lui, Lucille Norman, una biondina in abito rosso scollatissimo, esce a cantare l’inno nazionale. Uno dei presenti recita una preghiera che la folla scandisce a capo chino. E si inizia il programma, che si tratta di un vero e proprio spettacolo, nel corso del quale alle attrazioni, ai numeri di canto, alle scenette comiche, si alternano i discorsi dei politici di fama, senza soluzione di continuità. Immaginatevi un nostro comizio nel quale compaiono Fanfani e Nilla Pizzi, Gonella e Dapporto, Taviani e Beniamino Gigli e avrete un’idea di ciò che è avvenuto sotto i nostri occhi, una di queste sere, nell’auditorium municipale di Pasadena.

Uno spettacolo simile, con un ritmo così serrato, un così perfetto accordo fra orchestra e cantanti, con gli squilli così a posto all’entrata dei grossi personaggi politici, necessita di prove. Ma ha come contropartita i consensi più corali, gli applausi più scroscianti.

Che cosa si debba pensare di tutto ciò non saprei dire. È certo che non bisogna lasciarsi cogliere dalle apparenze. Gli americani prendono la politica molto sul serio. Non si sente parlar d’altro, per via, al ristorante, nei bar, sui treni, nei saloni degli alberghi. Le elezioni sono un fatto capitale per tutti, la giornata dal 6 novembre, una data memorabile di enorme portata. Le discussioni si accendono, la polemica è corretta, ma vivacissima; i rimproveri che i due schieramenti si muovono reciprocamente, spesso acerbi e senza perifrasi. È questo il momento, dicono, di occuparsi di politica. E se ne occupano, infatti, nei più svariati e spesso divertenti modi.

Il 7 novembre tutto ritornerà allo stato normale: i vittoriosi non vorranno stravincere; i battuti, da buoni giocatori, accetteranno la sconfitta. E di politica, di lotte e di accuse non si riparlerà che alla prossima campagna elettorale.