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Mai così diversi. L ’America sceglie

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 ottobre 2020 su La Repubblica. La campagna ricorda quanto siano divisi gli Stati Uniti. Nella polarizzazione crescente c’è anche il pericolo di arrivare a una contesa dopo l’elezione.
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Non è un’elezione qualsiasi, stavolta è una “scelta di civiltà”, un referendum tra il Bene e il Male, tra i valori della liberaldemocrazia e l’involuzione autoritaria, tra la società aperta e i Muri, tra il globalismo e il sovranismo. Questo si sente dire da molti mesi, in vista dell’elezione americana (che non è solo presidenziale: come sempre rinnoviamo anche la Camera, un terzo del Senato, alcuni governi locali). Attenzione all’iperbole. Un po’ di memoria storica, o un buon archivio digitale, vi consentono di ricostruire quante volte nella storia degli Stati Uniti si è descritta in termini altrettanto apocalittici una scadenza elettorale: vita o morte della democrazia. Questa volta c’è qualche ragione in più, causa il carattere “abbastanza” eccezionale (ma non del tutto privo di precedenti) di un certo Donald Trump.

Per altri versi però questa è anche u…
Non è un’elezione qualsiasi, stavolta è una “scelta di civiltà”, un referendum tra il Bene e il Male, tra i valori della liberaldemocrazia e l’involuzione autoritaria, tra la società aperta e i Muri, tra il globalismo e il sovranismo. Questo si sente dire da molti mesi, in vista dell’elezione americana (che non è solo presidenziale: come sempre rinnoviamo anche la Camera, un terzo del Senato, alcuni governi locali). Attenzione all’iperbole. Un po’ di memoria storica, o un buon archivio digitale, vi consentono di ricostruire quante volte nella storia degli Stati Uniti si è descritta in termini altrettanto apocalittici una scadenza elettorale: vita o morte della democrazia. Questa volta c’è qualche ragione in più, causa il carattere “abbastanza” eccezionale (ma non del tutto privo di precedenti) di un certo Donald Trump.

Per altri versi però questa è anche un’elezione normale, dove le differenze ricalcano le tradizioni delle due famiglie politiche. Fisco e politica di bilancio: la destra pensa che la crescita si rilancia con meno tasse, meno regole sulle imprese, meno assistenzialismo; la sinistra vuole tassare i ricchi per finanziare qualche forma di New Deal neokeynesiano e ridurre le diseguaglianze, puntando sui servizi pubblici come garanzia di una società meno dura con i deboli. Sull’ambiente, la destra pensa che è il mercato a decidere quali energie usare, la sinistra vuole un abbattimento drastico delle emissioni carboniche deciso dall’alto. Sull’ordine pubblico, la destra sostiene la polizia, la sinistra pensa che si debbano curare le cause sociali della criminalità.

Sull’immigrazione la destra crede nella difesa delle frontiere e della legalità, la sinistra abbraccia una società multietnica e inclusiva, anche se con differenze sostanziali tra l’ala radicale “no border” e i moderati che si raccolgono dietro Joe Biden. Poi c’è tutta la sfera valoriale con le consuete spaccature su aborto, famiglia, matrimoni gay. “Normale”, questa elezione lo è anche dal punto di vista antropologico: tre candidati su quattro (Trump Biden e Pence) sono maschi bianchi di ceppo anglosassone e sopra i 60, due sono settuagenari. Solo Kamala Harris è fuori dal coro. Black Lives Matter e le proteste anti-razziste dopo la morte di George Floyd hanno aggiunto un sovrappiù di tensione, senza che sia chiaro a chi questo gioverà nella dinamica elettorale.

Resta il fatto che per molti americani questa non è un’elezione normale, la vivono davvero come una “scelta di civiltà”. In parte questo è il naturale risultato di una polarizzazione crescente della società. Ci sono sempre meno indecisi, l’elettorato fluttuante si è ridotto. Un’interessante analisi “geo-satellitare” – foto aeree degli Stati Uniti con colorature diverse, zone grigie dove c’è più cemento e zone verdi dopo l’habitat umano è disperso – ci ha ricordato questa realtà: gli americani ormai da tempo tendono a raggrupparsi fisicamente in luoghi dove i vicini di casa la pensano come loro, condividono gli stessi valori, votano per gli stessi candidati. Le metropoli sono democratiche, i sobborghi sono tanto più repubblicani quanto più l’habitat è diradato. Alle tante forme di segregazione implicita – “la domenica mattina ciascuno va in una chiesa diversa, bianchi e neri pregano separatamente”, ricorda Barack Obama – si è aggiunta quella del barbecue: è diventato abbastanza raro per un repubblicano incontrare un democratico e viceversa, talmente le frequentazioni sono geo-definite.

Il giorno del voto ciascuna delle due Americhe teme che l’altra abbia il sopravvento, imponga i suoi valori e i suoi stili di vita, quasi che la dialettica democratica si riduca a un’alternanza fra dittature. La destra pensa che una vittoria di Biden darà via libera alle frange più radicali, smantellerà le forze dell’ordine, tasserà a morte il ceto medio, aprirà le frontiere a tutti i disperati della terra, in una deriva verso il caos. La sinistra pensa che un secondo mandato Trump sarebbe ancora peggiore del primo: un assalto sistematico a tutti i valori della Repubblica, uno scivolamento verso il fascismo, oltre a una metastasi dei conflitti d’interesse e della corruzione.

Trump ci mette del suo: è un presidente che non ha mai superato il 45% dei consensi né si è mai curato di conquistarli in campo avverso, preferisce aizzare le divisioni che ricucirle. L’altra anomalia è il coronavirus, che interviene pesantemente in due forme: come tema di campagna elettorale, e come perturbazione della vita civile. Sulla gestione della pandemia Trump è in difficoltà. Ha sbagliato tante cose, anche se non più di altri governanti occidentali: dalla Merkel a Macron, tutti peccarono per una sottovalutazione iniziale. I dati sulla mortalità americana sono dello stesso ordine di grandezza di quelli italiani e francesi.

Al di là dello stile e della comunicazione disastrosi, Trump ha seguito una linea comune a tutte le destre e popolare tra la sua base: un eccesso di restrizioni crea maggiori danni della pandemia, la depressione economica rischia di fare più vittime del covid. Ma i sondaggi lo danno perdente su questa linea; più si parla di coronavirus meno lui è credibile. L’altro impatto della pandemia è sulle operazioni di voto. Per la prima volta nella storia, è possibile che una maggioranza di americani voti per corrispondenza anziché recarsi ai seggi. Ma la preferenza per il voto postale è molto più forte tra i democratici. Non a caso Trump prende di mira le schede spedite per posta e denuncia brogli. Se i sondaggi hanno ragione ad anticipare un’altra elezione risicata, contesa per frazioni di percentuali in una manciata di Stati-chiave come nel 2016, il rischio è di avere due vincitori: Trump che si proclama rieletto la sera del 3 novembre, Biden che confida sul voto postale il cui spoglio può prolungarsi anche una o due settimane dopo.

Il mondo intero seguirà questa elezione per le sue ricadute geopolitiche globali. Anche qui, attenzione a parlare di “scelta di civiltà”: le differenze tra i due candidati sono meno radicali di quanto si creda. Il rapporto più importante di tutti, quello con la superpotenza rivale che è la Cina, non cambierebbe in modo sostanziale sotto una presidenza Biden. Però un presidente democratico avrebbe un approccio meno unilateralista, cercherebbe di costruire anche in questo campo una coalizione di alleati, europei in testa. Mentre al contrario in un secondo mandato Trump non è fanta-politica immaginare perfino un atto estremo come l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato.

Il pendolo della politica estera americana da due secoli oscilla fra una missione globale e una tradizione isolazionista: il tipo d’influenza che l’America vorrà esercitare nel terzo decennio del terzo millennio dipenderà anche dal presidente che si sarà data. E’ il piccolo, sporco segreto che pochi elettori americani ricordano quando riempiono la scheda: il presidente non è affatto una figura onnipotente, la sua capacità di azione è limitata dal Congresso, dalla Corte suprema, e dal federalismo. L’unico terreno dove decide quasi tutto lui è proprio la politica estera, che in campagna elettorale cattura un’attenzione modesta. A discolpa degli elettori si può dire che stavolta si vota in una crisi economica così grave – 30 milioni di disoccupati – che merita davvero un’attenzione soverchiante.